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Capitolo IIICapitolo terzo nel quale si dimostra chenti e quali fossero di questa donna i pensieri e l'opere, trascorrendo il tempo a lei dal suo amante promesso di ritornare. [1][001]Qual voi avete udito di sopra, o donne, cotale, il mio Panfilo dipartito, rimasi, e più giorni con lagrime di tal partenza mi dolfi, né altro era nella mia bocca, bene che tacitamente fosse, che: "O Panfilo mio, come può egli essere che tu m'abbi lasciata?" Certo intra le lagrime mi dava tal nome, ricordandolo, alcuno conforto. [002]Niuna parte della mia camera era, che io con disiderosissimo occhio non riguardassi, fra me dicendo: "Quivi sedette Panfilo, quivi giacque, quivi mi promise di tornare tosto, quivi il baciai io". E brievemente ciascuno luogo m'era caro. [003]Io alcuna volta meco medesima fingeva lui dovere ancora, indietro tornando, venirmi a vedere, e, quasi come se venuto fosse, gli occhi all'uscio della mia camera rivolgea, e rimanendo dal mio consapevole imaginamento beffata, così ne rimaneva crucciosa come se con verità fossi stata ingannata. [004]Io più volte, per cacciare da me i non utili riguardamenti, cominciai molte cose a volere fare, ma vinta da nuove imaginazioni, quelle lasciava stare. Il misero cuore con non usato battimento continuamente m'infestava. [005]Io mi ricordava di molte cose, le quali io li vorrei avere dette, quelle che dette gli avea e le sue ripetendo con meco stessa; e in tal maniera, non fermando l'animo a nulla cosa, più giorni mi stetti dogliosa. [2][001]Poi che la doglia gravissima per la nuova partenza incominciò, per interposizione di tempo, alquanto ad allenare, a me incominciarono a venire più fermi pensieri; e venuti, se medesimi con ragioni verisimili difendeano. [002]Egli, non dopo molti dì, dimorando io nella mia camera sola, m'avvenne che io con meco a dire cominciai: "Ecco, ora l'amante è partito e vassene; e tu, misera, non che dire adio, ma renderli i baci dati al morto viso, o vederlo nel suo partire non potesti; la quale cosa egli forse tenendo a mente, se alcuno caso noioso gli avviene, della tua taciturnità malo agurio prendendo, forse di te si biasimerà". [003]Questo pensiero mi fu, nel principio, nell'animo molto grave, ma nuovo consiglio da me il rimosse, perciò che, meco pensando, dissi: "Deh, qui non dée biasimo alcuno cadere, perciò che egli, savio, più tosto il mio avenimento prenderà in agurio felice, dicendo: "Ella non disse adio sì come si suole dire a quelli i quali, o per lungamente dimorare, o per non tornare, si sogliono partire d'altrui; ma tacendo, me seco quasi reputando d'avere, brevissimo spazio disegnò alla mia dimora"". [004]E così me, con meco racconsolata, lascio questo andare, entrando in altri. [3][001]Alcuna altra volta con più gravezza mi venne pensato lui avere il piè percosso nel limitare dell'uscio della nostra camera, sì come la fedele serva m'avea ridetto; e ricordandomi che a niuno altro segnale Laudomia prese tanta fermezza, quanta a così fatto, del non reddituro Protesilao, già molte volte ne piansi, quello medesimo di ciò sperando che n'è avvenuto. [002]Ma non capendomi allora nell'animo che avvenire mi dovesse, quasi vani cotali pensieri imaginai da dovere lasciare andare via. [003]I quali però non si partieno a mia posta, ma talvolta, altri sopravegnendone, questi mi usciano di mente, pensando a' già venuti; i quali tanti e tali erano, che di quelli il numero, non che altro, graverebbe a ricordarsi. [4][001]Egli non mi venne una volta sola nell'animo l'avere già letto ne' versi d'Ovidio che le fatiche traevano a' giovani amore delle menti, anzi mi veniva tante quante volte io mi ricordava lui essere in cammino. [002]E sentendo quello non piccolo affanno, e massimamente a chi è di riposo uso, o il fa contro a voglia, forte meco dubitava in prima non quello avesse forza di torlomi; e apresso non la invita fatica né il noioso tempo li fosse cagione d'infermità o di peggio. [003]E in questo molto mi ricorda più che negli altri dimorare occupata, bene che sovente io, e dalle sue medesime lagrime da me vedute, e dalle mie fatiche, le quali mai non mutarono la mia fermezza, argomentai non potere essere vero che per sì piccolo affanno si spegnesse amore così grande, sperando ancora che la sua giovane età e la discrezione da altro accidente noioso me 'l guarderebbono. [5][001]Così adunque a me opponendo e rispondendo e solvendo, trapassai tanti giorni, che non che lui alla sua patria pervenuto pensai solamente, ma ancora ne fui per sua lettera fatta certa. La quale, essendo a me per molte cagioni graziosissima, lui ardere come mai mi fece palese, e con maggiori promesse vivificò la mia speranza del suo tornare. [002]Da questa ora inanzi, partiti i primi pensieri, nuovi in luogo di quelli subitamente ne nacquero. Io alcuna volta diceva: "Ora Panfilo unico figliuolo al vecchio padre, da lui, il quale già è molti anni nol vide, con grandissima festa ricevuto, non che egli di me si ricordi, ma io credo che egli maladice i mesi i quali qui con diverse cagioni per amore di me si ritenne; e ricevendo onore ora da questo amico e ora da quell'altro, biasima forse me, che altro che amarlo non sapea, quando c'era. [003]E gli animi pieni di festa sono atti a potere essere tolti d'uno luogo e ad obligarsi in uno altro. Deh, ora potrebbe egli essere che io in così fatta maniera il perdessi? [004]Certo appena che io il possa credere: Iddio cessi che questo avvenga; e come egli ha me tenuta e tiene, tra' miei parenti, e nella mia città, sua, così lui tra' suoi e nella sua conservi mio". [005]Oimè! con quante lagrime erano mescolate queste parole, e con quante più sarebbono state, se vero avessi creduto ciò che esse medesime vero indovinavano, avvegna che quelle che allora non vennero, io poi in molti doppii l'abbia sparte invano! [6][001]Oltre a cotale ragionare, l'anima, spesse volte conoscitrice de' suoi futuri mali, presa da non so che paura, tremava forte. La qual paura più volte in cotal pensiero si risolvette: "Panfilo ora nella sua città, piena di templi eccellentissimi e per molte e grandissime feste pomposi, visita quelli, li quali sanza niuno dubbio trova di donne pieni; le quali, sì come io ho molte fiate udito, ancora che bellissime sieno, di leggiadria e di vaghezza tutte l'altre trapassano, né alcune ne sono con tanti lacciuoli da pigliare animi, quanto loro. [002]Deh, chi può essere sì forte guardiano di se medesimo, dove tante cose concorrono, che posto che egli pure non voglia, egli non sia almeno per forza preso alcuna volta? E io medesima fui per forza presa. [003]E oltre a ciò, le cose nuove sogliono più che l'altre piacere. Adunque è leggiere cosa che egli a loro nuovo, e esse a lui, e possa ad alcuna piacere, e a lui similmente alcuna piacerne". [004]Oimè! quanto m'era grave cotale imaginare! Il quale, che egli non dovesse avvenire, appena poteva da me cacciare, dicendo: "E come potrebbe Panfilo, che te più che sé ama, ricevere nel cuore da te occupato un altro amore? Non sai tu qui essere stata alcuna ben degna di lui, la quale con maggiore forza che con quella degli occhi s'ingegnò d'entrarvi, né vi poté onde trovare? Certo appena, non essendo egli tuo sì come egli è, trapassando ancora qualunque donne si sono di bellezza e d'arte le dèe, che egli così tosto, come tu di', innamorar si potesse. [005]E oltre a questo, come credi tu che egli la fede a te promessa volesse rompere per alcuna altra? Egli nol farebbe giamai; e similemente nella sua discrezione ti déi fidare. Tu déi ragionevolmente pensare che egli non è sì poco savio, che non conosca che mattamente fa chi lascia quel ch'egli ha per acquistare quel che non ha; se già quel che lasciasse non fosse piccolissima cosa per acquistare una grandissima, e di ciò speranza avere infallibile. [006]Il che in questo non può avvenire, però che, se tu hai il vero udito, tu saresti nel numero delle belle nella sua terra, la quale niuna più ricca di te ne tiene o gentile; e oltre a questo, cui troverrebb'egli, che sì l'amasse come tu l'ami? Esso, sì come in ciò esperto, conosce quanta fatica sia il disporre una donna, che di nuovo piaccia, a farsi amare; le quali, ancora che amino, il che di rado avviene, sempre il contrario mostrano di ciò che disiano. [007]Egli, quando pure te non amasse, intorno a molte cose d'altri suoi fatti impedito, non potrebbe ora vacare a dimesticare novelle donne; e però di ciò non pensare, ma tieni per certa regola che quanto tu ami, cotanto se' amata". [008]Oimè, quanto falsamente argomentava, fatta sofistica contro al vero! Ma con tutto il mio argomentare, mai non mi pote' dell'animo cacciare la miserabile gelosia, entratavi per giunta degli altri miei danni. [009]Ma pure, quasi veramente arguissi, alquanto alleviata, a mio potere da tale pensiero mi scostava. [7][001]Carissime donne, acciò che io non metta il tempo in raccontare ciascuno mio pensiero, quali le mie opere più sollecite fossero ascolterete; né di ciò piglierete ammirazione, se furono nuove, perciò che non quali io l'avrei volute, ma quali Amore le mi dava, seguire le mi convenia. [002]Egli trapassavano poche mattine che io, levata, non salissi nella più eccelsa parte della mia casa; e quindi, non altramenti che i marinai, sopra la gabbia del lor legno saliti, speculano se scoglio o terra vicina scorgono che gli 'mpedisse, raguardo tutto il cielo. [003]Poi, verso l'oriente fermata, considero quanto il sole, sopra l'orizonte levato, abbia del nuovo giorno passato; e tanto quanto io il veggio più inalzato, cotanto diceva più il termine avicinarsi della tornata di Panfilo. [004]E quasi con diletto quello molte volte rimirava salire; né discernendolo, ora alla mia ombra fatta minore, e quando dallo spazio del suo corpo alla terra fatto maggiore, la salita quantità estimava, e con meco istessa diceva lui più pigramente che mai andare, e più dare ai giorni di spazio nel Capricornio, che nel Cancro dare non solea. [005]E così similemente lui, al mezzo cerchio salito, dicea a diletto starsi a riguardare le terre, e quantunque egli velocemente si calasse all'occaso, sì mi parea tardo. [006]Il quale poi che, tolta al nostro mondo la luce sua, alle stelle la loro lasciava mostrare, io contenta molte volte con meco i dì trapassati annoverando, quello con gli altri passati con una piccola pietra segnava, non altramenti che gli antichi, i lieti dalli dolenti ispartendo con bianche e nere petruzze soleano fare. [007]Oh quante volte già mi ricorda che anzi tempo io la vi giunsi, parendomi tanto del termine dato scemare, quanto più tosto l'aggiugneva al trapassato, ora le petruzze per li passati segnate, e ora quelle, che per quelli che erano a passare stavano, annoverando, bene che di ciascune ottimamente il numero nella mente avessi; ma quasi ogni volta sperava l'une cresciute, e l'altre dovere trovare scemate. [008]Così il disio mi trasportava volonterosa alla fine del tempo dato. [8][001]Usata adunque questa sollecitudine vana, il più delle volte nella mia camera mi tornava. Quivi, più volentieri sola che accompagnata, per fuggire i pensieri nocevoli, quando sola mi vi trovava, aprendo un mio forziere, di quello molte cose state già sue ad una ad una traeva, e quelle con quello disiderio, che io soleva già lui riguardare, le mirava; e miratele, a pena le lagrime ritenute, sospirando le baciava; [002]e quasi come se intelligenti creature state fossero, le domandava: "Quando ci fia il signore vostro?". Quindi riposte queste, infinite sue lettere, a me mandate da lui, traeva fuori, e quelle quasi tutte leggendo, quasi con lui parendomi ragionare, sentiva non poco conforto. [003]E molte volte fu che io, la mia serva chiamata, varii parlamenti con lei tenni di lui, ora domandandola qual fosse la sua speranza della tornata di Panfilo, ora domandandola quello che di lui le paresse, e talvolta se di lui avesse udito alcuna cosa. [004]Alle quali cose essa, o per piacermi o pure, secondo il suo parere, il vero rispondendomi, non poco mi consolava; e così molte volte gran parte del dì trapassava con poca noia. [9][001]Non meno che le già dette cose, o pietose donne, m'era caro il visitare i templi, e il sedere alla mia porta con le mie compagne, dove spesso da ragionamenti varii alquanto erano da me rimosse le mie sollecitudini infinite. [002]Nelli quali luoghi stando, più volte m'avvenne ch'io vidi di quelli giovani, i quali io molte volte con Panfilo avea veduti; né mai che io gli vedessi avveniva, che io tra loro non mirassi, quasi tra essi dovessi Panfilo rivedere. [003]Oh quante volte io fui in ciò avedutamente ingannata! E come, ancora che ingannata fossi, mi giovava di loro vedere! Li quali, se il loro aspetto non mi mentiva, io li vedea della mia compassione medesima pieni, e quasi, del loro compagno rimasi soli, mi parevano non così lieti come soleano. [004]Oh che volere fu più volte il mio di domandarli che fosse del loro compagno, se la ragione non m'avesse tenuta! Ma certo la fortuna in ciò alcuna volta mi fu benigna, ché non credendo essi di lui in alcuno luogo da me essere intesi, dissono la sua tornata essere vicina. Quanto ciò mi piacesse, invano mi faticherei ad esprimerlo! [005]E in questa maniera, con cotali pensieri e con così fatte opere e con molte altre a queste simili, m'ingegnava di trapassare i giorni, a me nella loro picciolezza gravosi, la notte appetendo; non perché io a me più utile la sentissi, ma perché, venuta, meno era del tempo a trapassare. [10][001]Poi che il dì, le sue ore finite, era dalla notte occupato, nuove sollecitudini le più volte mi s'apprestavano. Io, dalla mia puerizia nelle notturne tenebre paurosa, accompagnata da Amore era divenuta sicura; [002]e sentendo già quasi nella mia casa ciascun riposare, sola alcuna volta là, onde la mattina il sole montante avea veduto, me ne saliva; e quale Aronta tra' bianchi marmi de' monti Lucani i corpi celesti e i loro moti speculava, cotale io, la notte lunghissime ore traente, sentendo a' miei sonni le varie sollecitudini essere nemiche, da quella parte il cielo mirava, e i suoi moti più ch'altri veloci meco tardissimi reputava. [003]E alcuna volta, vòlti gli occhi attenti alla cornuta luna, non che alla sua ritondità corresse, ma più aguta l'una notte che l'altra la giudicava, tanto era più il mio disio ardente che tosto le quattro volte si consumassero, che veloce il corso suo. [004]Oh quante volte, ancora che freddissima luce porgesse, la rimirai io a diletto lunga fiata, imaginando che così in essa fossero allora gli occhi del mio Panfilo fissi, come i miei! Il quale io ora non dubito che, essendoli io già uscita di mente, egli, non che a luna mirasse, ma solo un pensiero non avendone, forse nel suo letto si riposava. [005]E ricordami che io, della lentezza del corso di lei crucciandomi, con varii suoni, seguendo gli antichi errori, aiutai i corsi di lei alla sua ritondità pervenire. Alla quale poi che pervenuta era, quasi contenta dello intero suo lume, alle nuove corna non pareva che di tornare si curasse, ma pigra nella sua ritondità dimorava, avvegna che io di ciò l'avessi quasi in me medesima talvolta per iscusata, più grazioso reputando lo stare con la sua madre, che nelli oscuri regni del suo marito tornare. [006]Ma bene mi ricordo che spesso già le voci in prieghi per li suoi agevolamenti usate, io le rivolsi in minacce, dicendo: "O Febea, mala guiderdonatrice de' ricevuti servigi, io con pietosi prieghi le tue fatiche m'ingegno di menomare; ma tu con pigre dimoranze le mie non ti curi d'acrescere. [007]E però, se più a' bisogni del mio aiuto cornuta ritorni, me così allora sentirai pigra, come io ora te discerno. Or non sai tu, che quanto più tosto quattro volte cornuta, e altrettante tonda t'avrai mostrata, cotanto più tosto il mio Panfilo tornerammi? Il quale tornato, così tarda e veloce come ti piace corri per li tuoi cerchi". [008]Certo quella demenzia medesima che me a fare cotali prieghi inducea, quella stessa tolse sì me a me, che ella mi fece parere alcuna volta che essa, temorosa delle mie minacce, s'avacciasse nel corso suo a' miei piaceri, e altre volte, quasi non curantesi di me, più che l'usato parea che 'l tardasse. [009]Questo riguardarla sovente me sì nota del suo andamento rendeo, che ella né di corpo piena, o vòta, in alcuna parte era del cielo, o con qualunque stella congiunta, che io non avessi il tempo della notte passato e l'avvenire giudicato dirittamente; similemente l'una e l'altra Orsa, se ella non fosse paruta, per lunga notizia me ne facean certa. [010]Deh, chi crederebbe che Amore m'avesse potuto mostrare astrologia, arte da solennissimi ingegni, e non da menti occupate dal suo furore? [11][001]Quando il cielo, d'oscurissimi nuvoli pieno, trascorso da varii e sonanti venti, per ogni parte questa veduta mi toglieva, alcuna volta, se altro a fare non mi occorreva, ragunate le mie fanti con meco nella mia camera, e raccontava e faceva raccontare storie diverse, le quali quanto più erano di lungi dal vero, come il più così fatte genti le dicono, cotanto parea ch'avessono maggiore forza a cacciare i sospiri e a recare festa a me ascoltante; la quale alcuna volta, con tutta la malinconia, di quelle lietissimamente risi. [002]E se questo forse per cagione legittima non poteva essere, in libri diversi ricercando le altrui miserie, e quelle alle mie conformando, quasi accompagnata sentendomi, con meno noia il tempo passava. [003]Né so quale più grazioso mi fosse, o vedere i tempi trascorrere, o trovargli, in altro essendo stata occupata, esser trascorsi. [12][001]Ma poi che le operazioni predette e altre me aveano per lungo spazio tenuta occupata, quasi a forza, assai bene conoscendo che invano ancora, me n'andava a dormire, anzi più tosto a giacere per dormire. [002]E nel mio letto dimorando sola, e da niuno romore impedita, quasi tutti i preteriti pensieri del dì mi veniano nella mente, e mal mio grado con molti più argomenti e pro e contra mi si faceano ripetere; e molte volte volli entrare in altri, e rade furono quelle che io il potessi ottenere. [003]Ma pure alcuna volta, loro a forza lasciati, giacendo in quella parte ove il mio Panfilo era giaciuto, quasi sentendo di lui alcuno odore, mi parea essere contenta, e lui tra me medesima chiamava, e quasi mi dovesse udire, il pregava che tosto tornasse. [004]Poi lui imaginava tornato, e, meco fingendolo, molte cose li dicea, e di molte il domandava, e io stessa in suo luogo mi rispondeva; e alcuna volta m'avvenne che io in cotali pensieri m'adormentai. [005]E certo il sonno m'era alcuna volta più grazioso che la vigilia, perciò che quello che io con meco falsamente vegghiando fingeva, esso, se durato fosse, non altramenti che vero me'l concedeva. [006]Egli mi pareva alcuna volta con lui tornato vagare in giardini bellissimi, di frondi, di fiori e di frutti varii adorni, con lui insieme, quasi da ogni temenza rimoti, come già facemmo; e quivi lui per la mano tenendo, e esso me, farmi ogni suo accidente contare. [007]E molte volte, avanti che il suo dire avesse fornito, mi pareva baciandolo romperli le parole, e quasi appena vero parendomi ciò ch'io vedea, dicea: "Deh, è egli vero che tu sii tornato? Certo sì è, io ti pur tengo". E quindi di capo il baciava. [008]Altra volta mi parea con lui essere sopra i marini liti in lieta festa, e tal fu che io affermai meco medesima, dicendo: "Ora pur non sogno io d'averlo nelle mie braccia". [009]Oh quanto m'era discaro, quando ciò m'avveniva, che il sonno da me si partisse! Il quale, partendosi, sempre seco se ne portava ciò che sanza sua fatica m'avea prestato. E ancora che io ne rimanessi malinconosa assai, non per tanto tutto il dì seguente, bene sperando, contentissima dimorava, disiderando che tosto la notte tornasse, acciò che io, dormendo, quello avessi, che vegghiando avere non potea. [010]E bene che così grazioso alcuna volta mi fosse il sonno, nondimeno non sofferse egli che io cotale dolcezza sanza amaritudine mescolata sentissi, perciò ch'e' furono assai di quelle volte che egli il mi parea vedere in vilissimi vestimenti vestito, tutto non so di che macchie oscurissime maculato, palido e pauroso come se cacciato fosse, inverso me gridare: "Aiutami!". [011]Altre, mi parea udire parlare a più persone della sua morte, e tal volta fu che io me'l vidi morto davanti, e in altre molte e varie forme a me spiacenti: il che niuna volta adivenne, che il sonno avesse maggiori le forze che il dolore. [012]E subitamente risvegliata, e la vanità del mio sogno conoscendo, quasi contenta d'avere sognato, ringraziava Iddio; non che io turbata non rimanessi, temendo non le cose vedute, se non tutte, almeno in parte fossero vere o figure di vere. [013]Né mai, quantunque io meco dicessi, e da altrui udissi vani essere i sogni, di ciò non era contenta, se io di lui non sapeva novelle; delle quali io astutissimamente era divenuta sollecita dimandatrice. [13][001]In cotale guisa, quale udita avete, i giorni e le notti trapassava aspettando. Vero è che, avicinandosi il tempo della promessa tornata, io estimai che utile consiglio fosse il vivere lieta, acciò che le mie bellezze, smarrite alquanto per l'avuto dolore, ritornassero nei luoghi loro, acciò che egli tornando, io essendo sformata, non gli potessi spiacere. [002]E questo mi fu assai agevole a fare, però che il già essermi negli affanni adusata, quelli con pochissima fatica portava, e oltre a ciò la propinqua speranza del promesso tornare con non usata letizia ogni dì mi si faceva più sentire. [003]Io le feste non poco intralasciate, dando di ciò al sozzo tempo cagione, venendone il nuovo, ricominciai ad usare; né prima l'animo, da gravissime amaritudini ristretto, si cominciò in lieta vita ad ampliare, che io più bella che mai ritornai. [004]E i cari vestimenti e li preziosi ornamenti, non altramenti che il cavaliere per la futura battaglia risarcisce le sue forti armi dove bisogna, li feci belli, acciò che in quelli più ornata paressi nel suo tornare; il quale io invano e ingannata aspettava. [14][001]Adunque, sì come gli atti si tramutarono, così si fecero i miei pensieri: a me il non averlo nel suo partire veduto, né il tristo agurio del piè percosso, né le sostenute fatiche di lui, né gli dolori ricevuti, né la nemica gelosia più nella mente venivano; anzi già forse ad otto dì alla sua promessa vicina, fra me dicea: [002]"Ora al mio Panfilo rincresce l'essere a me stato lontano, e sentendo il tempo vicino a ciò che promise, di tornare s'apparecchia, e forse ora, lasciato il vecchio padre, è nel cammino." [003]Oh quanto m'era cotale ragionare caro, e quanto sopr'esso volontieri mi volgea, molte volte entrando in pensiero con che atto a lui più grazioso mi dovessi ripresentare! [004]Oimè! quante volte dissi: "Egli fia nella sua tornata da me centomilia volte abracciato, e i miei baci multiplicheranno in tanta quantità, che niuna parola intera lasceranno della sua bocca uscire, e in cento doppii renderò quelli che esso, sanza riceverne nullo, diede al tramortito viso." [005]E nel pensiero più volte dubitai di non potere raffrenare l'ardente disio d'abbracciarlo, quando prima il vedessi, inanzi a qualunque persona. Ma a queste cose providero l'iddii per modo a me noievole più che troppo. [006]Io ancora, nella mia camera stando, quante volte in quella alcuna persona entrava, tante credea che venuto mi fosse a dire: "Panfilo è venuto". Io non udiva voce alcuna in alcuno luogo, che io con gli orecchi levati non le ricogliessi tutte, pensando che di lui tornato dovessero dire. [007]Io mi levai, credo, più di cento volte già da sedere, correndo alla finestra, quasi d'altro sollecita, in giù e 'n su rimirando, avendo prima a me medesima, pensando scioccamente, fatto credere: "Egli è possibile che Panfilo, ora venuto, ti venga a vedere". [008]E vano ritrovando il mio aviso, quasi confusa dentro mi ritornava. Io, dicendo che esso alcune cose dovea al mio marito recare nella sua tornata, spesso e se venuto fosse, o quando s'aspettasse, e domandava e faceva domandare. [009]Ma di ciò niuna lieta risposta mi perveniva, se non come di colui che mai più venire non dovea, se non come ha fatto. |