|
|
||||
|
|
|
Capitolo IICapitolo secondo nel quale madonna Fiammetta discrive la cagione del dipartire del suo amante da lei, e la partita di lui, e il dolore a lei seguìtone nel partire. [1][001]Mentre che io, o carissime donne, in così lieta e graziosa vita, come di sopra è discritta, menava i giorni miei, poco alle cose future pensando, la nemica Fortuna a me di nascoso temperava i suoi veleni, e me con animosità continua, non conoscendolo io, seguitava. [002]Né bastandole d'avermi, di donna di me medesima, fatta serva d'Amore, veggendo che dilettevole già m'era cotale servire, con più pugnente ortica s'ingegnò d'afliggere l'anima mia. [003]E venuto il tempo da lei aspettato, m'apparecchiò, sì come appresso vedrete, i suoi assenzii, i quali a me, mal mio grado, convenuti gustare, la mia allegrezza in tristizia, e il dolce riso in amaro pianto mutarono. [004]Le quali cose, non che sostenendole, ma pure pensando il doverle altrui scrivendo mostrare, tanta di me stessa compassione m'assalisce che, quasi ogni forza togliendomi, e infinite lagrime agli occhi recandomi, appena il mio proposito lascia ad effetto perducere; il quale, quantunque male io possa, pure m'ingegnerò di fornire. [2][001]Noi, egli e io, come caso venne, essendo il tempo per piove e per freddo noioso, nella mia camera, menando la tacita notte le sue più lunghe dimore, riposando nel ricchissimo letto insieme dimoravamo; e già Venere, molto da noi faticata, quasi vinta ci dava luogo, e uno lume grandissimo, in una parte della camera acceso, gli occhi suoi della mia bellezza faceva lieti, e i miei similemente faceva della sua. [002]Li quali, mentre che di quella, parlando io cose varie, essi soperchia beveano, quasi d'essa inebriata la luce loro, non so come per piccolo spazio da ingannevole sonno vinti, toltemi le parole, stettero chiusi. [003]Il quale così soave da me passando com'era entrato, del caro amante ramarichevoli mormorii sentirono i miei orecchi; e sùbito della sua sanità in varii pensieri messa, volli dire: "Che ti senti?". [004]Ma vinta da nuovo consiglio mi tacqui, e con occhio acutissimo, e con orecchia sottile, lui nell'altra parte del nostro letto rivolto, cautamente mirandolo, per alcuno spazio l'ascoltai. [005]Ma nulla delle sue voci presero gli orecchi miei, bene che lui, in singhiozzi di gravissimo pianto affannato, e il viso parimente e il petto bagnato di lagrime conoscessi. [006]Oimè! quali voci mi sarieno sofficienti ad esprimere quale in tale aspetto, la cagione ignorando, l'anima mia divenisse mirandolo? E' mi corsero mille pensieri che la mente in un momento, e quasi tutti terminavano in uno: cioè che egli, amando altra donna, contra voglia dimorasse in tal modo. [007]Le mie parole furono più volte infino alle labbra per dimandarlo qual fosse la sua noia; ma dubitando che vergogna non gli porgesse l'essere da me trovato piagnendo, si ritraevano indietro; e similemente trassi gli occhi più volte da riguardarlo, acciò che le calde lagrime cadenti da quelli, venendo sopra di lui, non gli dessero materia di sentire che egli fosse da me veduto. [008]Oh quanti modi, impaziente, pensai da operare acciò che egli desta mi sentisse non averlo sentito, e a niuno m'accordava! Ma ultimamente, vinta dal disio di sapere la cagione del suo pianto, acciò che egli a me si volgesse, quali coloro che ne' sogni, o da caduta o da bestia crudele o da altro spaventati, subitamente pavidi si riscuotono, il sogno e il sonno ad una ora rompendo, cotale sùbita con voce pavida mi riscossi, l'uno de' miei bracci gittando sopra i suoi omeri. [009]E certo lo 'nganno ebbe luogo, però che egli, lasciando le lagrime, con infinta letizia sùbito a me si volse, e disse, con voce pietosa: "O anima mia bella che temesti?" Al quale io, sanza intervallo risposi: "Parevami ch'io ti perdessi." [010]Oimè! che le mie parole, non so da che spirito pinte fuori, furono del futuro e agurio e verissime anunziatrici, come ora veggo. Ma egli rispose: "O carissima giovane, morte, non altri, potrà che tu mi perda operare." [011]E queste parole seguì sanza mezzo un gran sospiro, del quale non fu sì tosto da me, che de' primi pianti disiderava sapere, la cagione dimandata, che l'abondanti lagrime da' suoi occhi, come da due fontane, cominciarono a scaturire, e il male rasciutto petto di lui a bagnare con maggiore abondanza; e me in grave doglia e già lagrimante tenne per lungo spazio sospesa, sì lo 'mpediva il singhiozzo del pianto, anzi che alle mie molte dimande potesse rispondere. [012]Ma poi che libero alquanto dall'impeto si sentio, con voce spesso rotta dal pianto così mi rispose: [3][001]"O a me carissima donna, e da me amata sopra tutte le cose, sì come gli effetti aperto ti possono mostrare, se i miei pianti meritano fede alcuna, credere puoi non sanza cagione amara con tanta abondanza spandono lagrime gli occhi miei, qualora nella memoria mi torna quello che ora, in tanta gioia con teco stando, mi vi tornò: e cioè solamente il pensare che di me due fare non posso, com'io vorrei, acciò che ad Amore e alla debita pietà ad un'ora satisfare potessi, qui dimorando e là, dove necessità strettissima mi tira per forza, andando. [002]Dunque non potendosi, in afflizione gravissima il mio cuore misero ne dimora, sì come colui che, da una parte traendo pietà, è fuori delle tue braccia tirato, e dall'altra in quelle con somma forza da Amore ritenuto." [003]Queste parole m'entrarono nel misero cuore con amaritudine mai non sentita, e ancora che bene non fossero prese dallo 'ntelletto, nondimeno quante più di quelle riceveano gli orecchi attenti a' danni loro, tante più, in lagrime convertendosi, n'uscivano per gli occhi, lasciando nel cuore il loro effetto nemico. [004]Questa fu la prima ora, che io sentii dolori al mio piacere più nimichevoli; questa fu quell'ora, che sanza modo lagrime mi fe' spandere, mai prima da me simili non sparte; le quali niuna sua parola né conforto, di che assai era fornito, poteva ristrignere. [005]Ma poi che per lungo spazio ebbi pianto amaramente, quanto potei il pregai ancora che più chiara qual pietà il traeva delle mie braccia mi dimostrasse; ond'egli, non ristando però di piagnere, così mi disse: [4][001]"La inevitabile morte, ultimo fine delle cose nostre, di più figliuoli nuovamente me solo ha lasciato al padre mio, il quale, d'anni pieno e sanza sposa, solo d'alcuno fratello, sollecito a' suoi conforti, rimaso, sanza speranza alcuna di più averne, me a consolazione di lui, il quale egli già sono più anni passati non vide, richiama a rivederlo. [002]Alla qual cosa fuggire, per non lasciarti, già sono più mesi varie maniere di scuse ho trovate; e ultimamente non accettandone alcuna, per la mia puerizia nel suo grembo teneramente allevata, per l'amore da lui verso di me continuamente portato, e per quello che a lui portare debbo, e per la debita obedienza filiale, e per qualunque altra cosa più grave puote, continuo mi scongiura che a rivedere lo vada. [003]E oltre a ciò da amici e da parenti con prieghi solenni me ne fa stimolare, dicendo infine sé la misera anima cacciare dal corpo sconsolata, se me non vede. [004]Oimè, quanto sono le naturali leggi forti! Io non ho potuto fare, né posso, che nel molto amore che io ti porto non abbia trovato luogo questa pietà; onde avendo in me, con licenza di te, diliberato d'andare a rivederlo, e con lui dimorare a sua consolazione alcuno picciolo spazio di tempo, non sappiendo come sanza te vivere mi possa, di tale cosa ricordandomi, tuttavia meritamente piango." E qui si tacque. [5][001]Se alcuna di voi fu mai, o donne, a cui io parlo, alla quale, ferventemente amando, tale caso adivenisse, colei sola spero che possa conoscere quale allora fosse la mia tristizia; a l'altre non curo di dimostrarlo, però che così come ogni altro essemplo che il detto, così ogni parlare ci sarebbe scarso. [002]Io dico sommariamente che, udendo io queste parole, l'anima mia cercò di fuggire da me, e sanza dubbio credo fuggita sariesi, se non che sé di colui nelle braccia, cui più amava, si sentia stare; ma nondimeno paurosa rimasa, e occupata da grave doglia, lungamente mi tolse il potere dire alcuna cosa. [003]Ma poi che per alquanto spazio si fu assuefatta a sostenere il mai più non sentito dolore, a' miseri spiriti rendé le paurose forze, e gli occhi, rigidi divenuti, ebbero copia di lagrimare, e la lingua di dire alcuna parola. Per che, al signore della mia vita rivolta, così li dissi: [6][001]"O ultima speranza della mia mente, entrino le mie parole nella tua anima con forza di mutare il proposito, acciò che, se così m'ami come dimostri, e la tua vita e la mia cacciate non sieno del tristo mondo prima che venga il dì segnato. [002]Tu, da pietà tirato e da amore, in dubbio poni le cose future; ma certo, se le tue parole per adietro sono state vere, con le quali me da te essere stata amata non una volta, ma molte hai affermato, niuna altra pietà a questa potenza dée potere resistere, né mentre che io vivo altrove tirarti; e odi perché. [003]Egli t'è manifesto, se tu séguiti quel che parli, in quanto dubbio tu lasci la vita mia, la quale appena per adietro s'è sostenuta quel giorno che io non t'ho potuto vedere. Dunque puoi essere certo che, cessandoti tu, ogni allegrezza da me si partirà. [004]E ora bastasse questo! Ma chi dubita che ogni tristizia mi sopraverrà, la quale forse, e sanza forse, m'ucciderà? Ben déi oramai conoscere quanta forza sia nelle tenere giovani a potere così avversi casi con forte animo sostenere! [005]Se forse vuogli dire che io per adietro, amando saviamente e con forza, gli sostenni maggiori, certo io il confesso in parte, ma la cagione era molto diversa da questa: la mia speranza, posta nel mio volere, mi faceva lieve quello che ora nell'altrui mi graverà. [006]Chi mi negava, quando il disio m'avesse pure oltre ad ogni misura costretta, che io te, così di me com' io di te innamorato, non avessi potuto avere? Certo nessuno; quello che, essendomi tu lontano, non m'avverrà. [007]Oltre a ciò, io allora non sapeva più che per vista chi tu ti fossi, bene che io t'estimassi da molto; ma ora io il conosco, e sento per opera che tu se' da avere troppo più caro che non mi mostrava allora il mio imaginare, e sei adivenuto mio con quella certezza che gli amanti possono essere dalle donne tenuti loro. [008]E chi dubita ch'egli non sia molto maggiore dolore il perdere ciò che altri tiene, che quello che egli spera di tenere, ancora che la speranza debba riuscire vera? E però, bene considerando, assai aperta si vede la morte mia. [009]Dunque la pietà del vecchio padre, preposta a quella che di me déi avere, mi sarà di morte cagione, e tu non amatore, ma nemico, se così fai. Deh, vorrai tu, o potrail fare, pure che io il consenta, i pochi anni al vecchio padre serbati ai molti, che ancora a me ragionevolemente si debbono, antiporre? [010]Oimè, che iniqua pietà sarà questa? È egli tua credenza, o Panfilo, che niuna persona, sia di te quantunque egli vuole o puote per parentado di sangue o per amistà congiunta, t'ami sì come io t'amo? Male credi, se di sì credi: veramente niuno t'ama così come io. [011]Dunque, se io più t'amo, più pietà merito, e perciò degnamente antiponmi, e di me essendo pietoso, di ogni altra pietà ti dispoglia ch'offenda questa, e sanza te lascia riposare il tuo padre, e così come, tu non con lui, lungamente è vivuto, se li piace, per inanzi si viva; e se no, muoiasi. [012]Egli è fuggito molti anni al mortal colpo, s'io odo il vero, e più c'è vivuto che non si conviene; e s'egli con fatica vive, come i vecchi fanno, sarà vie maggiore pietà di te verso lui il lasciarlo morire, che più in lui con la tua presenza prolungare la fatichevole vita. [013]Ma me, che guari sanza te vivuta non sono, né vivere saprei senza te, si conviene d'aiutare, la quale, giovanissima ancora, con teco aspetto molti anni di vivere lieti. Deh, se la tua andata quello nel tuo padre dovesse operare che in Esone i medicamenti di Medea operarono, io direi la tua pietà giusta, e comanderei che s'adempiesse, ancora che dura mi fosse; ma non sarà cotale né potrebbe essere, e tu il sai. [014]Or ecco, se tu, forse più che io non credo crudele, di me, la quale per tua elezione non isforzato hai amata e ami, sì poco ti cale, che tu vogli pure al mio amore preporre la pietà perduta del vecchio, il quale è tale quale il ti diè la fortuna, almeno di te medesimo t'incresca più che di me o di lui; il quale, se i tuoi sembianti in prima, e poi le tue parole non m'hanno ingannata, più morto che vivo ti se' mostrato qual ora per accidente sanza vedermi hai trapassata. [015]E ora a sì lunga dimora, chente richiede la male venuta pietà, sanza vedermi ti credi potere dimorare? Deh, per Dio, attentamente riguarda, e vedi te possibile a morte ricevere (se per lungo dolore avviene che l'uomo si muoia, com'io intendo) per l'altrui vita, di questa andata; la quale che a te sia durissima, le tue lagrime, e del tuo cuore il movimento, il quale ne l'ansio petto sanza ordine battere ti sento, dimostrano; e se morte non te ne segue, vita piggiore che morte non te ne falla. [016]Oimè! che lo inamorato mio cuore insieme dalla pietà che a me medesima porto, e da quella che per te sento, è ad una ora costretto! [017]Per che io ti priego che tu sì sciocco non sii, che movendoti a pietà d'alcuna persona, e sia chi vuole, tu vogli te a grave pericolo di te medesimo sottoporre: pensa che chi sé non ama, niuna cosa possiede. Tuo padre, di cui tu se' ora pietoso, non ti diede al mondo perché tu stesso divenissi cagione di tortene. [018]E chi dubita che, se a lui fosse la nostra condizione licito discoprire, che egli, essendo savio, non dicesse più tosto "Rimanti" che "Vieni"? E se a ciò discrezione nollo inducesse, egli ve lo inducerebbe pietà; e questo credo che assai ti sia manifesto. [019]Dunque fa' ragione che quello giudicio ch'e' darebbe, se la nostra causa sapesse, che egli l'abbia saputa e dato, e per la sua medesima sentenza lascia stare questa andata, a me e a te parimente dannosa. [020]Certo, carissimo signor mio, assai possenti cagioni sono le già dette da doverle seguire, e rimanerti, considerando ancora dove tu vai: ché posto che colà vadi onde nascesti, luogo naturalmente oltre ad ogni altro amato da ciascheduno, nondimeno, per quello ch'io abbia già da te udito, egli t'è per accidente noioso, però che, sì come tu medesimo già dicesti, la tua città è piena di voci pompose e di pusillanimi fatti, serva non a mille leggi, ma a tanti pareri quanti v'ha uomini, e tutta in arme e in guerra così cittadina come forestiera fremisce, di superba, avara e invidiosa gente fornita, e piena di innumerabili sollecitudini: cose tutte male all'animo tuo conformi. [021]E quella che di lasciare t'apparecchi so che conosci lieta, pacefica, abondevole, magnifica e sotto ad uno solo re: le quali cose, se io alcuna conoscenza ho di te, assai ti sono gradevoli. [022]E oltre a tutte le cose contate, ci sono io, la quale tu in altra parte non troverai. Dunque lascia l'angosciosa proposta, e mutando consiglio, alla tua vita e alla mia insieme, rimanendo, provedi; io te ne priego." [7][001]Le mie parole in molta quantità le sue lagrime aveano cresciute, delle quali co' baci mescolati assai ne bevvi. Ma egli, dopo molti sospiri, così mi rispose: "O sommo bene dell'anima mia, senza niuno fallo vere conosco le tue parole, e ogni pericolo in quelle narrato m'è manifesto; [002]ma acciò che io, non come io vorrei, ma come la necessità presente richiede, brievemente risponda, ti dico che il potere con uno corto affanno solvere un debito grande credo da te mi si debba concedere. [003]Pensare déi e essere certa che, bene che la pietà del vecchio padre mi stringa assai, e debitamente, non meno, ma molto più quella di noi medesimi mi costrigne; la quale, se lecita fosse a discoprire, scusato mi parrebbe essere, presummendo che, non che da mio padre solo, ma ancora da qualunque altro fosse giudicato quel che dicesti, e lascerei il vecchio padre, sanza vedermi, morire. [004]Ma convenendo questa pietà essere occulta, sanza quella palese adempiere, non veggo come sanza gravissima riprensione e infamia fare lo potessi. [005]Alla quale riprensione fuggire, adempiendo il mio dovere, tre o quattro mesi ci torrà di diletto fortuna, dopo i quali, anzi inanzi che compiuti sieno, sanza fallo mi rivedrai nel tuo cospetto tornato a me come te medesima rallegrare. [006]E se il luogo al quale io vo è così spiacevole come fai, ché è così a rispetto di questo, essendoci tu, ciò ti dée essere molto a grado, pensando che, dove altra cagione a partirmi quindi non mi movesse, per forza le qualità del luogo al mio animo avverse me ne farebbono partire, e qui tornare. [007]Dunque concedasi questo da te, che io vada; e come per adietro ne' miei onori e utili se' istata sollecita, così in questo ora divieni paziente, acciò che io, conoscendo a te gravissimo l'accidente, più sicuro per inanzi mi renda che in qualunque caso ti sia l'onore mio quant'io stato caro." [8][001]Egli avea detto, e tacevasi, quand'io così ricominciai a parlare: "Assai chiaro conosco ciò che fermato nell'animo non pieghevole porti, e appena mi pare che in quello raccoglier vogli pensando di quante e quali sollecitudini la mia anima lasci piena da me lontanandoti; la quale niuno giorno, niuna notte, niuna ora sarà sanza mille paure: io starò in continuo dubbio della tua vita, la quale io priego Idio che sopra i miei dì la distenda quanto tu vogli. [002]Deh, perché con soperchio parlare mi voglio io stendere dicendole ad una ad una? Egli non ha, brievemente, il mare tante arene, né il cielo stelle, quante cose dubbiose e di pericolo piene possono tuttodì intervenire a' viventi; le quali tutte, partendoti tu, sanza dubbio spaventandomi m'offenderanno. [003]Oimè, trista la vita mia! Io mi vergogno di dirti quello che nella mia mente mi viene, ma però che quasi possibile per le cose udite mi pare, costretta tel pur dirò. [004]Or se tu ne' tuoi paesi, ne' quali io ho udito più volte essere quantità infinita di belle donne e vaghe, atte bene ad amare e ad essere amate, una ne vedessi che ti piacesse, e me dimenticassi per quella, qual vita sarebbe la mia? Deh, se così m'ami come dimostri, pensalo come faresti tu, se io per altrui ti cambiassi! [005]La qual cosa non sarà mai: certo io con le mie mani, anzi che ciò adivenisse, m'ucciderei. Ma lasciamo stare questo, e di quello, che noi non disideriamo che avvenga, non tentiamo con tristo annunzio gl'idii. [006]Se a te pure fermo giace nell'animo il partire, con ciò sia cosa che niuna altra cosa mi piaccia, se non piacerti, a ciò volere di necessità mi conviene disporre. Tuttavia, se essere può, io ti priego che in questo tu segui il mio volere, cioè in dare alla tua andata alcuno indugio, nel quale io, imaginando il tuo partire, con continuo pensiero possa apparare a sofferire d'essere sanza te. [007]E certo questo non ti dée essere grave: il tempo medesimo, il quale ora la stagione mena malvagio, m'è favorevole. Non vedi tu il cielo, pieno d'oscurità, continuo minacciare gravissime pistolenze alla terra con acque, con nevi, con venti, e con ispaventevoli tuoni? E come tu déi sapere, ora per le continue piove ogni piccolo rivo è divenuto un grande e un possente fiume. [008]Chi è colui che sì poco se medesimo ami, che in così fatto tempo si metta a caminare? Dunque, in questo fa' il mio piacere; il quale se fare non vuoli, fa il tuo dovere: [009]lascia i dubbiosi tempi passare, e aspetta il nuovo, nel quale e tu meglio e con meno pericolo anderai; e io, già coi tristi pensieri costumata, più pazientemente aspetterò la tua ritornata." [9][001]A queste parole egli non indugiò la risposta, ma disse: "Carissima giovane, l'angosciose pene, e le sollecitudini varie, nelle quali io contro a mio piacere ti lascio, e meco sanza dubbio ne porto l'une e l'altre, mitighi la lieta speranza della futura tornata; [002]né di quello che così qui come altrove, quando tempo sarà, mi dée giungere, cioè la morte, è senno d'averne pensiero, né de' futuri accidenti a nuocere possibili e a giovare: ovunque l'ira o la grazia di Dio coglie l'uomo, quivi e il bene e il male, sanza potere altro, gli conviene sostenere. [003]Adunque queste cose, sanza badarci, nelle mani di lui, meglio di noi consapevole de' nostri bisogni, le lascia stare, e a lui con prieghi solamente adimanda che vengano buone. [004]Che mai di niuna donna io sia altro che di Fiammetta, appena, pure se io il volessi, il potrebbe fare Giove, con sì fatta catena ha il mio cuore Amore legato sotto la tua signoria. [005]E di ciò ti rendi sicura, che prima la terra porterà le stelle, e il cielo arato da' buoi producerà le mature biade, che Panfilo sia d'altra donna che tuo. [006]L'allungare di spazio che chiedi alla mia partita, se io il credessi a te e a me utile, più volontieri che tu nol chiedi il farei; ma tanto quanto quello fosse più lungo, cotanto il nostro dolore sarebbe maggiore. [007]Io, ora partendomi, prima sarò tornato, che quello spazio sia compiuto, il quale chiedi per apparare a sofferire; e quella noia in questo mezzo avrai, non essendoci io, che avresti pensando al mio dovermi partire. [008]E alla malvagità del tempo, sì come altra volta uso di sostener, ne prenderò io salutevole rimedio; il quale volesse Idio che così ritornando già l'operassi, come partendomi il saprò operare. [009]E perciò con forte animo ti disponi a ciò che, quando pure fare si conviene, è meglio sùbito operando passare, che con tristizia e paura di farlo aspettare." [10][001]Le mie lagrime, quasi nel mio parlare allentate, altra risposta attendendo, udendo quella, crebbero in molti doppii; e sopra il suo petto posata la grave testa, lungamente dimorai sanza più dirli, e varie cose nell'animo rivolgendo, né affermare sapea, né negare ciò ch'e' dicea. [002]Ma, oimè! chi avrebbe a quelle parole risposto se non: "Fa' quello che ti piace, torni tu tosto"? Niuna, credo; e io, non sanza gravissima doglia e molte lagrime, dopo lungo indugio così gli risposi, aggiugnendoli che gran cosa, se egli viva nel suo tornaremi trovasse, sanza dubbi sarebbe. [11][001]Queste parole dette, l'uno confortato da l'altro rasciugammo le lagrime, e a quelle ponemmo sosta per quella notte; e servato l'usato modo, anzi la sua partita, che pochi giorni fu poi, me più volte venne a rivedere, bene che assai d'abito e di volere trasmutata dal primo mi rivedesse. [002]Ma venuta quella notte, la quale dovea essere ultima de' miei beni, con ragionamenti varii, non sanza molte lagrime, trapassammo; la quale, ancora che per la stagione del tempo fosse delle più lunghe, brevissima mi parve che trapassasse. [003]E già il giorno, agli amanti nemico, cominciato avea a tòrre la luce alle stelle; del quale vegnente poi che 'l segno venne alle mie orecchie, strettissimamente lui abracciai, e così dissi: [12][001]"O dolce signor mio, chi mi ti toglie? Quale idio con tanta forza la sua ira verso di me adopera, che, me vivente, si dica: "Panfilo non è dove la sua Fiammetta dimora"? [002]Oimè! che io non so ora ove ne vai tu. Quando sarà che io più ti debba abracciare? Io dubito che non mai; io non so ciò che 'l cuore miseramente indovinando mi si va dicendo." [003]E così amaramente piagnendo, e riconfortata da lui, più volte il baciai. Ma dopo molti stretti abracciari, ciascuno pigro a levarsi, la luce del nuovo giorno strignendoci, pur ci levammo. [004]E apparecchiandosi egli già di darmi li baci estremi, prima, lagrimando, cotali parole li cominciai: [13][001]"Signor mio, ecco tu te ne vai, e in brieve la tornata prometti; facciami di ciò, se ti piace, la tua fede sicura, sicchè, io, a me non parendomi invano pigliare le tue parole, di ciò prenda, quasi come di futura fermezza, alcuno conforto aspettando." [002]Allora egli, le sue lagrime con le mie mescolando, al mio collo, credo per la fatica dell'animo, grave pendendo, con debole voce disse: "Donna, io ti giuro per lo luminoso Appollo, il quale ora surgente oltre a' nostri disii con velocissimo passo, di più tostana partita dando cagione, e li cui raggi io attendo per guida; [003]e per quello indissolubile amore ch'io ti porto, e per quella pietà che ora da te mi divide, che il quarto mese non uscirà, che, concedendolo Idio, tu mi vedrai qui tornato." [004]E quindi, presami con la sua destra la mia destra mano, a quella parte si volse, dove le sacre imagini de' nostri idii figurate vedeansi, e disse: "O santissimi idii, igualmente del cielo governatori e della terra, siate testimonii alla presente promessione e alla fede data dalla mia destra. [005]E tu, Amore, di queste cose consapevole, sii presente; e tu, o bellissima camera, a me più a grado che il cielo a l'iddii, così come testimonia segreta de' nostri disii se' stata, così similmente guarda le dette parole; alle quali se io per difetto di me vengo meno, cotale verso me l'ira di Dio si dimostri, quale quella di Cerere in Erisitone, o di Diana in Atteone, o in Semelè di Giunone apparve già nel passato." [006]E questo detto, me con volontà somma abracciò ultimamente, dicendo: "Addio!" con rotta voce. [14][001]Poi che egli così ebbe parlato, io, misera, vinta dall'angoscioso pianto, appena li pote' rispondere alcuna cosa; ma pure, sforzandomi, tremanti parole pinsi fuori della trista bocca in cotale forma: [002]"La fede ai mie orecchi promessa, e data alla mia destra mano dalla tua, fermi Giove in cielo con quello effetto che Inache fece i prieghi di Teletusa, e in terra, come io disidero, e come tu chiedi, la faccia intera." [003]E accompagnato lui infino alla porta del nostro palagio, volendo dire "Adio!", sùbito fu la parola tolta alla mia lingua, e il cielo agli occhi miei. [004]E quale succisa rosa negli aperti campi, infra le verdi frondi, sentendo i solar raggi cade perdendo il suo colore, cotale semiviva caddi nelle braccia della mia serva; e dopo non piccolo spazio, aiutata da lei fedelissima, con freddi liquori rivocata al tristo mondo, mi risentii. [005]E sperando ancora d'essere alla mia porta, quale il furioso toro, ricevuto il mortal colpo, furibundo si leva saltando; cotale io stordita levandomi, appena ancora vedendo, corsi, e con le braccia aperte la mia serva abracciai, credendo prendere il mio signore; e con fioca voce, rotta dal pianto in mille parti, dissi: "O anima mia, addio!" [006]La serva tacque, conoscendo il mio errore; ma io poi, ricevuta veduta più libera, il mio avere fallito sentendo, appena un'altra volta in simile smarrimento non caddi. [15][001]Il giorno era già chiaro per ogni parte; ond'io nella mia camera sanza il mio Panfilo vedendomi, e intorno mirandomi per ispazio lunghissimo, come ciò avvenuto si fosse ignorando, la serva domandai che di lui fosse; a cui ella piagnendo rispose: [002]"Già è gran pezza che egli qui nelle sue braccia recatavi, da voi il sopravegnente giorno con lagrime infinite a forza il divise." A cui io dissi: "Dunque si pure è egli partito?" "Sì" rispose la serva. [003]Cui io ancora seguendo adomandai: "Or con che aspetto si partì. Con grave?" A cui ella rispose: "Niuno mai più dolente ne vidi". Poi seguitai: [004]"Quali furono gli atti suoi? E che parole disse nella partenza?" E ella rispose: "Voi quasi morta nelle mie braccia rimasa, vagando la vostra anima non so dove, egli vi si recò, tosto che tale vi vide, nelle sue teneramente; [005]e con la sua mano nel vostro petto cercato se con voi fosse la paurosa anima, e trovatala forte battendo, piagnendo, cento volte e più agli ultimi baci credo vi richiamasse; [006]ma poi che voi immobile non altramente che marmo vide, qui vi recò, e dubitando di peggio, lagrimando più volte bagnò il vostro viso, dicendo: "O sommi idii, se nella mia partenza peccato alcuno si contiene, venga sopra me il giudicio, non sopra la non colpevole donna. [007]Rendete ai luoghi suoi la smarrita anima, sì che di questo ultimo bene, cioè di vedermi nella mia partita, e di darmi gli ultimi baci dicendo adio, e ella e io siamo consolati". [008]Ma poi che vide voi non risentirvi, quasi sanza consiglio, ignorando che farsi, pianamente in su il letto posatavi, quali le marine onde, da' venti e dalla piaggia sospinte, ora inanzi vengono e quando adietro si tornano, cotale da voi partendosi infino in sul limitare dell'uscio della camera pigramente andando, mirava per le finestre il minacciante cielo, nemico alla sua dimora; e quindi subitamente verso voi ritornava, da capo chiamandovi, aggiugnendo lagrime e baci al vostro viso. [009]Ma poi che così ebbe fatto più volte, vedendo che più lunga non potea essere con voi la sua dimora, abracciandovi disse: "O dolcissima donna, unica speranza del tristo cuore, la quale io, a forza partendomi, lascio in dubbia vita, Iddio ti renda il perduto conforto, e te a me tanto servi, che insieme felici ancora ci possiamo rivedere, sì come sconsolati ne divide l'amara partenza". [010]E così come le parole diceva, così continuamente piagneva forte, tanto che i singhiozzi del pianto suo più volte mi fecer paura che, non che dai nostri di casa, ma che da' vicini sentiti non fossero. [011]Ma poi, più non potendo dimorare per la nemica chiarezza sopravegnente, con maggiore abondanza di lagrime disse: "Addio!" E quasi a forza tirato, percotendo forte il piede nel limitare, uscì delle nostre case. [012]Onde uscito, appena si saria detto che egli potesse andare, anzi ad ogni passo volgendosi, quasi pareva sperasse che, voi risentita, io il dovessi chiamare a rivedervi." [013]Tacque allora quella; e io, o donne, quale voi potete pensare, cotale, dolendomi della partita del caro amante, isconsolata rimasi piagnendo. |