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Corbaccio

I     Proemio - Incipit

II    Cornice

III   Sogno (Inferno)

IV   Sogno - Dialogo

V    Sogno (Purgatorio)

VI   Cornice

VII  Conclusione - Explicit

II    Cornice

[006]Non è ancora molto tempo passato che, ritrovandomi solo nella mia camera, la quale è veramente sola testimonia delle mie lagrime, de' sospiri e de' ramarrichii, sì come assai volte davanti avea fatto m'avenne che io fortissimamente sopra gli accidenti del carnale amore cominciai a pensare; e, molte cose già passate volgendo e ogni atto e ogni parola pensando meco medesimo, giudicai che, senza alcuna mia colpa, io fossi fieramente trattato male da colei la quale io mattamente per mia singulare donna eletta avea e la quale io assai più che la propria vita amava e oltre ad ogni altra onorava e reveriva. [007]E in ciò parendomi oltraggio e ingiuria, sanza averla meritata, ricevere, da sdegno sospinto dopo molti sospiri e ramarrichii amaramente cominciai non a lagrimare solamente ma a piagnere. E in tanto d'afflizione trascorsi, ora della mia bestialità dolendomi ora della crudeltà trascurata di colei, che, uno dolore sopra un altro col pensiero agiugnendo, estimai che molto meno dovesse essere grave la morte che cotal vita; e quella con sommo desiderio cominciai a chiamare; e, dopo molto averla chiamata, conoscendo io che essa, più che altra cosa crudele, più fugge chi più la desidera, meco imaginai di costrignerla a trarmi del mondo.

[008]E già del modo avendo diliberato, mi sopravenne un sudore freddo e una compassion di me stesso, con una paura mescolata di non passare di malvagia vita a piggiore, se io questo facessi; che fu di tanta forza che quasi del tutto ruppe e spezò quello proponimento che io davanti reputava fortissimo. Per che, ritornatomi alle lagrime e al primiero ramarrichio, tanto in esse multiplicai che 'l desiderio della morte, dalla paura di quella cacciato, ritornò un'altra volta; ma, tolto via come la prima e le lagrime ritornate, a me, in così fatta battaglia dimorante, credo da celeste lume mandato, sopravenne un pensiero; il quale così nella afflitta mente meco cominciò assai pietosamente a ragionare:

[009]"Deh, stolto, che è quello a che il poco conoscimento della ragione, anzi più tosto il discacciamento di quella, ti conduce? Or se' tu sì abagliato che tu non t'avegghi che, mentre tu estimi altrui in te crudelmente adoperare, tu solo se' colui che verso te incrudelisci? [010]Quella donna – ch'ha, tu sanza guardare come, incatenata la tua libertà e nelle sue mani rimessa – t'è, sì come tu di', di gravi pensieri cagione? Tu se' ingannato: tu, non ella, ti se' della tua noia cagione. Mostrami dov'ella venisse ad isforzarti che tu l'amassi; mostrami con quali armi, con quali giurisdizioni, con qual forza ella t'abbia qui a piagnere e a dolerti menato o ti ci tenga. Tu nol mi potrai mostrare, per ciò ch'elli non è. Vorrai forse dire: [011]"Ella, conoscendo ch'io l'amo, dovrebbe amar me; il che non faccendo, m'è di questa noia cagione; e con questo mi ci mena e con questo mi ci tiene". Questa non è ragione ch'abbia alcun valore: forse che non le piaci tu; come vuo' tu che alcuno ami quello che non gli piace? Dunque, se tu ti se' messo ad amare persona a cui tu non piaci, non è, se mal te ne viene, colpa della persona amata: anzi è tua, che sapesti male eleggere. [012]Dunque, se per non essere amato ti duoli, te ne se' tu stesso cagione: e perché apponi tu ad alcuno quello che tu medesimo t'hai fatto e ti fai? E certo, per lo averti tu stesso offeso, meriteresti tu appo giusto giudice ogni grave penitenzia; ma, per ciò ch'ella non è quella che al tuo conforto bisogna, anzi sarebbe uno aggiugnere di pena sopra pena, non è ora da andar cercando questa giustizia."

[013]"Ma veggiamo, se tu in te stesso incrudelisci, quel che tu avrai fatto. Ciò che l'uomo fa, o per piacere a se stesso o per piacere ad altrui o per piacere a sé e ad altrui il fa, o per lo suo contrario. Ma veggiamo se quello, a che la tua bestialità ti reca, è tuo piacere o dispiacere. Che egli non sia tuo piacere, assai manifestamente appare; per ciò che, se ti piacesse, tu non te ne ramarricheresti, né ne piangeresti come tu fai. [014]Resta dunque a vedere se questo tuo dispiacere è piacere o dispiacere ad altrui: né d'altrui è ora da cercare, se non di quella donna per cui tu a ciò ti conduci; la quale senza dubbio o ella t'ama o ella t'ha in odio o egli non è né l'uno né l'altro. Se ella t'ama, senza niuno dubbio la tua afflizione l'è noiosa e dispiacevole: or non sai tu che, per fare noia e dispiacere ad altrui, non s'acquista né si mantiene amore, anzi odio e nimistà? [015]Non pare che tu abbi tanto caro l'amore di questa donna quanto tu vuogli mostrare, se tu con tanta animosità fai quello che le dispiace e disideri di far peggio. Se ella t'ha in odio, se tu non se' del tutto fuori di te, assai apertamente conoscer dèi niuna cosa poter fare, che più le piaccia, che lo 'npiccarti per la gola il più tosto che tu puoi. [016]E non vedi tu tutto 'l giorno le persone che hanno alcuno in odio, per diradicarlo e levarlo di terra, mettere le lor cose e la propria vita in aventura, contr'a le leggi umane e divine adoperando? E tanto di letizia e di piacer prendono quanto di tristizia e di miseria sentono in cui hanno in odio. Tu dunque piangendo, attristandoti, ramarricandoti sommo piacere fai a questa tua nimica. E chi sono quelli, se non i bestiali, che a' loro nimici di piacere si dilettino? [017]Se ella né t'ama né t'ha in odio né di te poco né molto cura, a che sono utili queste lagrime, questi sospiri, questi dolori così cocenti? Tanto t'è per lei prenderli, quanto se per una delle tue travi della camera li prendessi. [018]Perché dunque t'afliggi? Perché la morte desideri, la quale ella medesima, tua nimica, secondo che tu estimi, non cercò di darti? E' non mostra che tu abbia ancora sentito quanto di dolceza nella vita sia, quando così leggiermente di tòrti di quella appetisci; né ben considerato quanto più d'amariturine sia negli etterni guai che in quegli del tuo folle amore: li quali tanti e tali ti vengono, quanti e quali tu stesso te li procacci; et ètti possibile, volendo essere uomo, di cacciarli; il che degli etterni non avverrebbe."

[019]"Leva addunque via, anzi discaccia del tutto questo tuo apetito; né volere ad una ora te privare di quello che non acquistasti et etterno supplicio guadagnare e, a chi ti vuole male, sommamente piacere; siati cara la vita e quella, quanto puoi il più, t'ingegna di prolungare. Chi sa se tu ancora, vivendo, potrai veder cosa di costei, di cui tu tanto gravato ti tieni, che sommamente ti farà lieto? [020]Niuno. Ma certissimo può essere a tutti che ogni speranza di vendetta, od altra letizia di cosa che qua rimanga, fugge, nel morire, a ciascuno. Vivi addunque; e come costei, contr'a te malvagiamente operando, s'ingegna di darti dolente vita e cagione di desiderare la morte, così tu, vivendo, trista la fa' della tua vita".

[021]Maravigliosa cosa è quella della divina consolazione nelle mente de' mortali: questo pensiero, sì com'io arbitro, dal piissimo Padre de' lumi mandato, quasi dagli occhi della mente ogni oscurità levatami, in tanto la vista di quelli, aguzati, rendé chiara che, a me stesso manifestamente scoprendosi il mio errore, non solamente, riguardandolo, me ne vergognai, ma, da compunzione debita mosso, ne lagrimai e me medesimo biasimai forte e da meno ch'io non arbitrava mi reputai. [022]Ma, rasciutte dal viso le misere e le pietose lagrime e confortatomi a dovere la solitaria dimoranza lasciare, la quale per certo offende molto ciascuno il quale della mente è men che sano, della mia camera con faccia assai, secondo la malvagia disposizione trapassata, serena usci'. [023]E, cercando, trovai compagnia assai utile alle mie passioni: colla quale ritrovandomi e in dilettevole parte ricolti secondo la nostra antica usanza, primieramente cominciamo a ragionare con ordine assai discreto delle volubili operazioni della Fortuna, della scioccheza di coloro i quali quella con tutto il desiderio abracciano, e della pazia d'essi medesimi i quali, sì come in cosa stabile, le loro speranze messe fermano. [024]E di quinci alle perpetue cose della natura venimo e al maraviglioso ordine e laudevole di quelle, tanto meno da tutti con ammirazione riguardate quanto più tra noi, senza considerarle, le veggiamo usitate. E da queste passamo alle divine, delle quali appena le particelle estreme si possono da' più sublimi ingegni comprendere, tanto d'eccellenzia trapassano l'intelletti de' mortali. [025]E intorno a così alti e così eccelsi e così nobili ragionamenti il rimanente di quel dì consumamo; da' quali la sopravegnente notte ci costrinse a rimanere a quella volta: e, quasi da divino cibo pasciuto, levatomi e ogni mia passata noia avendo cacciata e quasi dimenticata, consolato alla mia usitata camera mi redussi. [026]E poi che lo usitato cibo assai sobriamente ebbi preso, non potendo la dolceza de' passati ragionamenti dimenticare, grandissima parte di quella notte non senza incomparabile piacere, tutti meco repetendoli, trapassai; e, dopo lungo andare, vincendo la naturale oportunità il mio piacere, soavemente m'adormentai; e con tanta più forza si mise ne' miei sentimenti il sonno, quanto più gli avea il dolce pensiere trapassato di tempo tolto.

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