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Capitolo ICapitolo primo nel quale la donna discrive chi essa fosse, e per quali segnali li suoi futuri mali le fossero premostrati, e in che tempo e dove e in che modo, e di cui ella si innamorasse, col seguìto diletto. [1][001]Nel tempo nel quale la rivestita terra più che tutto l'altro anno si mostra bella, da parenti nobili procreata venni io nel mondo, da benigna fortuna e abondevole ricevuta. [002]Oh maladetto quello giorno, a me più abominevole che alcuno altro, nel quale io nacqui! Oh quanto più felice sarebbe stato se nata non fossi, o se dal tristo parto alla sepoltura fossi stata portata, né più lunga età avessi avuta, che i denti seminati da Cadmo, e ad una ora rotte e cominciate avesse Lachesìs le sue fila! Nella piccola età si sarebbono rinchiusi l'infiniti guai, che ora di scrivere trista cagione mi sono. Ma che giova ora di ciò dolersi? Io ci pure sono, e così è piaciuto e piace a Dio che io ci sia. [003]Ricevuta adunque, sì come è detto, in altissime dilizie, e in esse nutrita, e dalla infanzia nella vaga puerizia tratta, sotto reverenda maestra qualunque costume a nobile giovane conveniente apparai; e come la mia persona negli anni trapassanti crescea, così le mie bellezze, de' miei mali speziale cagione, multiplicavano. [004]Oimè! che io, ancora che picciola fossi, udendole a molti lodare, me ne gloriava, e loro con sollecitudine e arti facea maggiori. Ma già dalla fanciullezza venuta ad età più compiuta, meco dalla natura amaestrata sentendo quali disii a' giovani possano porgere le vaghe donne, conobbi che la mia bellezza, miserabile dono a chi virtuosamente di vivere disidera, più miei coetanei giovinetti e altri nobili accese di fuoco amoroso. [005]E me con atti diversi, male allora da me conosciuti, volte infinite tentarono di quello accendere onde essi ardevano, e che mi doveva più ch'altra non riscaldare, anzi ardere nel futuro; e da molti ancora con istantissima sollecitudine in matrimonio fui adomandata; ma poi che de' molti uno, a me per ogni cosa dicevole, m'ebbe, quasi fuori di speranza cessò la infestante turba degli amanti da sollecitarmi con gli atti suoi. [006]Io adunque, debitamente contenta di tale marito, felicissima dimorai infino a tanto che il furioso amore, con fuoco non mai sentito, non entrò nella giovane mente. Oimè! che niuna cosa fu mai che 'l mio disio o d'alcuna altra donna dovesse chetare, che prestamente a mia satisfazione non venisse. [007]Io era unico bene e felicità singulare del giovane sposo, e così egli da me era igualmente amato, come egli m'amava. Oh quanto più che altra mi potrei dire felice, se sempre in me fosse durato cotale amore! [2][001]Vivendo adunque contenta, e in festa continua dimorando, la Fortuna, sùbita volvitrice delle cose mondane, invidiosa de' beni medesimi che essa avea prestati, volendo ritrarre la mano, né sappiendo da qual parte mettere i suoi veleni, con sottile argomento a' miei occhi medesimi fece all'avversità trovare via; e certo niuna altra che quella onde entrò v'era al presente. [002]Ma l'iddii, a me favorevoli ancora, e a' miei fatti di me più solleciti, sentendo le occulte insidie di costei, vollero, se io prendere l'avessi sapute, armi porgere al petto mio, acciò che disarmata non venissi alla battaglia, nella quale io dovea cadere; e con aperta visione ne' miei sonni, la notte precedente al giorno il quale a' miei danni dovea dare principio, mi chiarirono le future cose in cotale guisa. [3][001]A me, nello ampissimo letto dimorante con tutti i membri risoluti nell'alto sonno, pareva, in uno giorno bellissimo e più chiaro che alcuno altro, essere, non so di che, più lieta che mai; e con questa letizia, me sola fra verdi erbette era avviso sedere in uno prato, dal cielo difeso e da' suoi lumi da diverse ombre d'àlbori vestiti di nuove frondi; e in quello diversi fiori avendo còlti, de' quali tutto il luogo era dipinto, con le candide mani, in uno lembo de' miei vestimenti raccoltili, fiore da fiore sceglieva, e degli scelti leggiadra ghirlandetta faccendo, ne ornava la testa mia. [002]E così ornata levatami, quale Proserpina allora che Pluto la rapì alla madre, cotale m'andava per la nuova primavera cantando; poi, forse stanca, tra la più folta erba a giacere postami, mi posava. [003]Ma non altramenti il tenero piè d'Erudice trafisse il nascoso animale, che me sopra l'erbe distesa una nascosa serpe, venendo tra quelle, parve che sotto la sinistra mammella mi trafiggesse; il cui morso, nella prima entrata degli aguti denti, pareva che mi cocesse; ma poi asicurata, quasi di peggio temendo, mi parea mettere nel mio seno la fredda serpe, imaginando lei dovere, col beneficio del caldo del proprio petto, rendere a me più benigna. [004]La quale, più sicura fatta per quello e più fiera, al dato morso raggiunse la iniqua bocca, e dopo lungo spazio, avendo molto del nostro sangue bevuto, mi parea che, me renitente, uscendo del mio seno, vaga vaga fra le prime erbe col mio spirito si partisse. [005]Nel cui partire il chiaro giorno turbato, dietro a me venendo, mi copria tutta, e secondo l'andare di quella, così la turbazione seguitava, quasi come a lei tirante fosse la moltitudine de' nuvoli appiccata, e seguissela; e non dopo molto, come bianca pietra gittata in profonda acqua a poco a poco si toglie alla vista de' riguardanti, così si tolse agli occhi miei. [006]Allora il cielo di somme tenebre chiuso vidi, e quasi partitosi il sole, e la notte tornata pensai, quale a' Greci tornò nel peccato d'Atreo; e le corruscazioni correvano per quello sanza alcuno ordine, e i crepitanti tuoni spaventavano le terre e me similemente. [007]Ma la piaga, la quale infino a quella ora per la sola morsura m'avea stimolata, piena rimasa del veleno vipereo, non valendovi medicina, quasi tutto il corpo con enfiatura sozzissima pareva che occupasse; laonde io, prima sanza spirito non so come parendomi essere rimasa, e ora sentendo la forza del veleno il cuore cercare per vie molto sottili, per le fresche erbe, aspettando la morte, mi voltolava. [008]E già l'ora di quella venuta parendomi, offesa ancora dalla paura del tempo avverso, sì fu grave la doglia del cuore quella aspettante, che tutto il corpo dormente riscosse, e ruppe il forte sonno. Dopo il quale rotto, sùbita, paurosa ancora delle cose vedute, con la destra mano corsi al morso lato, quello nel presente cercando, che nel futuro m'era apparecchiato; e sanza alcuna piaga trovandolo, quasi rallegrata e sicura, le sciocchezze de' sogni cominciai a deridere, e così vana feci degl'idii la fatica. [009]Ahi, misera a me! Quanto giustamente, se io gli schernii allora, poi con mia grave doglia gli ho veri creduti, e piantili sanza frutto, non meno degl'idii dolendomi, i quali con tanta oscurità alle grosse menti dimostrano li loro segreti, che quasi non mostrati, se non avvenuti, si possono dire! [010]Io adunque, escitata, alzai il sonnacchioso capo, e per picciolo buco vidi entrare nella mia camera il nuovo sole; per che, ogni altro pensiero gittato via, sùbito mi levai. [4][001]Quello giorno era solennissimo quasi a tutto il mondo; per che io con sollecitudine i drappi di molto oro rilucenti vestitimi, e con maestra mano di me ornata ciascuna parte, simile alle dèe vedute da Parìs nella valle d'Ida tenendomi, per andare alla somma festa m'apparecchiai. [002]E mentre che io tutta mi mirava, non altramenti che il paone le sue penne, imaginando di così piacere ad altrui come io a me piacea, non so come, un fiore della mia corona preso dalla cortina del letto mio, o forse da celestiale mano da me non veduta, quella, di capo trattami, cadde in terra; ma io, non curante alle occulte cose dalli idii dimostrate, quasi come non fosse, ripresala, sopra il capo la mi riposi e oltre andai. [003]Oimè, che segnale più manifesto di quello mi potevano dare l'idii? Certo niuno. Questo bastava a dimostrarmi che quel giorno la mia libera anima, e di sé donna, disposta la sua signoria, serva dovea divenire, come divenne. [004]Oh, se la mia mente fosse istata sana, quanto quel giorno a me nerissimo avrei conosciuto! E sanza uscire di casa l'avrei trapassato. Ma l'idii, a coloro verso i quali essi sono adirati, bene che della loro salute porgano ad essi segno, elli privano lui del conoscimento debito; e così ad una ora mostrano di fare il loro dovere, e saziano l'ira loro. [005]La fortuna mia adunque me vana e non curante sospinse fuori; e accompagnata da molte, con lento passo pervenni al sacro tempio, nel quale già il solenne oficio debito a quel giorno si celebrava. [5][001]La vecchia usanza e la mia nobiltà m'aveano tra l'altre donne assai eccellente luogo servato; nel quale poi che assisa fui, servato il mio costume, gli occhi subitamente in giro vòlti, vidi il tempio d'uomini e di donne parimente ripieno, e in varie caterve diversamente operare. [002]Né prima, celebrandosi il sacro oficio, nel tempio sentita fui, che, sì come l'altre volte solea avvenire, così e quella avvenne, che non solamente gli uomini gli occhi torsono a riguardarmi, ma eziandio le donne, non altramenti che se Venere o Minerva, mai più da loro non vedute, fossero in quello loco, là dove io era, nuovamente discese. [003]Oh quante fiate tra me stessa ne risi, essendone meco contenta, e non meno che una dèa gloriandomi di tale cosa! Lasciate adunque quasi tutte le schiere d'i giovini di mirare l'altre, a me si posero dintorno, e diritti quasi in forma di corona mi circuivano, e variamente fra loro della mia bellezza parlando, quasi in una sentenza medesima concludendo la laudavano. [004]Ma io che, con gli occhi in altra parte voltati, mostrava me da altra cura sospesa, tenendo gli orecchi a' ragionamenti di quelli, sentiva disiderata dolcezza, e quasi loro parendomene essere obligata, tale fiata con più benigno occhio li rimirava; e non una volta m'accorsi, ma molte, che di ciò alcuni vana speranza pigliando, co' compagni vanamente sen gloriavano. [6][001]Mentre che io in cotal guisa, poco altrui rimirando e molto da molti mirata, dimoro, credendo che la mia bellezza altrui pigliasse, avvenne che l'altrui me miseramente prese. E già essendo vicina al doloroso punto, il quale o di certissima morte o di vita più che altra angosciosa dovea essere cagione, non so da che spirito mossa, gli occhi, con debita gravità elevati, intra la multitudine d'i circustanti giovani con aguto riguardamento distesi. [002]E oltre a tutti, solo e appoggiato ad una colonna marmorea, a me dirittissimamente un giovane opposto vidi; e, quello che ancora fatto non avea d'alcuno altro, da incessabile fato mossa, meco lui e i suoi modi cominciai ad estimare. [003]Dico che, secondo il mio giudicio, il quale ancora non era da amore occupato, egli era di forma bellissimo, negli atti piacevolissimo e onestissimo nell'abito suo, e della sua giovanezza dava manifesto segnale crespa lanuggine, che pur mo' occupava le guance sue; e me non meno pietoso che cauto rimirava tra uomo e uomo. [004]Certo io ebbi forza di ritrarre gli occhi da riguardarlo alquanto, ma il pensiero dell'altre cose già dette e stimate niuno altro accidente, né io medesima sforzandomi, mi poté tòrre. E già nella mia mente essendo la effigie della sua figura rimasa, non so con che tacito diletto meco la riguardava, e quasi con più argomenti affermate vere le cose che di lui mi parieno, contenta d'essere da lui riguardata, talvolta cautamente se esso mi riguardasse mirava. [005]Ma intra l'altre volte che io, non guardandomi dagli amorosi lacciuoli, il mirai, tenendo alquanto più fermi che l'usato ne' suoi gli occhi miei, mi parve in essi parole conoscere dicenti: "O donna, tu sola se' la beatitudine nostra". [006]Certo, se io dicessi che esse non mi fossero piaciute, io mentirei; anzi sì mi piacquero, che esse del petto mio trassero un soave sospiro, il quale venìa con queste parole: "E voi la mia". Se non che io, di me ricordandomi, gliele tolsi. [007]Ma che valse? Quello che non s'esprimea, il cuore lo 'ntendea con seco, in sè ritenendo ciò che, se di fuori fosse andato, forse libera ancora sarei. Adunque, da questa ora inanzi, concedendo maggiore albitrio agli occhi miei folli, di quello che essi erano già vaghi divenuti gli contentava; e certo, se l'idii, li quali tirano a conosciuto fine tutte le cose, non m'avessono il conoscimento levato, io poteva ancora essere mia. [008]Ma ogni considerazione a l'ultimo posposta, seguitai l'appetito, e subitamente atta divenni a potere essere presa; per che, non altramenti il fuoco se stesso d'una parte in un'altra balestra, che una luce, per uno raggio sottilissimo trascorrendo, da' suoi partendosi, percosse negli occhi miei; né in quelli contenta rimase, anzi, non so per quali occulte vie, subitamente al cuore penetrando ne gio. [009]Il quale, nel sùbito avvenimento di quella temendo, rivocate a sé le forze esteriori, me palida e quasi freddissima tutta lasciò; ma non fu lunga la dimoranza, che il contrario sopravenne, e lui non solamente fatto fervente sentii, anzi le forze, tornate ne' luoghi loro, seco un calore arrecarono, il quale, cacciata la palidezza, me rossissima e calda rendé come fuoco, e quel mirando, onde ciò procedea, sospirai. [010]Né da quella ora inanzi niuno pensiero in me poteo, se non di piacerli. [7][001]A così fatti sembianti esso, sanza mutare luogo, cautissimo riguardava, e forse, sì come esperto in più battaglie amorose, conoscendo con quali armi si dovea la disiata preda pigliare, ciascuna ora con umiltà maggiore pietosissimo si dimostrava e pieno d'amoroso disio. [002]Oimè, quanto inganno sotto sé quella pietà nascondea! La quale, secondo che gli effetti ora dimostrano, partitasi dal cuore, ove mai poi non ritornò, fittizia si fermò nel suo viso. [003]E acciò che io non vada ogni suo atto narrando, de' quali ciascuno era pieno di maestrevole inganno, o egli che l'operasse o i fati che 'l concedessono, in sì fatta maniera andò, che io, oltre ad ogni potere raccontare, da sùbito e inoppinato amore mi trovai presa, e ancora sono. [8][001]Questi adunque, o pietosissime donne, fu colui il quale il mio cuore, con folle estimazione, tra tanti nobili, belli e valorosi giovani, quanti non solamente quivi presenti, ma eziandio in tutta la mia Partenope erano, primo, ultimo e solo elesse per signore della mia vita; questi fu colui il quale io amai e amo più che alcuno altro; questi fu colui il quale essere dovea principio e cagione d'ogni mio male, e, come io spero, di dannosa morte. [002]Questo fu quel giorno nel quale io prima, di libera donna, diventai miserissima serva; questo fu quel giorno nel quale io prima amore, non mai prima da me conosciuto, conobbi; questo fu quel giorno nel quale primamente i venerei veleni contaminarono il puro e casto petto. [003]Oimè misera! quanto male per me nel mondo venne sì fatto giorno! Oimè! quanto di noia e d'angoscia sarebbe da me lontana, se in tenebre si fosse mutato sì fatto giorno! Oimè misera! quanto fu al mio onore nemico sì fatto giorno! Ma che? Le preterite cose malfatte si possono molto più agevolmente biasimare che emendare. [004]Io fui pur presa, sì come è detto; e qualunque si fosse quella, o infernale furia o nemica Fortuna, che alla mia casta felicità invidia portasse, ad essa insidiando, questo dì con isperanza d'infallibile vittoria si potè rallegrare. [005]Soppresa adunque dalla passione nuova, quasi attonita e di me fuori, sedeva infra le donne, e i sacri oficii, a pena da me uditi non che intesi, passare lasciava, e similemente delle mie compagne i ragionamenti diversi. [006]E sì tutta la mente aveva il nuovo e sùbito amore occupata, che o con gli occhi o col pensiero sempre l'amato giovane riguardava, e quasi con meco medesima non sapea qual fine di sì fervente disio io mi chiedessi. [007]Oh quante volte, disiderosa di vederlomi più vicino, biasimai io il suo dimorare agli altri di dietro, quello tiepidezza estimando, che egli usava a cautela! E già mi noiavano i giovani a lui stanti dinanzi, de' quali, mentre io fra loro alcuna volta il mio intendimento mirava, alcuni, credendosi che in loro il mio riguardare terminasse, si credettero forse da me essere amati. [008]Ma mentre che in cotali termini stavano i miei pensieri, si finio l'uficio solenne, e già per partirsi erano le mie compagne levate, quando io, rivocata l'anima che d'intorno alla imagine del piaciuto giovane andava vagando, il conobbi. [009]Levata adunque con l'altre, e a lui gli occhi rivolti, quasi negli atti suoi vidi quello che io ne' miei a lui m'apparecchiava di dimostrare, e mostrai: cioè che il partire mi dolea. Ma pure, dopo alcuno sospiro, ignorando chi elli si fosse, mi dipartii. [9][001]Deh, pietose donne, chi crederà possibile in un punto un cuore così alterarsi? Chi dirà che persona mai più non veduta sommamente si possa amare nella prima vista? Chi penserà accendersi sì di vederla il disio, che, dalla vista di quella partendosi, senta gravissima noia, solo disiderando di rivederla? [002]Chi imaginerà tutte l'altre cose, per adietro molto piaciute, a rispetto della nuova spiacere? Certo niuna persona, se non chi provato l'avrà, o pruova, come fo io. [003]Oimè! che Amore così come ora in me usa crudeltà non udita, così nel pigliarmi nuova legge dagli altri diversa gli piacque d'usare. Io ho più volte udito che negli altri i piaceri sono nel principio levissimi, ma poi, da' pensieri nutricati aumentando le forze loro, si fanno gravi; ma in me così non avvenne, anzi con quella medesima forza m'entrarono nel cuore, che essi vi sono poi dimorati, e dimorano. [004]Amore il primo dì ebbe di me interissima possessione; e certo, sì come il verde legno malagevolissimamente riceve il fuoco, ma quello ricevuto più conserva e con maggiore caldo, così a me adivenne. [005]Io, avanti non vinta da alcuno piacere giamai, tentata da molti, ultimamente vinta da uno, e arsi e ardo, e servai e servo più che altra facesse giamai il preso fuoco. [10][001]Lasciando molti pensieri, che nella mente quella mattina con accidenti diversi mi furono, oltre a' raccontati, dico che di nuovo furore accesa, e con l'anima fatta serva, là onde libera l'avea tratta, mi ritornai. [002]Quivi, poi che nella mia camera sola e oziosa mi ritrovai, da diversi disii accesa e piena di nuovi pensieri e da molte sollecitudini stimolata, ogni fine di quelli nella imaginata effigie del piaciuto giovane terminando, pensai che, se amore cacciare da me non poteasi, almeno cauto si reggesse e occulto nel tristo petto. [003]La qual cosa quanto sia dura a fare nessuno il può sapere, se nol prova: certo io non credo che ella faccia meno noia ch'amore stesso. E in tale proponimento fermata, non sappiendo ancora di cui, me con meco medesima chiamava innamorata. [11][001]Quanti e quali fossero in me da questo amore i pensieri nati, lungo sarebbe a tutti volerli narrare, ma alquanti, quasi sforzandomi, mi tirano a dichiararsi con alcune cose oltre all'usato incominciatemi a dilettare. [002]Dico adunque che, avendo ogni altra cosa posposta, solo il pensare all'amato giovane m'era caro; e parendomi che, in questo perseverando, forse quello che io intendeva celare si potrebbe presummere, me più volte di ciò ripresi. Ma che giovava? Le mie riprensioni davano luogo larghissimo a' miei disii, e inutili si fuggivano co' venti. [003]Io disiderai sommamente più giorni sommamente di sapere chi fosse l'amato giovane, a che nuovi pensieri mi dierono aperta via, e cautamente il seppi; di che non poco contenta rimasi. Similemente gli ornamenti, de' quali io prima, sì come poco bisognosa di quelli, niente curava, mi cominciarono ad essere cari, pensando più, ornata, piacere; e quindi i vestimenti, l'oro, e le perle, e l'altre preziose cose più che prima pregiai. [004]Io infino a quella ora a' templi, alle feste, a' marini liti e a' giardini andata sanza altra vaghezza che solamente con le giovani ritrovarmi, cominciai con nuovo disio i detti luoghi a cercare, pensando che e vedere e veduta potre' essere con diletto. [005]Ma veramente mi fuggì la fidanza, la quale io nella mia bellezza soleva avere, e mai fuori di sè la mia camera non mi avea, sanza prima pigliare del mio specchio il fidato consiglio; e le mie mani, non so da che maestro nuovamente amaestrate, ciascuno giorno più leggiadra ornatura trovando, aggiunta l'artificiale alla naturale bellezza, tra l'altre splendidissima mi rendeano. [006]Gli onori similemente a me fatti per propria cortesia dalle donne, ancora che forse alla mia nobilità s'affacessono, quasi debiti cominciai a volerli, pensando che, al mio amante parendo magnifica, più giustamente mi gradirebbe. L'avarizia, nelle femine innata, da me fuggendosi, cotale mi lasciò, che così le mie cose come non mie m'erano care, e liberale diventai. [007]L'audacia crebbe, e alquanto mancò la feminile tiepidezza, me follemente alcuna cosa più cara reputando che prima. E oltre a tutto questo, gli occhi miei, infino a quel dì stati semplici nel guardare, mutarono modo, e mirabilmente artificiosi divennero al loro uficio. [008]Oltre a queste ancora molte altre mutazioni in me apparirono, le quali tutte non curo di raccontare, sì perché troppo sarebbe lungo, e sì perché credo che voi, sì come me inamorate, conosciate quante e quali sieno quelle ch'a ciascuna avvengano, posta in cotale caso. [12][001]Era il giovane avedutissimo, sì come più volte esperienza rendé testimonio. Egli rade volte e onestissimamente venendo colà dov'io era, quasi quel medesimo avesse proposto che io, cioè di celare in tutto l'amorose fiamme, con occhio cautissimo mi mirava. [002]Certo, s'io negassi che quando ciò avveniva, che io il vedessi, amore, quantunque e' fosse in me sì possente che più non potea, alcuna cosa, quasi l'anima per forza ampliando, crescesse, io negherei il vero. [003]Egli allora in me le fiamme accese faceva più vive, e non so quali spente, se alcuna ve n'era, accendeva. Ma in questo non era sì lieto il principio, che la fine non rimanesse più trista, qualora della vista di quello rimaneva privata; [004]perciò che gli occhi, della loro allegrezza privati, davano al cuore noiosa cagione di dolersi, di che i sospiri e in quantità e in qualità diventavano maggiori, e il disio, quasi ogni mio sentimento occupando, mi toglieva di me medesima e, quasi non fossi dov'era, feci più volte maravigliare chi mi vide, dando poi a cotali accidenti cagioni infinte, da Amore medesimo insegnate. [005]E oltre a questo sovente la notturna quiete e il continuo cibo togliendomi, alcuna volta ad atti più furiosi che sùbiti e a parole mi moveano inusitate. [13][001]Ecco che i cresciuti ornamenti, gli accesi sospiri, i nuovi atti, i furiosi movimenti, la perduta quiete e l'altre cose in me per lo nuovo amore venute, tra gli altri domestici familiari a maravigliarsi mossero una mia balia, d'anni antica e di senno non giovane, la quale, già seco conoscendo le triste fiamme, mostrando di non conoscerle, più fiate mi riprese de' nuovi modi. [002]Ma pure un giorno, me trovando sopra il mio letto malinconosa giacere, vedendo di pensieri carica la mia fronte, poi che d'ogni altra compagnia ci vide libere, così mi cominciò a parlare: [14][001]"O figliuola a me come me medesima cara, quali sollecitudini da poco tempo in qua ti stimolano? Tu niuna ora trapassi senza sospiri, la quale altra volta lieta e senza niuna malinconia sempre vedere solea." [002]Allora io, dopo un gran sospiro, d'uno in altro colore più d'una volta mutatami, quasi di dormire infignendomi e di non averla udita, ora qua e ora là rivolgendomi per tempo prendere alla risposta, appena potendo la lingua a perfetta parola conducere, pur le risposi: [003]"Cara nutrice, niuna cosa nuova mi stimola, né più sento che io mi sia usata; solamente i naturali corsi, non tenenti sempre d'una maniera i viventi, ora più che l'usato mi fanno pensosa." [004]"Certo, figliuola, tu m'inganni," rispose la vecchia balia"né pensi quanto sia grave il fare alle persone atempate credere in parole una cosa, e un'altra negli atti mostrarne; egli non t'è bisogno celarmi quello ch'io, già sono più giorni, in te manifestamente conobbi." [005]Oimè! Che quando io udii così, quasi dolendomi e sperando e crucciandomi, le dissi: "Dunque, se tu il sai, di che adimandi? A te più non bisogna se non celare quello che conosci." [006]"Veramente" disse ella"celerò io quello che non è licito ch'altri sappia; e avanti s'apra la terra e me tranghiotta, che io mai cosa che a te ritorni a vergogna palesi: gran tempo è che io a tenere celate le cose apparai! [007]E perciò di questo vivi sicura, e con diligenzia guarda non altri conosca quello che io, sanza dirlomi tu o altri, ne' tuoi sembianti ho conosciuto; ma se quella sciocchezza, nella quale io ti conosco caduta, ti si conviene, se in quel senno fossi, nel quale già fosti, a te sola il lascerei a pensare, sicurissima che in ciò luogo il mio amaestrare non avrebbe. [008]Ma perciò che questo crudele tiranno, al quale, sì come giovane, non avendo tu presa guardia di lui, semplicemente ti se' sommessa, suole insieme con la libertà il conoscimento occupare, mi piace di ricordarti e di pregarti che tu del casto petto esturbi e cacci via le cose nefande, e ispenghi le disoneste fiamme, e non ti facci a turpissima speranza servente. [009]E ora è tempo da resistere con forza, però che chi nel principio bene contrastette cacciò il villano amore, e sicuro rimase e vincitore; ma chi con lunghi pensieri e lusinghe il nutrica, tardi può poi recusare il suo giogo, al quale quasi voluntario si sommise." [010]"Oimè!" diss'io allora "quanto sono più agevoli a dire queste cose, che a menarle ad effetto!" [011]"Come che elle sieno a fare assai malagevoli, pure possibili sono," disse ella"e fare si convengono. Vedi se l'altezza del tuo parentado, la gran fama della tua virtù, il fiore della tua bellezza, l'onore del mondo presente, e tutte quelle altre cose che a donna nobile deono essere care, e sopra tutte la grazia del tuo marito, da te tanto amato e tu da lui, per questa sola di perdere disideri. [012]Certo volere nol déi, né credo che 'l vogli, se savia teco medesima ti consigli. Dunque, per Dio, ritienti, e i falsi diletti promessi dalla sozza speranza caccia via, e con essi il preso furore. [013]Io, supplicemente, per questo vecchio petto e nelle molte cure afaticato, dal quale tu prima i nutritivi alimenti prendesti, ti priego che tu medesima t'aiuti, e a' tuoi onori provegghi; e i miei conforti in questo non rifiutare: pensa che parte della sanità fu il volere essere guarita." [014]Allora cominciai io: "O cara nutrice, assai conosco vere le cose che narri; ma il furore mi costrigne a seguitare le piggiori, e l'animo consapevole, e ne' suoi disiderii strabocchevole, indarno i sani consigli appetisce; e quello che la ragione vuole è vinto dal regnante furore. [015]La nostra mente tutta possiede e signoreggia Amore con la sua deità, e tu sai che non è sicura cosa alle sue potenze resistere." [016]E questo detto, quasi vinta, sopra le mie braccia ricaddi. Ma ella, alquanto più che prima turbata, con voce più rigida cominciò tali parole: [15][001]"Voi, turba di vaghe giovani, di focosa libidine accese, sospignendovi questa, v'avete trovato Amore essere iddio, al quale più tosto giusto titolo sarebbe furore; e lui di Venere chiamate figliuolo, dicendo che egli dal terzo cielo piglia le forze sue, quasi vogliate alla vostra follia porre necessità per iscusa. [002]O ingannate, e veramente di conoscimento in tutto fuori! Che è quello che voi dite? Costui, da infernale furia sospinto, con sùbito volo visita tutte le terre, non deità, ma più tosto pazzia di chi il riceve; bene che esso non visiti al più se non quelli, i quali, di soperchio abondanti nelle mondane felicità, conosce con gli animi vani e atti a fargli luogo: e questo c'è assai manifesto. [003]Ora non veggiamo noi Venere santissima abitare nelle piccole case, sovenente, solamente e utile al necessario nostro procreamento? Certo sì. Ma questi, il quale per furore Amore è chiamato, sempre le dissolute cose appetendo, non altrove s'accosta che alla seconda fortuna. [004]Questi, schifo così de' cibi alla natura bastevoli come di vestimenti, i dilicati e risplendenti persuade, e con quelli mescola i suoi veleni, occupando l'anime cattivelle; per che costui, così volentieri agli alti palagi colente, nelle povere case rade volte si vede o non giamai, però ch'è pistolenza che sola elegge i dilicati luoghi, sì come più al fine delle sue operazioni inique conformi. [005]Noi veggiamo nell'umile popolo li affetti sani, ma i ricchi, d'ogni parte di ricchezze splendenti, così in questo come nell'altre cose insaziabili, sempre più che il convenevole cercano, e quello che non può chi molto può disidera di potere; de' quali te medesima sento essere una, o infelicissima giovane, in nuova sollecitudine e isconcia entrata per troppo bene." [006]Alla quale, dopo il molto averla ascoltata, io dissi: "O vecchia, taci, e contro agl'iddii non parlare. Tu oramai a questi effetti impotente, e meritamente rifiutata da tutti, quasi volontaria parli contra di lui, quello ora biasimando, che altra volta ti piacque. [007]Se l'altre donne di me più famose, savie e possenti, così per adietro l'hanno chiamato e chiamano, io non gli posso dare nome di nuovo; a lui sono veramente suggetta, quale che di ciò si sia la cagione, o la mia felicità o la mia sciagura, e più non posso. [008]Le forze mie, più volte alle sue oppostesi, vinte, indietro si sono tirate. Adunque o la morte, o il giovane disiato resta per sola fine alle mie pene; alle quali tu, più tosto, se così se' savia com'io ti tengo, porgi consiglio e aiuto, il quale minori le faccia, io te ne priego, o ti rimani d'innasprirle biasimando quello a che l'anima mia, non potendo altro, con tutte le sue forze è disposta." [009]Ella allora sdegnando, e non sanza ragione, sanza rispondermi, non so che mormorando con seco, me, della camera uscita, lasciò soletta. [16][001]Già s'era, sanza più favellarmi, partita la cara balia, li cui consigli male per me rifiutai, e io, sola rimasa, le sue parole nel sollecito petto fra me volgea; e ancora che abagliato fosse il mio conoscimento, di frutto le sentia piene, e quasi ciò che assertivamente avea davanti a lei detto di volere pure seguire, pentendomi, nella mente mi vacillava. [002]E già cominciando a pensare di volere lasciare andare le cose meritevolemente dannose, lei volea richiamare ai miei conforti; ma nuovo e sùbito accidente me ne rivolse, però che nella segreta mia camera, non so onde venuta, una bellissima donna s'offerse agli occhi miei, circundata di tanta luce, che appena la vista la sostenea. [003]Ma pure, stando essa ancora tacita nel mio cospetto, quanto potei per lo lume gli occhi aguzzare, tanto gli pinsi avanti, infino a tanto ch'alla mia conoscenza pervenne la bella forma; e vidi lei ignuda, fuor solamente d'un sottilissimo drappo purpureo, il quale, avegna che in alcune parti il candidissimo corpo coprisse, di quello non altramenti toglieva la vista a me mirante, che posta figura sotto chiaro vetro; [004]e la sua testa, i capelli della quale tanto di chiarezza l'oro passavano, quanto l'oro de' nostri passa li vie più biondi, aveva coperta d'una ghirlanda di verdi mortine, sotto l'ombra della quale io viddi due occhi di bellezza incomparabile, e vaghi a riguardare oltre modo, rendere mirabile luce; e tanto tutto l'altro viso avea bello, quanto qua giù a quello simile non si truova. [005]Ella non diceva alcuna cosa, anzi, o forse contenta che io la riguardassi, overo me vedendo di riguardarla contenta, a poco a poco, fra la fulvida luce, di sé le belle parti m'apriva più chiare; per che io bellezze in lei da non potere con lingua ridire, né sanza vista pensare intra ' mortali, conobbi. [006]La quale, poi che sé da me considerata per tutto s'avide, veggendomi maravigliare e della sua biltate e della sua venuta quivi, con lieto viso e con voce più che la nostra assai soave, così verso me cominciò a parlare: [17][001]"O giovane più che alcuna altra mobile, che per li nuovi consigli della vecchia balia t'apparecchi di fare? Non conosci tu che essi sono molto più difficili a seguitare che l'amore medesimo, che disideri di fuggire? Non pensi tu quanto e quale e come importabile affanno essi ti serbino? Tu, istoltissima, nuovamente nostra, per le parole d'una vecchia, non nostra farti disideri, sì come colei che ancora quali e quanti sieno i nostri diletti non sai. [002]O poco savia, sostieni, e per le nostre parole riguarda se a te quello che al cielo e al mondo è bastato, è assai. Quantunque Febo, surgente coi chiari raggi di Gange, infino all'ora che nell'ond'esperia si tuffa con li lassi carri alle sue fatiche dare requie, vede nel chiaro giorno, e ciò che tra 'l freddo Arturo e 'l rovente polo si inchiude, signoreggia il nostro volante figliuolo sanza alcuno niego. [003]E ne' cieli, non che esso sì come gli altri sia iddio, ma ancora tanto v'è più che gli altri potente, quanto alcuno non ve ne è, che stato non sia per adietro vinto dalle sue armi. Questi con dorate piume leggerissimo in uno momento volando per li suoi regni, tutti li visita, e il forte arco reggendo, sovra il tirato nervo adatta le sue saette, da noi fabricate e temperate nelle nostre acque; e quando alcuno più degno che gli altri elegge al suo servigio, quelle prestissimamente manda ove li piace. [004]Egli commuove le ferocissime fiamme de' giovani, e nelli stanchi vecchi richiama li spenti calori; e con non conosciuto fuoco delle vergini infiamma i casti petti, parimente le maritate e le vedove riscaldando. Questi, con le sue fiaccole riscaldati gl'iddii, comandò per adietro che essi, lasciati i cieli, con falsi visi abitassero le terre. [005]Or non fu Febo, vincitore del gran Fitone, e accordatore delle cetere di Parnaso, più volte da costui suggiogato, ora per Danne, ora per Climenès e quando per Leucotoe e per altre molte? Certo sì; e ultimamente, rinchiusa la sua gran luce sotto la vile forma d'un piccolo pastore, inamorato guardò gli armenti d'Ameto. [006]Giove medesimo, il quale regge il cielo, costrignendolo costui, si vestì minor forma di sé. Egli alcuna volta, in forma di candido uccello movendo l'ali, diede voci più dolci che 'l moriente cigno; [007]e altra volta, divenuto giovenco, e poste alla sua fronte corna, mugghiò per li campi, e i suoi dossi umiliò alli giuochi virginei, e per li fraterni regni con le fesse unghie imitando oficio di remo, con forte petto vietando il profondo, godé della sua rapina. [008]Quello che per Semelè nella propria forma facesse, quello che per Almena mutato in Anfitrione, quello che per Calisto mutato in Diana, o per Danae divenuto oro già fece, non diciamo, ché sarebbe troppo lungo. [009]E il fiero idio dell'armi, la cui rossezza ancora spaventa i giganti, sotto la sua potenza temperò i suoi aspri effetti, e divenne amante. E il costumato al fuoco fabro di Giove, e facitore delle trisulche folgori, da quel di costui più possente fu cotto. E noi similemente, ancora che madre li siamo, non ce ne siamo potute guardare, sì come le nostre lagrime feciono aperto nella morte d'Adone. [010]Ma perché ci fatichiamo noi in tante parole? Niuna deità è nel cielo da costui non ferita, se non Diana: questa sola, ne' boschi dilettandosi, l'ha fuggito; la quale, secondo l'oppinione d'alcuno, non fuggito, ma più tosto nascoso." [011]"Ma se tu forse li essempli del cielo incredula schifi, e cerchi chi del mondo gli abbia sentiti, tanti sono, che da cui cominciare appena ci occorre; ma tanto ti diciamo veramente, che tutti stati sono valorosi. [012]Rimirisi primamente al fortissimo figliuolo d'Almena, il quale, poste giù le saette e la minaccevole pelle del gran leone, sostenne d'acconciarsi alle dita i verdi smeraldi, e di dare legge ai rozzi capelli, e con quella mano, con la quale poco inanzi portata avea la dura mazza e ucciso il grande Anteo, e tirato lo infernale cane, trasse le fila della lana data da Iole dietro al procedente fuso, e li omeri, sopra i quali l'alto cielo s'era posato, mutando spalla Atlante, furono in prima dalle braccia di Iole premuti, e poi coperti, per piacerle, di sottilissimi vestimenti di porpora. [013]Che fece Parìs per costui, che Elena, che Clitemestra, e che Egisto, tutto il mondo il conosce. E similemente di Acchille, di Silla, d'Adriana, di Leandro, e di Didone, e di più molte non dico, ché non bisogna. [014]Santo è questo fuoco, e molto potente, credimi. Udito hai il cielo e la terra suggiogata dal mio figliuolo negl'iddii e negli uomini; ma che dirai tu ancora delle sue forze, estendentisi negli animali irrazionali così celesti come terreni? [015]Per costui la tortola il suo maschio séguita, e le nostre colombe a' suoi colombi vanno dietro con caldissima affezione, e nessuno altro n'è che dalla maniera di questi fugga alcuna volta; e ne' boschi i timidi cervi, fatti tra sé feroci quando costui li tocca, per le disiderate cervie combattono, e mugghiando, delli costui caldi mostrano segnali; [016]e i pessimi cinghiari, divegnendo per ardore spumosi, aguzzano gli eburnei denti; e i leoni africani, da amore tocchi, vibrano i colli. Ma lasciando le selve, dico che i dardi del nostro figliuolo ancora nelle fredde acque sentono le greggi de' marini iddii e de' correnti fiumi. [017]Né crediamo che occulto ti sia quale testimonianza già Nettunno, Glauco e Alfeo e altri assai n'abbiano renduta, non potendo con le loro umide acque, non che spegnere, ma solamente alleviare la costui fiamma; la quale, ancora già sopra terra e nell'acque saputa da ciascuno, se ne venne penetrando la terra, infino al re degli oscuri paludi si fe' sentire. [018]Adunque il cielo, la terra, il mare, lo 'nferno per esperienza conoscono le sue arme; e acciò che io in brievi parole ogni cosa comprenda della potenza di costui, dico che ogni cosa alla natura soggiace, e da lei niuna potenza è libera, e essa medesima è sotto Amore. [019]Quando costui il comanda, gli antichi odii periscono, e le vecchie ire e le novelle dànno luogo alli suoi fuochi; e ultimamente, tanto si stende il suo potere, che alcuna volta le matrigne fa graziose a' figliastri, che è non piccola maraviglia. [020]Dunque che cerchi? Che dubiti? Che mattamente fuggi? Se tanti iddii, tanti uomini, tanti animali da questi sono vinti, tu d'essere vinta da lui ti vergognerai? Tu non sai che ti fare. Se tu forse di sottometterti a costui aspetti riprensione, ella non ci dée potere cadere, perciò che mille falli maggiori, e il seguire ciò che gli altri più di te eccellenti hanno fatto, te, come poco avendo fallito e meno potente che i già detti, renderanno scusata. [021]Ma se queste parole non ti muovono, e pure resistere vorrai, pensa la tua virtù non simile a quella di Giove, né in senno potere aggiugnere Febo, né in ricchezze Iunone, né noi in bellezze; e tutti siamo vinti. Dunque tu sola credi vincere? [022]Tu se' ingannata, e ultimamente pur perderai. Bastiti quello che per innanzi a tutto il mondo è bastato, né ti faccia a ciò tiepida il dire: "Io ho marito, e le sante leggi e la promessa fede mi vietano queste cose"; però che argomenti vanissimi sono contra la costui virtù. [023]Egli, sì come più forte, l'altrui leggi, non curando, anullisce, e dà le sue. Pasife similmente avea marito, e Fedra, e noi ancora, quando amammo. Essi medesimi mariti amano le più volte avendo moglie: riguarda Iansone, Teseo il forte Ettore e Ulisse. [024]Dunque non si fa loro ingiuria, se per quella legge, che essi trattano altrui, sono trattati essi; a loro niuna prerogativa più che alle donne è conceduta, e perciò abandona gli sciocchi pensieri, e sicura ama, com'hai cominciato. [025]Ecco, se tu al potente Amore non vuoi soggiacere, fuggire ti conviene; e dove fuggirai, tu ch'e' non ti séguiti e non ti giunga? Egli ha in ogni luogo iguale potenzia: dovunque tu vai, ne' suoi regni dimori, ne' quali alcuno non li si può nascondere, quando li piace il ferirlo. [026]Bastiti sommamente, o giovane, che di non abominevole fuoco, come Mirra, Semiramìs, Biblìs, Cannace e Cleopatra fece, ti molesti. Niuna cosa nuova dal nostro figliuolo verso te sarà operata: egli ha così leggi, come qualunque altro iddio, alle quali seguire tu non se' la prima, né d'essere ultima déi avere speranza. [027]Se forse al presente ti credi sola, vanamente credi. Lasciamo stare l'altro mondo, che tutto n'è pieno, ma la tua città solamente rimira, la quale infinite compagne ti può mostrare; e ricorditi che niuna cosa, fatta da tanti, meritamente si può dire sconcia. [028]Séguita adunque noi, e la molto raguardata bellezza con la deità nostra ringrazia, la quale del numero delle semplici a conoscere il diletto de' nostri doni t'abbiamo tirata." [18][001]Deh, donne pietose, se Amore felicemente adempia i vostri disii, che dovea io, o che poteva rispondere a tante e tali parole, e di tale dèa, se non: [002]"Sia come ti piace"? Adunque dico che ella già taceva, quando io, le sue parole avendo nello intelletto raccolte, fra me piene d'infinite scuse sentendole, e lei già conoscendo, a ciò fare mi disposi. [003]E subitamente del letto levatami, e poste con umile cuore le ginocchia in terra, così temorosa incominciai: "O singulare bellezza ed etterna, o deità celeste, o unica donna della mia mente, la cui potenza sente più fiera chi più si difende, perdona alla semplice resistenza fatta da me contra l'armi del tuo figliuolo, non conosciuto, e di me sia come ti piace, e, come prometti, a luogo e a tempo merita la mia fede, acciò che io, di te tra l'altre lodandomi, cresca il numero de' tuoi sudditi senza fine." [19][001]Queste parole aveva io a pena dette quando ella, del luogo ove stava mossasi, verso me venne, e con ferventissimo disio nel sembiante abracciandomi, mi baciò la fronte. [002]Poi, quale il falso Ascanio, nella bocca a Didone alitando, accese le occulte fiamme, cotale a me in bocca spirando fece i primi disii più focosi, come io sentii. [003]E aperto alquanto il drappo purpureo, nelle sue braccia, tra le dilicate mammelle, l'effigie dello amato giovine, ravolta nel sottile pallio, con sollecitudini alle mie non dissimili mi fece vedere, e così disse: [20][001]"O giovane donna, riguarda costui: non Lissa, non Geta, non Birria, né loro pari t'abbiamo per amante donato. Egli, per ogni cosa degno d'essere da qualunque dèa amato, te più che se medesimo, sì come noi abbiamo voluto, ama e amerà sempre; e però lieta e sicura nel suo amore t'abandona. [002]Li tuoi prieghi hanno con pietà tocchi li nostri orecchi, sì come degni, e però spera che secondo l'opere sanza fallo merito prenderai." E quinci senza più dire sùbita si tolse agli occhi miei. [21][001]Oimè misera! che io non dubito che, le cose seguite mirando, non Venere costei che m'apparve, ma Tesifone fosse più tosto, la quale, posti più giù gli spaventevoli crini, non altramenti che Giunone la chiarezza della sua deità, e vestita la splendida forma, qual quella si vestì la senile, così mi si fece vedere come essa a Semelè, simigliante consiglio di distruzione ultima, qual fece ella, porgendomi. [002]Il quale io miseramente credendo, o pietosissima fede, o reverenda vergogna, e o castità santissima, delle oneste donne unico e caro tesoro, mi fu cagione di cacciarvi; ma perdonatemi, se penitenza data al peccatore può, sostenuta, perdono alcuna volta impetrare. [22][001]Poi che del mio cospetto si fu partita la dèa, io ne' suoi piaceri con tutto l'animo rimasi disposta; e come che ogni altro senno mi togliesse la passione furiosa che io sostenea, non so per quale mio merito, solo un bene di molti perduti mi fu lasciato: cioè il conoscere che rade volte, o non mai, fu ad amore palese conceduto felice fine. [002]E però tra gli altri miei più sommi pensieri, quanto che egli mi fosse gravissimo a fare, disposi di non preporre alla ragione il volere, nel recare a fine cotale disio. E certo, quanto che io molte volte fossi per diversi accidenti fortissimamente costretta, pur tanta di grazia mi fu conceduta, che sanza trapassare il segno, virilmente sostenendo l'affanno passai. [003]E in verità ancora durano e le forze e tale consiglio, però che, quantunque io scriva cose verissime, sotto sì fatto ordine l'ho disposte, che eccetto colui, che così come io le sa, essendo di tutte cagione, niuno altro, per quantunque avesse aguto l'avedimento, potrebbe chi io mi fossi conoscere. [004]E io lui priego, se mai per aventura questo libretto alle mani gli perviene, che egli per quello amore, il quale già mi portò, che celi quello che a lui né utile né onore può, manifestandol, tornare. [005]E se egli m'ha tolto, sanza averlo io meritato, sé, non mi voglia tòrre quello onore, il quale io, avvegnadio che ingiustamente porto, esso come sé, volendo, non mi potrebbe rendere giamai. [23][001]Cotale proponimento adunque servando, e sotto grave peso di sofferenza domando i miei disii volonterosissimi di mostrarsi, m'ingegnai con occultissimi atti, quando tempo mi fu conceduto, d'accendere il giovane in quelle medesime fiamme ov'io ardea, e di farlo cauto com'io era. [002]E in verità in ciò non mi fu luogo lunga fatica, però che, se ne' sembianti vera testimonianza della qualità del cuore si comprende, io in poco tempo conobbi al mio disiderio essere seguito l'effetto; e non solamente dell'amoroso ardore, ma ancora di cautela perfetta il vidi pieno; il che sommamente mi fu a grado. [003]Esso, con intera considerazione, vago di servare il mio onore e d'adempiere, quando i luoghi e i tempi concedessero, i suoi disii, credo non sanza gravissima pena, usando molta arte, s'ingegnò d'avere la familiarità di qualunque m'era parente, e ultimamente del mio marito; la quale non solamente ebbe, ma ancora con tanta grazia la possedette, che a niuno niuna cosa era a grado, se non tanto quanto con lui la comunicava. [004]Quanto questo mi piacesse, credo che sanza scrivere il conosciate: e chi sarebbe quella sì stolta, che non credesse che sommamente da questa familiarità nacque il potermi alcuna volta, e io a lui, in publico favellare? Ma già parendoli tempo da procedere a più sottili cose, ora con uno e ora con un altro, quando vedeva che io e udire potessi e intenderlo, parlava cose per le quali io, volonterosissima d'imparare, conobbi che non solamente favellando si poteva l'affezione dimostrare ad altrui e la risposta pigliarne, ma eziandio con atti diversi e delle mani e del viso si poteva fare. [005]E ciò piacendomi molto, con tanto avedimento compresi, che né egli a me né io a lui significare voleva alcuna cosa, che assai convenevolmente l'uno l'altro non intendesse. [006]Né a questo contento stando, s'ingegnò, per figura parlando, e d'insegnarmi a tale modo parlare, e di farmi più certa de' suoi disii, me Fiammetta, e sè Panfilo nominando. [007]Oimè! quante volte già in mia presenzia e de' miei più cari, caldo di festa, di cibo e d'amore, fingendo Fiammetta e Panfilo essere stati greci, narrò egli come io di lui e esso di me primamente stati eravamo presi, con quanti accidenti poi n'erano seguitati, e a' luoghi e alle persone pertinenti alla novella dando convenevoli nomi! [008]Certo io ne risi più volte, e non meno della sua sagacità, che della semplicità degli ascoltanti; e tal volta fu ch'io temetti che troppo caldo non trasportasse la lingua disavedutamente ove essa andare non voleva; ma egli, più savio ch'io non pensava, astutissimamente si guardava dal falso latino. [009]O pietosissime donne, che non insegna Amore a' suoi suggetti, e a che non gli fa egli abili ad imparare? Io, semplicissima giovane e a pena potente ad isciogliere la lingua nelle materiali e semplici cose tra le mie compagne, con tanta affezione i modi del parlare di colui raccolsi, che in brieve spazio io avrei di fingere e di parlare passato ogni poeta; e poche cose furono, alle quali, udita la sua posizione, io con una finta novella non dessi risposta decevole. [010]Cose assai, secondo il mio parere, malagevoli ad imprendere, e molto più ad operare ad una giovane, ho raccontate; ma tutte piccolissime e di niuno peso parrebbono, scrivendo io, se la presente materia il richiedesse, con quanta sottile esperienzia fosse per noi provata la fede d'una mia familiarissima serva, alla quale diliberammo di commettere il nascoso fuoco, ancora a niuna altra persona palese, considerando che lungamente sanza gravissimo affanno, non essendovi alcuno mezzo, <non> si poteva servare. [011]Oltre a queste sarebbe lungo il raccontare quanti e quali consigli e per lui e per me a varie cose fossero presi; forse, non che per altrui operati, ma appena che io creda che pensati giammai. Le quali tutte, ancora che io al presente in mio detrimento le conosca operate, non però mi duole d'averle sapute. [24][001]Se io, o donne, non erro imaginando, egli non fu piccola la fermezza degli animi nostri, se con intera mente si guarda quanto difficile cosa sia due amorose menti, e di due giovani, sostenere un lungo tempo che esse, o d'una parte o d'altra da soverchi disii sospinte, della ragionevole via non trabocchino; anzi fu bene tanta e tale, che i più forti uomini, ciò faccendo, laude degna e alta n'acquisterieno. [002]Ma la mia penna, meno onesta che vaga, s'apparecchia di scrivere quelli ultimi termini d'amore, a' quali a niuno è conceduto il potere, né con disio né con opera, andare più oltre. [003]Ma in prima che io a ciò pervenga, quanto più supplicemente posso la vostra pietà invoco, e quella amorosa forza, la quale ne' vostri teneri petti stando, a cotal fine tira i vostri disiri; e priegole che, se il mio parlare vi pare grave (dell'opera non dico, ché so che, se a ciò state non sete già, d'esservi disiate), che esse prontissime in voi surgano alla mia scusa. [004]E tu, o onesta vergogna, tardi da me conosciuta, perdonami, e alquanto ti priego che qui presti luogo alle timide donne, acciò che, da te non minacciate, sicure di me leggano ciò che di sé, amando, disiano. [25][001]L'un giorno a l'altro dopo traevano con isperanza sollecita i suoi e miei disii; e ciò ciascheduno agramente portava, avvegna che l'uno il dimostrasse a l'altro occultamente parlando, e l'altro a l'uno di ciò si mostrasse schifo oltre modo, sì come voi medesime, le quali forse forza cercate a ciò che più vi sarebbe a grado, sapete che sogliono le donne amate fare. [002]Esso adunque, in ciò poco alle mie parole credevole, luogo e tempo convenevole riguardato, più in ciò che li avvenne aventurato che savio, e con più ardire che ingegno, ebbe da me quel che io, sì come egli, bene che del contrario infignessimi, disiava. [003]Certo, se questa fosse la cagione per la quale io l'amassi, io confesserei che ogni volta che ciò nella memoria mi tornasse, mi fosse dolore a niuno altro simile; ma in ciò mi sia Iddio testimonio, che cotale accidente fu e è cagione menomissima dell'amore che io gli porto. [004]Non per tanto niego che ciò e ora e allora non mi fosse carissimo: e chi sarebbe quella sì poco savia, che una cosa ch'amasse non volesse, anzi che lontana, vicina? e quanto maggiore fosse l'amore, più sentirsela presso? Dico adunque che dopo cotale avenimento, da me avanti non che saputo, ma pure pensato, non una volta, ma molte con sommo piacere e la fortuna e il nostro senno ci consolò lungo tempo a tale partito, avvegna che a me ora in brieve più che alcuno vento fuggitosi mi si mostri. [005]Ma mentre questi così lieti tempi passavano, sì come Amore veramente può dire, il quale solo testimonio ne posso dare, alcuna volta non fu sanza tema a me licito il suo venire, ch'egli per occulto modo non fosse meco. [006]Oh quanto gli era la mia camera cara, e come lieta essa lui vedea volontieri! Io lui conobbi ad esso più reverente che alcun tempio. Oimè! quanti piacevoli basci, quanti amorosi abracciari, quante notti, ragionando, graziose più che 'l chiaro giorno sanza sonno passate, quanti altri diletti cari ad ogni amante in quella avemmo ne' lieti tempi! [007]O santissima vergogna, durissimo freno alle vaghe menti, perché non ti parti tu, pregandotene io? Perché ritieni tu la mia penna, a dimostrare atta gli avuti beni, acciò che mostrati interamente, le seguite infelicità avessero forza maggiore di porre per me pietà negli amorosi petti? Oimè! che tu m'offendi credendomi forse giovare: io disiderava di dire più cose, ma tu non mi lasci. [008]Quelle adunque alle quali tanto di privilegio ha la natura prestato, che per le dette possano quelle che si tacciono comprendere, a l'altre non così savie il manifestino. [009]Né alcuna me, quasi non conoscente di tanto, stolta dica, ché assai bene conosco, che più sarebbe il tacere stato onesto, che ciò manifestare che è scritto; ma chi può resistere ad Amore, quando egli, tutte le sue forze operando, s'oppone? [010]Io a questo punto lasciai più volte la penna, e più volte da lui infestata la ripresi, e ultimamente a colui, al quale io ne' principii non seppi, libera ancora, resistere, convenne che io serva ubbidissi. Egli mi mostrò altrettanto i diletti nascosi valere, quanto i tesori sotto la terra occultati. [011]Ma perché mi diletto io tanto intorno a queste parole? Io dico che io allora più volte ringraziai la santa dèa promettitrice e datrice di que' diletti. [012]Oh quante volte io i suoi altari visitai con incensi, coronata delle sue fronde, e quante volte biasimai i consigli della vecchia balia! E oltre a questo, lieta sopra tutte l'altre compagne, scherniva i loro amori, quelli ne' miei parlari biasimando, che più nell'animo m'era caro, fra me sovente dicendo: [013]"Niuna è amata com'io, né ama giovane degno come io amo, nè con tanta festa gli amorosi frutti coglie come colgo io". [014]Io, brievemente, aveva il mondo per nulla, e con la testa mi pareva il cielo toccare, e nulla mancare a me al sommo colmo della beatitudine tenere reputava, se non solamente in aperto mostrare la cagione della mia gioia, estimando meco medesima che così a ciascheduna persona, come a me, dovesse piacere quel che a me piaceva. [015]Ma tu, o vergogna, dall'una parte, e tu, paura, dall'altra, mi riteneste, minacciandomi l'una d'etterna infamia, e l'altra di perdere ciò che nemica Fortuna mi tolse poi. [016]Adunque, sì come piacque ad Amore, in cotale guisa più tempo, sanza avere invidia d'alcuna donna, lieta amando vissi, e assai contenta, non pensando che il diletto, il quale io allora con ampissimo cuore prendeva, fosse radice e pianta di miseria nel futuro, sì come io al presente sanza frutto miseramente conosco. |