back to decameron web        
word search back to the texts home page  

Fiammetta

Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Capitolo V

Capitolo VI

Capitolo VII

Capitolo VIII

Capitolo IX

Capitolo V

Capitolo quinto nel quale questa donna dimostra come alli suoi orecchi pervenne Panfilo aver presa moglie, mostrando appresso quanto, del suo tornare disperata, dolorosa vivesse.

[1]

[001]Lievi sono infino a qui state le mie lagrime, o pietose donne, e i miei sospiri piacevoli a rispetto di quelli i quali la dolente penna, più pigra a scrivere che il cuore a sentire, s'apparecchia di dimostrarvi. [002]E certo, se bene si considera, le pene infino a qui trapassate più di lasciva giovane che di tormentata quasi si possono dire; ma le seguenti vi parranno d'un'altra mano. [003]Adunque fermate gli animi, né vi spaventino le mie promesse, che, le cose passate parendovi gravi, voi non vogliate ancora vedere le seguenti gravissime. [004]E in verità io non vi conforto tanto a questo affanno, perché voi più di me divegnate pietose, quanto perché più la nequizia di colui, per cui ciò m'avviene, conoscendo, divegnate più caute in non commettervi a ogni giovane. [005]E così forse ad un'ora a voi m'obligherò ragionando, e disobligherò consigliando, ovvero per le cose a me avvenute amonendo e avisando.

[2]

[001]Dico adunque, donne, che con così varie imaginazioni, quali poco avanti avete potuto comprendere nel mio dire, io stava continuo, quando di più d'un mese essendo il tempo trapassato promesso, a me così dell'amato giovane un dì novelle pervennero. [002]Io, andata a visitare con animo pio sacre religiose, e forse per fare per me porgere a Dio pietose orazioni, che o rendendomi Panfilo, o cacciandolmi della mente, mi ritornasse nel perduto conforto, avenne che, sedendo io con le già dette donne, assai discrete e piacevoli nel loro ragionare e a me molto e per parentado e per antica amistà congiunte, quivi venne un mercatante; né altramente che Ulisse e Diomede a Deidamia e alle suore, cominciò diverse gioie e belle, quali a così fatte donne si convenieno, a mostrare. [003]Egli, sì come io alla sua favella compresi, e esso medesimo, da una di quelle dimandatone, confessò, era della terra di Panfilo mio. [004]Ma poi che egli, mostrate molte delle sue cose, e di quelle da esse alcune per lo convenuto pregio prese, e l'altre renduteli, entrati in nuovi motti lieti e esse e esso, mentre che egli il pagamento aspettava, una di loro, d'età giovane e di forma bellissima, e chiara di sangue e di costumi (quella medesima che avanti domandato l'avea onde fosse) il domandò se egli Panfilo, suo compatriota, conosciuto avesse giammai. [005]Oh, quanto cotale domanda diè per lo mio disio! Certo io ne fui contentissima, e gli orecchi alla risposta levai. Il mercatante senza indugio rispose:

"E chi è quelli che meglio di me il conosca?"

[006]A cui seguì la giovane, quasi infignendosi di sapere che di lui fosse:

"E che è egli ora di lui?"

"Oh" disse il mercatante"egli è assai che il padre, non essendogli rimaso altro figliuolo, il richiamò a casa sua."

[007]Il quale ancora la giovane domandò:

"Quanto ha che tu di lui sapesti novelle?"

"Certo" disse egli "non poi che da lui mi partii, che ancora non credo che siano quindici giorni compiuti."

[008]Continuò la donna:

"E allora che era di lui?"

Alla quale esso rispose:

"Molto bene, e dicovi che il dì medesimo che io mi partii, io vidi con grandissima festa entrare di nuovo in casa sua una bellissima giovane, la quale, secondo che io intesi, era a lui novellamente sposata."

[009]Io, mentre che il mercatante queste cose diceva, ancora che con amarissimo dolore l'ascoltassi, fiso nel viso la domandante giovane riguardava, maravigliandomi quale cagione potesse essere, che costei inducesse a domandare così strette particularità di colui, cui io a pena credeva che altra donna il conoscesse che io. E vidi che, prima a' suoi orecchi non venne Panfilo avere mogliere sposata, che, gli occhi bassati, tutta nel viso si tinse, e la pronta parola le morì in bocca; e per quello che io presummessi, essa con fatica grandissima le lagrime già agli occhi venute ritenne. [010]Ma io, prima ciò udendo, da uno gravissimo dolore presa, sùbito, ciò vedendo, fui da un altro non minore assalita, e appena mi ritenni che io con gravissima villania la turbazione di colei non ripresi, invidiosa che da lei sì aperti segnali d'amore verso Panfilo si mostrassero, dubitando non meno che essa, sì come io, non avesse legittima cagione di dolersi dell'udite parole. [011]Ma pure mi tenni, e con noiosa fatica, alla quale non credo che simigliante si truovi, il turbato cuore sotto non cambiato viso servai, di piagnere più disiosa che di più ascoltare. [012]Ma la giovane, forse con quella medesima forza che io ritenendo dentro il dolore, come se stata non fosse quella che s'era davanti turbata, fattasi fare fede di quelle parole, quanto più domandava, più trovava la cosa contraria al suo disio, e al mio. [013]Onde, dato al mercatante commiato, che 'l domandava, e ricoperta con infinte risa la sua tristizia, con ragionamenti diversi insieme quivi, per più lungo spazio che io non averei voluto, ci rimanemmo.

[3]

[001]Venuti meno i nostri ragionamenti, ciascuna si dipartì, e io con anima piena d'angosciosa ira, non altramenti fremendo che il leone libico poscia che nelle sue insidie scuopre i cacciatori, ora nel viso accesa, e ora palida divenendo, quando con lento passo, e quando con più veloce che la donnesca onestà non richiede, tornai alla mia casa. [002]E poi che licito mi fu di potere di me fare a mio senno, entrata nella mia camera, amaramente cominciai a piagnere; e quando per lungo spazio le molte lagrime parte della gran doglia ebbono sfogata, essendomi alquanto più libero il parlare, con voce assai debole cominciai: [003]"Ora, o misera Fiammetta, sai perché il tuo Panfilo non ritorna! Ora sai la cagione della sua dimora, tanto da te disiata! Ora hai quello che tu andavi cercando di trovare! Che, misera, chiedi più? Che più adimandi? Bastiti questo: Panfilo non è più tuo. [004]Gitta via omai i disiderii di riaverlo, abandona la mala ritenuta speranza, pon giù il fervente amore, lascia i pensier matti, credi omai agli aguri e alla tua divinante anima, e comincia a conoscere gl'inganni de' giovani. [005]Tu se' a quel punto venuta, là dove l'altre sogliono venire, che troppo si fidano." E con queste parole mi raccesi nell'ira e rinforzai il pianto, e da capo con parole troppo più fiere ricominciai così a parlare:

[4]

[001]"O iddii ove sete? Ove ora mirano gli occhi vostri? Ove è ora la vostra ira? Perché sopra lo schernitore della vostra potenza non cade? O ispergiurato Giove, che fanno le folgori tue? Ove ora l'adoperi? Chi più empiamente l'ha meritate? Come non scendono esse sopra il pessimo giovane acciò che gli altri per inanzi di spergiurarti abbiano temenza? [002]O luminoso Febo, dove sono ora le tue saette? Male meritò di ferire il Fitone a rispetto di colui che falsamente te ai suoi inganni chiamò testimonio: privalo della luce de' raggi tuoi, e non meno li torna nemico che tu fossi al misero Edippo. [003]O voi altri, qualunque dii e dèe, e tu Amore, la cui potenza ha schernita il falso amante, come ora non mostrate le vostre forze e la dovuta ira? [004]Come non convertite voi il cielo e la terra contra il novello sposo, sicché egli nel mondo per essemplo d'ingannatore e d'anullatore della vostra potenza non rimanga a più schernirvi? Molto minori falli mossono già l'ira vostra a vendetta men giusta. [005]Dunque ora perché tardate? Voi non potreste appena tanto incrudelire verso di lui, che egli debitamente punito fosse. Oimè misera! Perché non è egli possibile che voi l'effetto de' suoi inganni così sentiate com'io, acciò che così in voi come in me s'accendesse l'ardore della punizione? [006]O iddii, rivolgete in lui alcuni di quelli pericoli, o tutti, de' quali io già dubitai; uccidetelo di qualunque generazione di morte più vi piace, acciò che io ad una ora tutta e l'ultima doglia senta, che mai debbo sentire per lui; e voi e me vendicate ad una ora. [007]Non consentite che io sola per li peccati di lui pianga la pena, e egli, voi e me avendo beffati, lieto si goda con la nuova sposa, e così per contrario tagli la vostra spada."

[008]Poi, non meno accesa d'ira, ma con pianto più fiero rivolgendo a Panfilo le parole, mi ricorda che io cominciai:

[5]

[001]"O Panfilo, ora le cagioni della tua dimora conosco, ora i tuoi inganni mi sono palesi, or veggo che ti ritiene e quale pietà! Tu ora celebri i santi imenei, e io, dal tuo parlare, e da te, e da me medesima ingannata, mi consumo piagnendo, e con le mie lagrime apro la via alla mia morte, la quale con titolo della tua crudeltà debitamente segnerà la sua dolente venuta, e gli anni, i quali io cotanto disiderai d'allungare, si mozzeranno, essendone tu cagione. [002]O scellerato giovane, e pronto ne' miei affanni! Or con che cuore hai tu presa la nuova sposa? Con intendimento d'ingannare lei come tu hai me fatto? Con quali occhi la riguardasti tu? Con quelli con li quali miseramente me, credula troppo, pigliasti? [003]Qual fede le promettesti tu? Quella che tu avevi a me promessa? Or come potevi tu? Non ti ricordi tu che più che una volta la cosa obligata non si può obligare? Quali iddii giurasti? Li spergiurati da te? Oimè misera! che io non so quale averso piacere l'animo t'accecò, sentendoti mio, che tu d'altrui divenissi. [004]Oimè! per qual colpa meritai io d'esserti così poco a cura? Dove è fuggito da noi così tosto il lieve amore? Oimè! che la trista fortuna così miseramente costrigne i dolenti! [005]Tu ora la promessa fede, e a me dalla tua destra data, e li spergiurati iddii, per li quali tu con sommo disio giurasti di ritornare, e le tue lusinghevoli parole, delle quali molto eri fornito, e le tue lagrime, con le quali non solamente il tuo viso bagnasti, ma anche il mio, tutte insieme raccolte hai gittate ai venti; e me schernendo, lieto vivi con la nuova donna. [006]Oimè! or chi averebbe mai potuto credere che falsità fosse nelle tue parole nascosa, e che le tue lagrime con arte fossero mandate fuori? Certo non io; anzi così come fedelmente parlava, così con fede le parole e le lagrime riceveva. [007]E se forse in contrario dicessi, e le lagrime vere, e i saramenti e la fede prestati con puro cuore, concedasi; ma quale scusa darai tu al non averli servati così puramente come promessi? Dirai tu: "La piacevolezza della nuova donna n'è stata cagione"? Certo debole fia, e manifesta dimostrazione di mobile animo. [008]E oltre a tutto questo, sarà egli però satisfatto a me? Certo no. O malvagissimo giovane! non t'era egli manifesto l'ardente amore che io ti portava, e porto ancora contro a mia voglia? Certo sì, era. Dunque molto meno d'ingegno ti bisognava ad ingannarmi. [009]Ma tu, acciò che più sottile ti mostrassi poi ne' tuoi parlari, ogni arte volesti usare; ma tu non pensavi quanto poco di gloria ti séguita ad ingannare una giovane, la quale di te si fidava. La mia semplicità meritò maggiore fede che la tua non era. [010]Ma che? Io ciò credetti non meno agl'iddii, da te giurati, che a te; li quali io priego che facciano che questa sia la più somma parte della tua fama, cioè avere ingannata una giovane che più che sé t'amava."

[011]"Deh, Panfilo, dimmi ora: aveva io commesso alcuna cosa per la quale io meritassi da te d'essere con cotanto ingegno tradita? Certo, niuno altro fallo feci inverso te giamai, se non che poco saviamente di te m'inamorai, e oltre al dovere ti portai fede e t'amai; ma questo peccato, almeno da te, non meritava ricevere cotale penitenzia. [012]Veramente una iniquità in me conosco, per la quale l'ira degl'iddii, faccendola, veramente impetrai: e questa fu di ricevere te, scellerato giovane e sanza alcuna pietà, nel letto mio, e avere sostenuto che il tuo lato al mio s'accostasse; avvegna che di questo, come essi medesimi videro, non io, ma tu se' colpevole; il quale, col tuo ardito ingegno, me presa nella tacita notte sicura dormendo, sì come colui che altre volte eri uso d'ingannare, prima nelle braccia m'avesti e quasi la mia pudicizia violata, che io appena fossi dal sonno interamente sviluppata. [013]E che doveva io fare, questo vedendo? Dovea io gridare, e col mio grido a me infamia perpetua, e a te, il quale io più che me medesima amava, morte cercare? Io opposi le forze mie, come Iddio sa, quant'io potei; le quali, alle tue non potendo resistere, vinte, possedesti la tua rapina. [014]Oimè! ora mi fosse il dì precedente a quella notte stato l'ultimo, nel quale io sarei potuta morire onesta! Oh quante doglie e come acerbe m'assaliranno oggimai! E tu con la menata giovane stando, per più piacerle i tuoi antichi amori racconterai, e me misera farai in molte cose colpevole, e la mia bellezza avilendo e i miei costumi (la quale e i quali da te con somma laude soleano sopra tutti quelli e quelle dell'altre donne essere esaltati) sommamente le sue loderai; e quelle cose, le quali io pietosamente verso di te, da molto amore sospinta, operai, da focosa libidine dirai nate. Ma ricorditi, tra le cose che non vere racconterai, di narrare i tuoi veri inganni, per li quali me piagnevole e misera potrai dire avere lasciata, e con essi i ricevuti onori, acciò che bene facci la tua ingratitudine manifesta a l'ascoltante. [016]Né t'esca di mente di raccontare quanti e quali giovani già d'avere il mio amore tentassero, e i diversi modi, e le inghirlandate porti dai loro amori, e le notturne risse, e le diurne prodezze per quello operate: né mai dal tuo ingannevole amore mi poterono piegare. [017]E tu per una giovane appena da te ancor conosciuta, sùbito mi cambiasti; la quale, se come me non fia semplice, i tuoi baci prenderà sempre sospetti, e guarderassi da' tuoi inganni, da' quali io guardare non mi seppi. [018]La quale io priego che tale con teco sia, quale con Atreo fu la sua, o le figliuole di Danao con li nuovi sposi, o Clitemestra con Agamenone, o almeno qual io, operandolo la tua nequizia, col mio marito, non degno di queste ingiurie, sono dimorata; [019]e te a tale miseria perduca, che come io ora per la pietà di me medesima piango, così mi sforzi di spandere lagrime per te. E questo, se dalli iddii verso i miseri con pietà nulla si mira, priego che tosto sia."

[6]

[001]Come che io fossi molto da queste dolenti ramaricazioni offesa, e sovente sopra esse tornassi, e non solamente quel dì, ma molti altri seguenti, nondimeno mi pungeva d'altra parte non poco la turbazione veduta della giovane sopradetta; la quale alcuna volta m'indusse a così con greve doglia pensare; io, sì come molte volte era usata, dicea con meco stessa: [002]"Deh, perché, o Panfilo, mi dolgo io del tuo essere lontano, e che tu di nuova giovane sii divenuto, con ciò sia cosa che, essendo tu qui presente, non mio, ma d'altrui dimoravi? O pessimo giovane, in quante parti era il tuo amore diviso, o atto a potersi dividere? [003]Io posso presummere che, come questa giovane con meco insieme, alle quali hai ora aggiunta la terza, t'eravamo donne, che tu a questo modo n'avevi molte, dove io sola mi credeva essere: e così avvenia che, credendo le mie medesime cose trattare, occupava l'altrui. [004]E chi può sapere se questo già si seppe per alcuna, la quale, più della grazia degli iddii di me degna, pregando per le ricevute ingiurie, per li miei mali impetra che io così sia, come io sono, d'angoscie ripiena? Ma chiunque ella è, se alcuna è, perdonimi, ché ignorantemente peccai, e la mia ignoranza merita il perdono. [005]Ma tu con quale arte queste cose fingevi? Con quale coscienza l'adoperavi? Da quale amore o da quale tenerezza eri a ciò tirato? Io ho più volte inteso non potersi amare più che una persona in uno medesimo tempo; ma questa regola mostra che in te non avesse luogo: tu n'amavi molte, overo facevi vista d'amare. [006]Deh, desti tu a tutte, o almeno a questa una, che male ha saputo celare quello che tu hai bene celato, quella fede, quelle promessioni, quelle lagrime che a me donasti? Se ciò facesti, tu puoi, sì come a niuna obligato, dimorarti sicuro, perciò che quello che a molti indistintamente si dona, non pare che a alcuno sia donato. [007]Deh, come può egli essere che chi di tante piglia i cuori, non sia il suo alcuna volta preso? Narcisso, amato da molte, essendo a tutte durissimo, ultimamente fu preso dalla sua forma; Atalanta, velocissima nel suo corso, rigida superava i suoi amanti, infino che Ipomenès, con maestrevole inganno, come ella medesima volle la vinse. [008]Ma perché vo io per li essempli antichi? Io medesima, non potuta mai da alcuno essere presa, fui presa da te. Tu adunque, come tra le molte non hai trovato chi t'abbia preso? La qual cosa io non credo, anzi sicura sono che preso fosti; e se fosti, chi che colei si fosse che con tanta forza ti prese, come a lei non torni? Se tu non vuogli a me tornare, torna a costei che celare non ha saputo il vostro amore. Se la fortuna a me vuogli che sia contraria, che forse secondo la tua oppinione l'ho meritato, non nocciano a l'altre i miei peccati. [009]Torna almeno ad esse, e serva loro la promessa fede forse prima che a me; non volere, per fare noia a me, offenderne tante, quante io credo che in isperanza qua n'abbi lasciate, né possa costà una sola più che qua molte. [010]Cotesta è oramai tua, né può, volendo, non essere: dunque, lei sicuramente lasciando, vieni, acciò che quelle, che non tue si possono fare, per tue con la tua presenzia le conservi."

[7]

[001]Dopo questi molti parlari e vani, però che né l'orecchi delli iddii toccavano, né quelle del giovane ingrato, avveniva alcuna volta che io subitamente mutava consiglio, dicendo: "O misera, perché disideri tu che Panfilo qui ritorni? Credi tu con maggiore pazienzia sostenere vicino quello che gravissimo t'è lontano? Tu disideri il tuo danno. [002]E così come ora in forse dimori che egli t'ami o no, così, lui tornando, potresti divenire certa che non per te, ma per altrui fosse tornato. Steasi, e inanzi, essendo lontano, te tenga del suo amore in forse, che, venendo vicino, del non amarti ti faccia certa. [003]Sii almeno contenta che sola non dimori in cotali pene, e quel conforto piglia, che i miseri sogliono fare nelle miserie accompagnati".

[8]

[001]Egli mi sarebbe duro il potere, o donne, mostrare con quanta focosa ira, con quante lagrime, con quanta strettezza di cuore, io quasi ogni dì cotali pensieri e ragionamenti solessi fare. Ma perciò che ogni dura cosa in processo di tempo si pure matura e amollisce, avvenne che, avendo io più giorni cotale vita tenuta, né potendo più oltre nel dolore procedere che proceduta mi fossi, esso alquanto si cominciò a cessare. [002]E tanto quanto egli della mente disoccupava, cotanto fervente amore e tiepida speranza ne raccendeva; e così, a poco a poco, con esso il dolore dimorandovi, me fecero di voglia cambiare, e il primo disiderio di riavere il mio Panfilo ritornò. [003]E quantunque in ciò mi fosse alcuna speranza di mai dovere riaverlo contraria, tanto ne divenne maggiore il disio; e così come le fiamme da' venti agitate crescono in maggiore vampa, così amore, per li contrarii pensieri stati, tutte le sue forze contro di loro operate, si fece maggiore: laonde delle cose dette sùbito pentimento mi venne. [004]Io, riguardando a quello a che m'avea l'ira condotta a dire, quasi come se udita m'avesse mi vergognai, e lei forte biasimai, la quale ne' primi assalti con tanto fervore piglia gli animi, che alcuna verità a loro essere palese non lascia; [005]ma nondimeno, quanto più viene grave, tanto più in processo di tempo diventa fredda, e lascia chiaro conoscere quello che seco male ha fatto adoperare; e riavuta la debita mente, così cominciai a dire:

[9]

[001]"O stoltissima giovane, di che così ti turbi? Perché sanza certa ragione in ira t'accendi? Posto che vero sia ciò che il mercatante disse, il che è forse non vero, cioè che egli abbia moglie sposata, è questo così gran fatto, o cosa nuova, o che tu non dovessi sperare? Egli è di necessità che i giovani in così fatte cose compiacciano ai padri. [002]Se il padre ha voluto questo, con che colore il poteva esso negare? E credere déi che né tutti coloro e che moglie prendono e che l'hanno, l'amano come fanno dell'altre donne: la soperchia copia che le mogli fanno di sé a' loro mariti è cagione di tostano rincrescimento, quando pure nel principio sommamente piacesse; e tu non sai quanto costei si piaccia. [003]Forse che sforzato Panfilo la prese, e amando ancora te più di lei, gli è noia d'essere con essa; e se ella gli pur piace, tu puoi sperare che ella gli rincrescerà tosto. E certo della sua fede e de' suoi giuramenti tu non ti puoi con ragione biasimare, però che egli, te tornando nella tua camera, l'uno e l'altro adempie. [004]Priega adunque Iddio che Amore, il quale più che saramento o promessa fè puote, il costringa a tornarci. E oltre a questo, perché per la turbazione della giovane, di lui prendi sospetto? Non sai tu quanti giovani te amino invano, i quali, sappiendo te essere di Panfilo, sanza dubbio si turberebbono? Così déi credere possibile lui essere amato da molte, alle quali pare duro di lui udire quello che a te dolfe, bene che per diverse ragioni a ciascuna ne 'ncresca."[005]E in cotale modo me medesima dimentendo, quasi in sulla prima speranza tornando, dove molte bestemmie mandate avea, con orazioni supplico in contrario.

[10]

[001]Questa speranza in cotal guisa tornata non avea però forza di rallegrarmi, anzi, con tutta essa, con turbazione continua e nell'animo e nello aspetto era veduta, e io medesima non sapea che farmi. Le prime sollecitudini erano fuggite: io avea nel primo impeto della mia ira gittate via le pietre, le quali de' giorni stati erano memorevoli testimonie, e aveva arse le lettere da lui ricevute, e molte altre cose guastate. [002]Il rimirare il cielo più non mi gradiva, sì come a colei che incerta era della tornata allora, sì come certa ne le pareva essere avanti. La volontà del favoleggiare se n'era ita, e il tempo, che molto avea le notti abreviate, nol concedea; le quali sovente, o tutte o gran parte di loro, io passava sanza dormire, continuamente o piagnendo o pensando passandole. [003]E qualora pure avvenia che io dormissi, diversamente era da' sogni occupata, alcuna lieti venenti, e alcuna tristissimi. Le feste e i templi m'erano noievoli, né mai se non di rado, quasi non potendo altro fare, li visitava. [004]E il mio viso, palido ritornato, faceva tutta malinconosa la casa mia, e da varii variamente di me parlare. E così, aspettando, e quasi che non sappiendo, malinconica e trista mi stava.

[11]

[001]Li miei dubbiosi pensieri il più mi traevano tutto il giorno incerta di dolermi o di rallegrarmi, ma venendo la notte, attissimo tempo alli miei mali, trovandomi nella mia camera sola, avendo prima e pianto e molte cose con meco dette, quasi mossa da consiglio migliore, le mie orazioni a Venere rivolgea, dicendo: [002]"O del cielo bellezza ispeziale, o pietosissima dèa, o santa Venere, la cui effigie nel principio de' miei affanni in questa camera fu manifesta, porgi conforto a' miei dolori, e per quello venerabile e intrinseco amore che tu portasti ad Adone, mitiga i miei mali. [003]Vedi quanto per te io tribulo, vedi quante volte per te la terribile imagine della morte sia già stata inanzi agli occhi miei, vedi se tanto male ha la mia pura fede meritato quant'io sostegno. [004]Io, lasciva giovane, non conoscendo i tuoi dardi, al primo tuo piacere, sanza disdire, mi ti feci suggetta. Tu sai quanto per te mi fu promesso di bene, e certo io non niego che parte già non n'avessi: ma se questi affanni, che tu mi dài, di quel bene parte s'intendono, perisca il cielo e la terra ad una otta, e rifacciansi col mondo che seguirà le leggi nuove a queste simili. [005]Se egli è pure male, come a me il pare sentire, venga, o graziosa dèa, il bene promesso, acciò che la santa bocca non si possa dire come gli uomini avere apparato a mentire. [006]Manda il tuo figliuolo con le sue saette e con le tue fiaccole al mio Panfilo, là dove egli ora da me dimora lontano, e lui, se forse per non vedermi nel mio amore è raffreddato, o di quello d'alcuna altra è fatto caldo, rinfiammilo per tal maniera che, ardendo come io ardo, niuna cagione il ritenga che el non torni, acciò che io, riprendendo conforto, sotto questa gravezza non muoia. [007]O bellissima dèa, vengano le mie parole a' tuoi orecchi, e se lui riscaldare non vuoli, trai a me di cuore i dardi tuoi, acciò che io, così come egli, possa sanza tante angoscie passare i giorni miei".

[12]

[001]In questi così fatti prieghi, ancora che vani li vedessi poi riuscire, pure allora quasi essauditi credendomi, alquanto con isperanza alleviava il mio tormento, e nuovi mormorii ricominciando, diceva: "O Panfilo, dove se' tu ora? Deh, che fai tu ora? Hatti la tacita notte sanza sonno e con tante lagrime quante me, o forse nelle braccia ti tiene della giovane male per me udita? [002]O pure sanza alcuno ricordo di me soavissimamente dormi? Deh, come può questo essere, che Amore due amanti con disiguali leggi governi, ciascuno ferventemente amando, come io fo, e forse come tu fai? [003]Io non so, ma se così è, che quelli pensieri te che me occupino, quali prigioni o quali catene ti tengono, che quelle rompendo a me non torni? Certo io non so chi me si potesse tenere di venire a te, se la mia forma sola, la quale sanza dubbio d'impedimento e di vergogna in più luoghi mi sarebbe cagione, non mi tenesse. [004]Qualunque affari, qualunque altre cagioni costà trovasti, già deono essere finite, e il tuo padre già di te dée essere sazio; il quale, come l'iddii sanno, io priego sovente per la sua morte, fermamente credendo lui cagione della tua dimora, e se così non è, almeno del tormiti pur fu. [005]Ma io non dubito che, della morte pregando, non gli si prolunghi la vita, tanto mi sono gl'iddii contrarii e male essaudevoli in ogni cosa. Deh, vinca il tuo amore, se cotale è quale solea, le sue forze, e vienne. [006]Non pensi tu me sola gran parte delle notti giacere, nelle quali tu fida compagnia mi faresti, se tu ci fossi, come già facesti? Oimè!, quante il passato verno lunghissime, sanza te fredda nel grandissimo letto, sola, n'ho trapassate! Deh, ricorditi de' varii diletti da noi molte volte in varie cose presi; de' quali ricordandoti tu, sono certa niuna altra donna mai mi ti potrà tòrre. [007]E quasi questa credenza più ch'altra mi rende sicura che falsa sia l'udita novella della nuova sposa; la quale, ancora che vera fosse, non spero mi ti potesse tòrre se non un tempo. [008]Dunque ritorna, e se i graziosi diletti non hanno forza di qua tirarti, tiritici il volere da morte turpissima liberare colei che sopra tutte le cose t'ama. Oimè! che se tu ora tornassi, appena che io creda che tu mi riconoscessi, sì m'ha trasformata l'angoscia. [009]Ma certo, ciò che infinite lagrime m'hanno tolto, brieve letizia, vedendo il tuo bel viso, mi renderebbe, e sanza fallo tornerei quella Fiammetta che già fui. Deh, vieni, vieni, ché 'l core ti chiama: non lasciare perire la mia giovanezza presta a' tuoi piaceri. [010]Oimè! ch'io non so con che freno io temperassi la mia letizia, se tu tornassi, in modo che a tutti manifesta non fosse; per che io, e meritamente, dubito che il nostro amore, lungamente e con grandissimo senno e sofferenza celato, non si scoprisse a ciascuno. [011]Ma ora pur venissi tu a vedere se così ne' prosperi casi come negli avversi le 'ngegnose bugie avessero luogo! Oimè, or fossi tu già venuto, e se meglio non potesse essere, sapesselo chi volesse, ché a tutto mi crederei dare riparo".

[012]Questo detto, quasi come se egli le mie parole avesse intese, súbito mi levava, e correva alla finestra, me nella estimazione ingannando d'udire quello che io udito non avea, cioè che egli la nostra porta toccasse, come era usato. [013]Oh quante volte, se i solleciti amanti avessero saputo questo, forse sarei stata potuta ingannare, se alcuno malizioso sé Panfilo avesse finto a cotali punti! Ma poi che la finestra aperta avea, e riguardata la porta, gli occhi del conosciuto inganno mi facevano più certa; [014]e cotale la vana letizia in me con turbazione sùbita si volgea: qual, poi che il forte albero rotto da' potenti venti, con le vele raviluppate, in mare a forza da quelli è trasportato, la tempestosa onda cuopre sanza contrasto il legno periclitante. [015]E nel modo usato alle lagrime ritornando, miseramente piango, e sforzandomi poi di dare alla mente riposo, con gli occhi chiusi allettando gli umidi sonni, tra me medesima in cotal guisa gli chiamo:

[13]

[001]"O Sonno, piacevolissima quiete di tutte le cose, e degli animi vera pace, il quale ogni cura fugge come nemico, vieni a me, e le mie sollecitudini alquanto col tuo operare caccia del petto mio. [002]O tu, che i corpi ne' duri affanni gravati diletti, e ripari le nuove fatiche, come non vieni? Deh, tu dài ora a ciascuno altro riposo: donalo a me più ch'altra di ciò bisognosa. [003]Fuggi degli occhi alle liete giovani, le quali ora, tenendo i loro amanti in braccio, nelle palestre di Venere essercitandosi, te rifiutano e odiano; e entra negli occhi miei, che sola, e abandonata, e vinta dalle lagrime e da' sospiri dimoro. [004]O domatore de' mali, e parte migliore dell'umana vita, consolami di te, e lo starmi lontano riserba quando Panfilo co' suoi piacevoli ragionari diletterà le mie avide orecchie di lui udire. [005]O languido fratello della dura morte, il quale le false cose alle vere rimescoli, entra negli occhi tristi! Tu già i cento d'Argo volenti vegghiare occupasti: deh, occupa ora i miei due che ti disiderano! O porto di vita, o di luce riposo, e della notte compagno, il quale parimente vieni agli eccelsi re e agli umili servi, entra nel tristo petto e piacevole alquanto le mie forze ricrea. [006]O dolcissimo Sonno, il quale l'umana generazione pavida della morte costrigni ad apparare le sue lunghe dimore, occupa me con le forze tue, e da me caccia gl'insani movimenti, ne' quali l'animo se medesimo senza pro fatica". [007]Egli, più pietoso che alcuno altro iddio a cui io porga prieghi, avvegna che indugio ponga alla grazia chiesta da' prieghi miei, pur, dopo lungo spazio, quasi più a servirmi costretto che volonteroso, pigro viene, e sanza dire alcuna cosa, non avedendomene io, sottentra al lasso capo, il quale, di lui bisognoso, quello volonteroso pigliando, tutto in lui si ravolge.

[14]

[001]Non viene, posto che il sonno venga, però in me la disiata pace, anzi, in luogo de' pensieri e delle lagrime, mille visioni piene d'infinite paure mi spaventano. Io non credo che niuna furia rimanga nella città di Dite, che in diversi modi e terribili già più volte mostrata non mi si sia, diversi mali minacciando; e spesso con loro orribile aspetto hanno li miei sonni rotti, di che io quasi, per non vederle, mi sono contentata. [002]E poche sono brievemente state quelle notti, dopo la male udita novella della menata sposa, che rallegrata m'abbiano dormendo, come davanti, mostrandomi lietamente il mio Panfilo, assai sovente solean fare: il che sanza modo mi doleva, e ancora duole.

[15]

[001]Di tutte queste cose, delle lagrime e del dolore dico, ma non della cagione, s'avede il caro marito; e considerando il vivo colore del mio viso in palidezza essere cambiato (e gli occhi piacevoli e lucenti vedea da purpureo cerchio intorniati, e quasi della mia fronte fuggiti), molte volte già si maravigliò perché fosse. [002]Ma pure vedendo me e il cibo e il riposo avere perduto, alcuna volta mi domandò che fosse di ciò la cagione. Io li rispondea lo stomaco averne colpa, il quale, non sappiendo io per qual cagione guastatomisi, a quella deforme magrezza m'avea condotta. [003]Oimè! che egli intera fede dando alle mie parole, il mi credeva, e infinite medicine già mi fece apparecchiare; le quali io per contentarlo usava, non per utile che di quelle aspettassi. [004]E quale alleviamento di corpo puote le passioni dell'anima alleviare? Niuno credo. Forse quelle dell'anima, via levate, potrebbono il corpo alleviare. La medicina utile al mio male non era più che una, la quale troppo era lontana a potermi giovare.

[16]

[001]Poi che lo 'ngannato marito vedeva le molte medicine poco giovare, anzi niente, di me più tenero che il dovere, da me in molte nuove e diverse maniere la mia malinconia s'ingegnava di cacciare via, e la perduta allegrezza restituire, ma invano le molte cose adoperava. [002]Egli alcuna volta mi mosse cotali parole:

"Donna, come tu sai, poco di là dal piacevole monte Falerno, in mezzo dell'antiche Cumme e di Pozzuolo, sono le dilettevoli Baie sopra i marini liti; del sito delle quali più bello né più piacevole ne cuopre alcuno il cielo. [003]Egli di monti bellissimi, tutti d'alberi varii e di viti coperti, è circundato; fra le valli de' quali niuna bestia è a cacciare abile, che in quelle non sia; né a quelli lontana la grandissima pianura dimora, utile alle varie cacce de' predanti uccelli e sollazzevole. [004]Quivi vicine l'isole Pittaguse e Nisida di conigli abondante, e la sepoltura del gran Meseno, dante via a' regni di Plutone; quivi gli oraculi della Cumana sibilla, il lago d'Averno e Teatro, luogo comune degli antichi giuochi, e le Piscine, e monte Barbaro, vane fatiche dello iniquo Nerone: le quali cose, antichissime e nuove, a' moderni animi sono non piccola cagione di diporto a andarle mirando. [005]E oltre a tutte queste vi sono bagni sanissimi ad ogni cosa e infiniti, e il cielo, quivi mitissimo in questi tempi, ci dà di visitarle materia. Quivi non mai sanza festa e somma allegrezza con donne nobili e cavalieri si dimora. [006]E però tu, non sana dello stomaco, e nella mente, per quel che io discerna, di molesta malinconia affannata, con meco per l'una sanità e per l'altra voglio che venghi; né fia fermamente sanza utile il nostro andare."

[007]Io allora, queste parole udendo, quasi dubbiosa non nel mezzo della nostra dimora tornasse il caro amante, e così nol vedessi, lungamente penai a rispondere; ma poi, vedendo il suo piacere, imaginando che, venendo egli, esso dove che io fossi verrebbe, risposi me al suo volere apparecchiata, e così v'andammo.

[17]

[001]Quanto contraria medicina operava il mio marito alle mie doglie! Quivi, posto che i langori corporali molto si curino, rade volte o non mai vi s'andò con mente sana, che con sana mente se ne tornasse; non che le inferme sanità v'acquistassero! [002]E in verità di ciò non è maraviglia, ché o il sito vicino alle marine onde, luogo natale di Venere, che il déa, o il tempo nel quale egli più s'usa, cioè nella primavera, sì come a quelle cose più atto, che il faccia, non so; [003]ma per quello che già molte volte a me paruto ne sia, quivi eziandio le più oneste donne posposta alquanto la donnesca vergogna, più licenzia in qualunque cosa mi pareva si convenisse che 'n altra parte; né io sola di cotale oppinione sono, ma quasi tutti quelli che già vi sono costumati. [004]Quivi la maggiore parte del tempo ozioso trapassa, e qualora più è messo in essercizio, si è in amorosi ragionamenti, o le donne per sé, o mescolate co' giovani; quivi non s'usano vivande se non dilicate, e vini per antichità nobilissimi, possenti non che ad eccitare la dormente Venere, ma a risuscitare la morta in ciascuno uomo. [005]E quanto ancora in ciò la virtù de' bagni diversi adoperi, quelli il può sapere che l'ha provato. Quivi i marini liti e i graziosi giardini, e ciascheduna altra parte, sempre di varie feste, di nuovi giuochi, di bellissime danze, d'infiniti strumenti, d'amorose canzoni, così da giovani come da donne fatti, sonate e cantate risuonano. [006]Tengasi adunque chi può quivi, tra tante cose, contra Cupido, il quale quivi, per quello ch'io creda, sì come in luogo principalissimo de' suoi regni, aiutato da tante cose, con poca fatica usa le forze sue.

[18]

[001]In così fatto luogo, o pietosissime donne, mi soleva il mio marito menare a guarire dell'amorosa febbre; nel quale poi pervenimmo, non usò Amore vèr me altro modo che vèr l'altre facesse; anzi l'anima che, presa, più pigliare non si potea, alquanto (certo assai poco) ratiepidita, e per lo lungo dimorare lontano a me che Panfilo fatto avea, e per le molte lagrime e dolori sostenute, raccese in sì grande fiamma, che mai tale non mi ve la parea avere avuta. [002]E ciò non solamente delle predette cagioni procedea, ma il ricordarmi quivi molte volte essere stata da Panfilo accompagnata, amore e dolore, vedendomivi sanza esso, sanza dubbio nessuno m'acresceva. [003]Io non vedeva né monte né valle alcuna, che io, da molti e da lui accompagnata, quando le reti portando e quando i cani menando, ponendo insidie alle salvatiche bestie e pigliandole, non conoscessi per testimonio e delle mie e delle sue allegrezze essere stata. [004]Niuno lito, né scoglio, né isoletta ancora vi vedea, che io non dicessi: "Qui fui con Panfilo, e così mi disse, e così quivi facemmo". Similemente niuna altra cosa vedere vi poteva, che prima non mi fosse cagione di ricordarmi con più efficacia di lui, e poi di fervente disio di rivederlo (o quivi, o in altra parte) e ritornare in ieri.

[19]

[001]Come al caro marito agradiva, così quivi varii diletti a prendere si cominciarono. Noi alcuna volta, levati prima che il giorno chiaro apparisse, saliti sopra i portanti cavalli, quando con cani e quando con uccelli, e quando con amenduni, ne' vicini paesi, di ciascuna caccia copiosi, ora per le ombrose selve e ora per li aperti campi solleciti n'andavamo. [002]E quivi varie cacce vedendo, ancora che esse molto rallegrassero ciascuno altro, in me sola alquanto minuivano il mio dolore; e come alcuno bello volo, o notabile corso vedeva, così mi ricorreva alla bocca: "O Panfilo, ora fossi tu qui a vedere, come già fosti!". [003]Oimè! che infino a quel punto alquanto avendo con meno noia sostenuto e il riguardare e l'operare, per tale ricordarmi quasi vinta nel nascoso dolore, ogni cosa lasciava stare. [004]Oh quante volte e' mi ricorda che in tali accidenti già l'arco mi cadde, e le saette di mano! Nel quale, né in reti distendere o in lasciare cani, niuna che Diana seguisse fu più di me amaestrata giammai. [005]E non una volta, ma molte, nel più spesso uccellare, qualunque uccello si fu a ciò convenevole, quasi essendo io a me medesima uscita di mente, non lasciandolo io, si levò volando delle mie mani: di che io, che già in ciò studiosissima, quasi niente curava. [006]Ma poi che ciascuna valle e ogni monte e gli spaziosi piani erano da noi ricercati, di preda carichi, i miei compagni e io, a casa ne tornavamo; la quale lieta per molte feste e varie trovavamo le più volte.

[20]

[001]Noi alcuna volta sotto gli altissimi scogli sopra il mare estendentisi e faccenti ombra graziosissima su le arene, poste le mense, con compagnia di donne e di giovani grandissima mangiavamo; né prima eravamo da quelle levate, che, sonantisi diversi strumenti, i giovani varie danze incominciavano, nelle quali e me medesima quasi sforzata alcuna volta convenne pigliare. [002]Ma in esse, sì per l'animo non a quelle conforme, e sì per lo corpo debole, per piccolo spazio durava; per che, indietro trattami, sopra gli stesi tappeti, con alcune altre mi poneva a sedere. [003]Quivi e ad una ora i suoni ascoltando, entranti con dolce nota nell'animo mio, e a Panfilo pensando, discorde, festa con noia comprendo, perciò che i piacevoli suoni ascoltando, in me ogni tramortito spiritello d'amore fanno risuscitare; e nella mente tornano i lieti tempi, ne' quali io al suono di quelli variamente con arte non piccola, in presenzia del mio Panfilo, laudevolemente soleva operare; ma quivi Panfilo non vedendo, volontieri con tristi sospiri pianti li averei dolentissima, se convenevole mi fosse paruto. [004]E oltre a ciò, questo medesimo le varie canzoni, quivi da molte cantate, mi solevano fare; delle quali se forse alcuna v'era conforme alli miei mali, con orecchie l'ascoltava intentissima, di saperla disiderando, acciò che poi fra me ridicendola, con più ordinato parlare e più coperto mi sapessi e potessi in publico alcuna volta dolere, e massimamente di quella parte de' danni miei che in essa si contenesse.

[21]

[001]Ma poi che le danze in molti giri volte e reiterate hanno le giovani donne rendute stanche, tutte postesi con noi a sedere, più volte avvenne che i giovani vaghi di sé, dintorno a noi accumulati, quasi facevano una corona; la quale mai né quivi né altrove avvenne ch'io vedessi, che ricordandomi del primo giorno nel quale Panfilo, a tutti dimorando di dietro, mi prese, che io invano non levassi più volte gli occhi fra loro rimirando, quasi tuttavia sperando in simile modo Panfilo rivedere. [002]Tra questi adunque mirando, vedeva alcuna volta alcuni con occhi intentissimi mirare il suo disio, e io, in quelli atti sagacissima per adietro, con occhio perplesso ogni cosa mirava, e conosceva chi amava e chi scherniva; e talora l'uno laudava, e talora l'altro, e in me diceva talvolta che il mio migliore sarebbe stato se così io, come quelle faceano, avessi fatto, servando l'anima libera, come quelle, gabbando, servavano. Poi dannando cotale pensiero, più essendo contenta, se essere si puote contenta di male avere, sono d'avere fedelmente amato. [003]Ritorno adunque e gli occhi e 'l pensiero agli atti vaghi de' giovani amanti, e quasi alcuna consolazione prendendo di quelli li quali ferventemente amare discerno, più con meco stessa di ciò li commendo, e quelli lungamente con intero animo avendo mirati, così fra me medesima tacita incomincio:

[22]

[001]"Oh felici voi, a' quali come a me non è tolta la vista di voi stessi! Oimè! che così come voi fate, soleva io per adietro fare. Lunga sia la vostra felicità, acciò che io sola di miseria possa essemplo rimanere a' mondani. [002]Almeno se Amore, faccendomi male contenta della cosa amata da me, sarà cagione che li miei giorni si raccorcino, me ne seguirà che io, come Dido, con dolorosa fama diventerò etterna." E questo detto, tacendo, torno gli occhi a riguardare quello che diversi diversamente adoperino. [003]Oh quanti già in simili luoghi ne vidi, li quali, dopo molto avere mirato, e non avendo la loro donna veduta, reputando meno che bello il festeggiare, malinconici si partiano! De' quali alcuno, avvegna che debole, riso nel mezzo de' miei mali trovava luogo, veggendomi compagnia ne' dolori, e conoscendo per li miei mali stessi li guai altrui.

[23]

[001]Adunque, o carissime donne, così disposta quale le mie parole dimostrano, m'aveano li dilicati bagni, le faticose cacce e li marini liti, d'ogni festa ripieni: per che dimostrando il mio palido viso, li sospiri continui, e il cibo parimente col sonno perduti, allo ingannato marito e alli medici la mia infermità non curabile, quasi della vita mia disperandosi, alla città lasciata ne tornavamo; nella quale la qualità del tempo molte e diverse feste apprestante, con quelle cagione di varie angoscie m'apparecchiava. [002]Egli avvenne, non una volta ma molte, che dovendo novelle spose andare alli loro mariti, primieramente io o per parentado stretto, o per amistà, o per vicinanza fui invitata alle nuove nozze; alle quali andare più volte mi costrinse il mio marito, credendosi in cotale guisa la manifesta mia malinconia alleggiare. [003]Adunque in questi così fatti giorni li lasciati ornamenti mi convenia ripigliare, e i negletti capelli, d'oro per adietro da ognuno giudicati, allora quasi a cenere simili divenuti, come io poteva in ordine rimetteva. [004]E ricordandomi con più piena memoria a cui essi oltre ad ogni altra bellezza soleano piacere, con nuova malinconia riturbava il turbato animo; e alcuna volta avendo io me medesima obliata, mi ricorda che non altramenti che da infimo sonno rivocata dalle mie serve, ricogliendo il caduto pettine, ritornai al dimenticato oficio. [005]Quindi volendomi, sì come usanza è delle giovani donne, consigliare col mio specchio de' presi ornamenti, vedendomi in esso orribile qual io era, avendo nella mente la forma perduta, quasi non quella la mia, che nello specchio vedeva, ma d'alcuna infernale furia pensando, intorno volgendomi, dubitava. [006]Ma pure, poi che ornata era, non dissimile alla qualità dell'animo, con l'altre andava alle liete feste: liete dico per l'altre, ché come Colui sa, a cui niuna cosa è nascosa, nulla ne fu mai, dopo la partita del mio Panfilo, che a me non fosse di tristizia cagione. [007]Pervenute adunque alli luoghi deputati alle nozze, ancora che diversi e in diversi tempi fossero, non altramente che in una sola maniera mi videro, cioè con viso infinto, quale io poteva, ad allegrezza, e con l'animo del tutto a dolersi disposto, prendendo così dalle liete cose come dalle triste che avvenieno, cagione alla sua doglia. [008]Ma poi che quivi dall'altre con molto onore ricevute eravamo, l'occhio disideroso non di vedere ornamenti, de' quali li luoghi tutti risplendevano, ma se stesso col pensiero ingannando, se forse quivi Panfilo vedesse, come più volte già in simile luogo veduto aveva, intorno soleva girare. [009]E non vedendolo, come fatta più certa di ciò di che io prima era certissima, quasi vinta, con l'altre mi poneva a sedere, rifiutando li offerti onori, non vedendovi io colui per lo quale essere mi soleano cari. [010]E poi che la nuova sposa era giunta, e la pompa grandissima delle mense, celebrata, si toglieva via, come le varie danze, ora alla voce d'alcuno cantante guidate, e ora al suono di diversi strumenti menate, erano cominciate, risonando ogni parte della sposeresca casa di festa, io, acciò che non isdegnosa, ma urbana paressi, data alcuna volta in quelle, mi riponeva a sedere, entrando in nuovi pensieri. [011]Egli mi ritornava a mente quanto solenne fosse stata quella festa, la quale a questa simile già per me s'era fatta; nella quale io, semplice e libera, sanza alcuna malinconia, lieta mi vidi onorare; e quelli tempi con questi altri misurando in me medesima, e oltremodo vedendoli variati, con sommo disio, se il luogo conceduto l'avesse, provocata era a lagrimare. [012]Correvami ancora nell'animo con pensiero prontissimo, veggendo li giovini parimente e le donne fare festa, quanto io già in simili luoghi, il mio Panfilo me mirando, con atti varii e maestrevoli a cotali cose festeggiato avessi: e più meco della cagione del fare festa, che tolta m'era, che del non fare festa medesimo mi dolea. [013]Quindi orecchie porgendo a' motti, alle canzoni e a' suoni, ricordandomi de' preteriti, sospirava; e con infinto piacere, disiderando la fine di cotale festa, meco medesima malcontenta con fatica passava. [014]Nondimeno, riguardando ogni cosa, essendo intorno alle riposanti donne la multitudine de' giovani a rimirarle sopravenuti, manifestamente scorgea molti di quelli, o quasi tutti, in me rimirare alcuna volta: e quale una cosa del mio aspetto, e quale un'altra fra sé tacito ragionava, ma non sì che de' loro occulti parlari, o per imaginazione, o per udita, non pervenissero gran parte ai miei orecchi. Alcuni l'uno verso l'altro, diceano:

[015]"Deh, guarda quella giovane, alla cui bellezza nulla ne fu nella nostra città simigliante, e ora vedi quale ella è divenuta! Non miri tu come ella ne' sembianti pare sbigottita, quale che la cagione si sia?"

[016]E detto questo, mirandomi con atto umilissimo, quasi da compassione delli mie mali compunti, partendosi, me di me lasciavano più che l'usato pietosa. Altri intra sé domandavano: "Deh, è questa donna stata inferma?"; e poi a sé medesimi rispondeano: "Egli mostra di sì, sì è magra tornata e scolorita; di che egli è grande peccato, pensando alla sua smarrita bellezza". [017]Certi ve n'erano di più profondo conoscimento, il che mi dolea, li quali dopo lungo parlare diceano:

[018]"La palidezza di questa donna dà segnali d'innamorato cuore: e quale infermità mai alcuno asottiglia come fa il troppo fervente amore? Veramente ella ama, e se così è, crudele è colui che a lei è di si fatta noia cagione, per la quale essa così s'assottigli".

[019]Quando questo avvenne, dico che io non potei ritenere alcuno sospiro, vedendo di me molta più pietà in altrui, che in colui che ragionevolemente avere la dovria. E dopo li mandati sospiri, con voce tacita pregai per li coloro beni umilemente gl'iddii. [020]E certo egli mi ricorda la mia onestà avere avute tra quelli che così ragionavano tante forze, che alcuni mi scusavano, dicendo:

[021]"Cessi che questo di questa donna si creda, cioè che amore la molesti: ella, più che alcuna altra onesta, mai di ciò non mostrò sembiante alcuno, né mai ragionamento nessuno tra li amanti si poté di suo amore ascoltare: e certo egli non è passione da potere lungamente occultare."

[022]"Oimè!" – diceva io allora fra me medesima – "quanto sono costoro lontani alla verità, me innamorata non reputando, perciò che, come pazza, negli occhi e nelle bocche de' giovani non metto li miei amori, come molte altre fanno!"

[023]Quivi ancora mi si parano molte volte davanti giovani nobili, e di forma belli, e d'aspetto piacevoli, li quali per adietro più volte con atti e modi diversi tentati aveano gli occhi miei, ingegnandosi di trarre quelli a' loro disii. [024]Li quali, poi che me così deforme un pezzo aveano mirata, forse contenti che io non gli avessi amati, si dipartieno dicendo: "Guasta è la bellezza di questa donna". [025]Perché nasconderò io a voi, o donne, quello che non solamente a me, ma generalmente a tutte dispiace d'udire? Io dico che, ancora che il mio Panfilo non fosse presente, per lo quale era a me sommamente cara la mia bellezza, con gravissima puntura di cuore d'avere quella perduta ascoltava. [026]Oltre a queste cose ancora mi ricordo io essermi alcuna volta in così fatte feste avvenuto che io in cerchio con donne d'amore ragionanti mi sono ritrovata; là dove con disiderio ascoltando quali li altrui amori siano stati, agevolemente ho compreso niuno si fervente, né tanto occulto, né con si gravi affanni essere stato, come il mio; avvegna che de' più felici e de' meno onorevoli il numero ne sia grande. [027]Adunque in cotale guisa una volta mirando, e un'altra ascoltando ciò che nelli luoghi ne' quali stava s'adoperava, pensosa passava il discorrevole tempo.

[24]

[001]Essendo adunque per alcuno spazio le donne, sedendosi, riposate, m'avvenne alcuna volta che, rilevatesi esse alle danze, avendo me più volte a quelle invitata indarno, e dimorando esse e li giovani parimente in quelle, con cuore d'ogni altra intenzione vacuo, molto attente, quale forse da vaghezza di dimostrare sé in quelle essere maestra, e quale dalla focosa Venere a ciò sospinta, io, quasi sola rimasa a sedere, con isdegnoso animo li nuovi atti e le qualità di molte donne mirava. [002]E certo d'alcune avvenne che io le biasimai, bene che io sommamente disiderassi, se essere fosse potuto, di fare io, se il mio Panfilo stato fosse presente. Il quale tante volte quante a mente mi tornava o torna, tante di nuova malinconia m'era, e è, cagione: il che, come Dio sa, non merita il grande amore che io gli porto e ho portato. [003]Ma poi che quelle danze con gravissima noia di me alcuna volta per lungo spazio rimirate avea, essendomi divenute per altro pensiero tediose, quasi da altra sollecitudine mossa, del publico luogo levatami, volonterosa di sfogare il raccolto dolore, se fatto mi veniva acconciamente, in parte solitaria me n'andava; e quivi dando luogo alle volonterose lagrime, delle vanità vedute alli miei folli occhi rendea guiderdone. [004]Né quelle sanza parole accese d'ira uscivano fuori, anzi, conoscendo io la misera mia fortuna, verso lei mi ricordo d'avere alcuna volta così parlato:

[25]

[001]"O Fortuna, ispaventevole nemica di ciascuno felice, e de' più miseri singulare speranza, tu, permutatrice de' regni, e de' mondani casi aducitrice, sollevi e avalli con le tue mani come il tuo indiscreto consiglio ti porge. [002]E non contenta d'essere tutta d'alcuno, o in uno caso l'essalti e in un altro il deprimi, o dopo alla data felicità aggiugni agli animi nuove cure, acciò che li mondani, in continue necessità dimorando, secondo il parere loro, te sempre prieghino, e la tua deità orba adorino. [003]Tu, cieca e sorda, gli pianti de' miseri rifiutando, con gli essaltati ti godi, li quali te ridente e lusingante abracciando con tutte le forze, con inoppinato avvenimento da te si truovano prostrati, e allora miseramente te conoscono avere mutato viso. [004]E di questi cotali io misera mi truovo, né so quale inimicizia o cosa da me commessa inverso te a ciò t'inducesse o mi ci noccia. Oimè! chiunque nelle grandi cose si fida e potente signoreggia negli alti luoghi, l'animo credulo dando alle cose liete, riguardi me, d'alta donna picciolissima serva tornata, e peggio, ché disdegnata sono dal mio signore e rifiutata. [005]Tu non desti mai, o Fortuna, più ammaestrevole essemplo di me, delli tuoi mutamenti, se con sana mente si riguarderà. Io da te, o Fortuna mutabile, nel mondo ricevuta fui in copiosa quantità de' tuoi beni, se la nobilità e le ricchezze sono di quelli, sì come io credo; e oltre a ciò in quelle cresciuta fui, né mai ritraesti la mano. [006]Queste cose certo continuamente magnanima possedei; e come mutabili le trattai, e oltre alla natura delle femine liberalissimamente l'ho usate. Ma io, ancora nuova, te, delle passioni dell'anima donatrice, non sappiendo che tanta parte avessi nelli regni d'Amore, come volesti m'innamorai, e quello giovane amai, il quale tu sola, e altri no, parasti davanti agli occhi miei allora che io più ad inamorar mi credeva essere lontana. [007]Il piacere del quale poi che nel cuore con legame indissolubile mi sentisti legato, non stabile, più volte hai cercato di farmene noia; e alcuna volta hai li vicini animi con vani e ingannevoli ingegni sommossi, e talvolta gli occhi, acciò che, palesato, nocesse il nostro amore. [008]E più volte, sì come tu volesti, sconce parole dell'amato giovane alli miei orecchi pervennero, e alli suoi di me sono certa che facesti pervenire, possibili, essendo credute, a generare odio; ma esse non vennero mai al tuo intendimento secondo che, posto che tu, dèa, come ti piace guidi le cose esteriori, le virtù dell'anima non sono sottoposte alle tue forze: il nostro senno continuamente in ciò t'ha soperchiata. [009]Ma che giova però a te opporsi? A te sono mille vie da nuocere a' tuoi nemici, e quello che per diretto non puoi, conviene che per obliquo fornischi. Tu non potesti ne' nostri animi generare nimicizia, ingegnastiti di mettervi cosa equivalente; e oltre a ciò gravissima doglia e angoscia. [010]I tuoi ingegni, per adietro rotti col nostro senno, si risarcirono per altra via, e inimica a lui parimente e a me, con li tuoi accidenti porgesti cagione di dividere da me l'amato giovane con lunga distanzia. [011]Oimè! quando avrei io potuto pensare che in luogo a questo tanto distante, e da questo diviso da tanto mare, da tanti monti, valli e fiumi, dovesse nascere, te operante, la cagione de' miei mali? Certo non mai, ma pure è così. Ma con tutto questo, avvegna ch'e' sia lontano a me, e io a lui, non dubito che egli m'ami, sì come io lui, il quale io sopra tutte le cose amo. [012]Ma che vale questo amore ad effetto più che se fossimo nemici? Certo, niuna cosa. Dunque al tuo contrasto niente valse il senno nostro: tu insiememente con lui ogni mio diletto e ogni mio bene, e ogni gioia te ne portasti; e con questi le feste, li vestimenti, le bellezze e 'l vivere lieto; in luogo de' quali pianti, e tristizia e intollerabile angoscia lasciasti; ma certo che io non l'ami non m'hai tu potuto tòrre, né puoi. [013]Deh, se io, ancora giovane, avea contro alla tua deità commessa alcuna cosa, la età semplice mi dovea rendere scusata; ma se tu pure di me volevi vendetta, perché non l'operavi tu nelle tue cose? Tu ingiusta hai messa la tua falce nell'altrui biade. Che hanno le cose d'amore a fare con teco? A me sono altissime case e belle, ampissimi campi e molte bestie, a me tesori conceduti dalla tua mano: [014]perché in queste cose, o con fuoco, o con acqua, o con rapina, o con morte non si distese la tua ira? Tu m'hai lasciate quelle cose che alla mia consolazione non possono valere, se non come a Mida la ricevuta grazia da Bacco alla fame, e haitene portato colui solo, il quale io più che tutte l'altre cose aveva caro. [015]Ahi! maladette sieno l'amorose saette, le quali ardirono di prendere vendetta di Febo, e da te tanta ingiuria sostengono! Oimè! che se esse t'avessero mai punta, come elle pungono ora me, forse tu con più diliberato consiglio offenderesti agli amanti. [016]Ma ecco, tu m'hai offesa, e a quello condotta, che io, ricca, nobile e possente, sono la più misera parte della mia terra, e ciò vedi tu manifesto. [017]Ogni uomo si rallegra e fa festa, e io sola piango, né questo ora solamente comincia, anzi è lungamente durato, tanto che la tua ira dovria essere mitigata. [018]Ma tutto il ti perdono, se tu solamente, di grazia, il mio Panfilo, come da me il dividesti, con meco il ricongiunghi; e se forse ancora la tua ira pur dura, sfoghisi sopra il rimanente delle mie cose. [019]Deh, increscati di me, o crudele! Vedi che io sono divenuta tale, che quasi come favola del popolo sono portata in bocca; dove con solenne fama la mia bellezza soleva essere narrata. [020]Comincia a essere pietosa verso di me, acciò che io, vaga di potermi di te lodare, con parole piacevoli onori la tua maestà, alla quale, se benigna mi torni nel dimandato dono, infino ad ora prometto, e qui sieno testimonii l'iddii, di porre la mia imagine, ornata quanto potrassi, ad onore di te in quale tempio più ti fia caro; e quella con versi soscritti, che diranno: "Questa è Fiammetta dalla Fortuna di miseria infima recata in somma allegrezza" si vedrà da tutti."[021]Oh, quante più altre cose ancora dissi più volte, le quali lungo e tedioso sarebbe il raccontarle! Ma tutte, brievemente, in amare lagrime terminavano; dalle quali alcuna volta avvenne che io, dalle donne sentita, con varii conforti levatane, alle festevoli danze fui rimenata a male mio grado.

[26]

[001]Chi crederebbe possibile, o amorose donne, tanta tristizia nel petto capere d'una giovane, che niuna cosa fosse, la quale non solamente non rallegrar la potesse, ma eziandio cagione di maggiore doglia le fosse continuo? Certo egli pare incredibile a tutti, ma io misera, sì come colei che 'l pruovo, sento e conosco ciò essere vero. [002]Egli avveniva spesse volte che, essendo, sì come la stagione richiedeva, il tempo caldissimo, molte altre donne e io, acciò che più agevolemente quello trapassassimo, sopra velocissima barca, armata di molti remi, solcando le marine onde, cantando e sonando, li rimoti scogli e le caverne, nelli monti dalla natura medesima fatte, essendo esse e per ombra e per li venti recentissime, cercavamo. [003]Oimè, che questi erano al corporale caldo sommissimi rimedii a me offerti, ma al fuoco dell'anima per tutto questo niuno alleggiamento era prestato, anzi più tosto tolto; però che, cessanti li calori esteriori, li quali sanza dubbio alli dilicati corpi sono tediosi, incontanente più ampio luogo si dava agli amorosi pensieri, li quali non solamente materia sostentante le fiamme di Venere sono, ma aumentante, se bene si mira. [004]Venuti adunque nelli luoghi da noi cercati, e presi per li nostri diletti ampissimi luoghi, secondo che il nostro appetito richiedeva, ora qua e ora là, ora questa brigata di donne e di giovani, e ora quell'altra, delle quali ogni picciolo scoglietto o lito, solo che d'alcuna ombra di monte dalli solari raggi difeso fosse, erano pieni, vedendo andavamo. [005]Oh quale e quanto è questo diletto grande alle sane menti! Quivi si vedevano in molte parti le mense candidissime poste e di cari ornamenti sì belle, che solo il riguardarle aveva forza di risvegliare l'appetito in qualunque più fosse stato svogliato; [006]e in altra parte, già richiedendolo l'ora, si discernevano alcuni prendere lietamente li matutini cibi; da' quali e noi e quale altro passava con allegra voce alle loro letizie eravamo convitati. [007]Ma poi che noi medesimi avavamo, sì come gli altri, mangiato con grandissima festa, e dopo le levate mense più giri dati in liete danze al modo usato, risalite sopra le barche, subitamente or qua e ora colà n'andavamo. [008]E in alcuna parte cosa carissima agli occhi de' giovani n'appariva: ciò erano vaghissime giovani in giubbe di zendado spogliate, iscalze e isbracciate nell'acqua andanti dalle dure pietre levando le marine conche; e a tale uficio bassandosi, sovente le nascose delizie dello uberifero petto mostravano. [009]E in alcuna altra con più ingegno, altri con reti, e quali con più nuovi artificii, alli nascosi pesci si vedeano pescare. Che giova il faticarsi in volere dire ogni particulare diletto che quivi si prende? Egli non verrebbono meno giamai. Pensi seco chi ha intelletto quanti e quali essi debbono essere non andandovi (e se vi pure va, non vi si vede) alcuno altro che giovane e lieto. [010]Quivi gli animi aperti e liberi sono, e sono tante e tali le cagioni per le quali ciò adiviene, che appena alcuna cosa adimandata negare vi si puote. In questi così fatti luoghi confesso io, per non turbare le compagne, d'avere avuto viso coperto di falsa allegrezza, sanza avere ritratto l'animo da' suoi mali: la qual cosa quanto sia malagevole a fare, chi l'ha provato ne può testimonianza donare. [011]E come potre' io nell'animo essere stata lieta, ricordandomi già e meco e sanza me avere in simili diletti veduto il mio Panfilo, il quale io sentiva da me oltre modo essere lontano, e oltre a ciò sanza speranza di rivederlo? [012]Se a me non fosse stata altra noia che la sollecitudine dell'animo, il quale me continuamente tenea sospesa a molte cose, sì m'era ella grandissima: che è egli a pensare che il fervente disio di rivederlo avesse sì di me tolta la vera conoscenza, che certamente sappiendo lui in quelle parti non essere, pur possibile che vi fosse argomentassi; e come se ciò fosse sanza alcuna contradizione vero, procedea a riguardare se io il vedessi? [013]Egli non vi rimanea alcuna barca, delle quali, quale in una parte volante e quale in un'altra, era così il seno di quello mare ripieno, come il cielo di stelle qualora egli appare più limpido e sereno, che io prima a quella con gli occhi che con la persona, riguardando, non pervenissi. [014]Io non sentiva alcuno suono di qualunque strumento, quantunque io sapessi lui se non in uno essere ammaestrato, che con gli orecchi levati non cercassi di sapere chi fosse il sonatore, sempre imaginando quello essere possibile d'essere colui il quale io cercava. [015]Niuno lito, niuno scoglio, niuna grotta da me non cercata vi rimaneva, né ancora alcuna brigata. Certo io confesso che questa talora vana, e talora infinta speranza mi toglieva molti sospiri; li quali, poi che da me era partita, quasi come se nelle concavità del mio cerebro raccolti si fossero quelli che uscire doveano fuori, convertiti in amarissime lagrime, per li miei dolenti occhi spiravano. [016]E così le finte allegrezze in verissime angoscie si convertieno.

[27]

[001]La nostra città, oltre a tutte l'altre italiche di lietissime feste abondevole, non solamente rallegra li suoi cittadini o con nozze, o con li bagni, o con li marini liti; ma, copiosa di molti giuochi, sovente ora con uno, ora con un altro, letifica la sua gente. [002]Ma tra l'altre cose, nelle quali essa appare splendidissima, è nel sovente armeggiare. [003]Suole adunque a noi essere questa consuetudine antiquata, che poi che li guazzosi tempi del verno sono trapassati, e la primavera con li fiori e con la nuova erba ha al mondo rendute le sue perdute bellezze, essendo con questo li giovaneschi animi per la qualità del tempo raccesi, e più che l'usato pronti a dimostrare li loro disii, di convocare li dì più solenni alle logge de' cavalieri le nobili donne; le quali, ornate delle loro gioie più care, quivi s'adunano. [004]Né credo che più nobile o ricca cosa fosse a riguardare le nuore di Priamo con l'altre frigie donne, qualora più ornate davanti al suocero loro a festeggiare s'adunavano, che sono in più luoghi della nostra città le nostre cittadine a vedere. [005]Le quali, poi che alli teatri in quantità grandissima radunate si veggono, ciascuna quanto il suo podere si stende dimostrandosi bella, non dubito che qualunque forestiere intendente sopravenisse, considerate le contenenze altiere, li costumi notabili, li ornamenti più tosto reali che convenevoli ad altre donne, non giudicasse noi non donne moderne, ma di quelle antiche magnifiche essere al mondo tornate: [006]quella, per altierezza, dicendo Semiramìs somigliare; quell'altra, agli ornamenti guardando, Cleopatra si crederrebbe; l'altra, considerata la sua vaghezza, sarebbe creduta Elena; e alcuna, gli atti suoi bene mirando, in niente si direbbe dissimigliare a Didone.

[007]Perché andrò io simigliandole tutte? Ciascuna per se medesima pare una cosa piena di divina maestà, non che d'umana. [008]E io, misera, prima che il mio Panfilo perdessi, più volte udii tra li giovani quistionare, a quale io fossi più da essere assomigliata: o alla vergine Polisena, o alla ciprigna Venere; dicenti alcuni di loro essere troppo assomigliarmi a dèa, e altri rispondenti in contrario essere poco assomigliarmi a femina umana. [009]Quivi, tra cotanta e così nobile compagnia, non lungamente si siede, né vi si tace, né mormora; ma istanti li antichi uomini a riguardare, li chiari giovani, prese le donne per le dilicate mani, danzando, con altissime voci cantano i loro amori; e in cotale guisa con quante maniere di gioia si possono divisare, la calda parte del giorno trapassano. [010]E poi che 'l sole ha cominciato a dare più tiepidi li suoi raggi, si veggono quivi venire li onorevoli prencipi del nostro Ausonico regno in quello abito che alla loro magnificenza si richiede. [011]Li quali, poi che alquanto hanno e le bellezze delle donne e le loro danze rimirate, quasi con tutti li giovani, così cavalieri come donzelli, partendosi, dopo non lungo spazio in abito tutto al primo contrario con grandissima comitiva ritornano. [012]Quale lingua sì d'eloquenzia splendida, o sì di vocaboli eccellenti facunda, sarebbe quella che interamente potesse li nobili abiti e di varietà pieni interamente narrare? Non il greco Omero, non il latino Virgilio, li quali tanti riti di Greci, di Troiani, e d'Itali già nelli loro versi discrissero. [013]Lievemente adunque, a comparazione del vero, m'ingegnerò di farne alcuna particella a quelle che non gli hanno veduti palese. E ciò non fia nella presente materia dimostrato invano, anzi si potrà per le savie comprendere la mia tristizia essere, oltre a quella d'ogni altra donna preterita o presente, continua, poi la dignità di tante e sì eccelse cose vedute non l'hanno potuta intrarrompere con alcuno lieto mezzo.

[014]Dico adunque, al proposito ritornando, che li nostri prencipi sopra cavalli tanto nel correr veloci, che non che gli altri animali, ma li venti medesimi, qualunque più si crede festino, di dietro correndo si lascerieno, vengono; la cui giovinetta età, la speziosa bellezza, e la virtù espettabile d'essi, graziosi li rende oltre modo ai riguardanti. [015]Essi di porpora o di drappi dalle indiane mani tessuti, con lavorii di colori varii e d'oro intermisti, e oltre a ciò sopraposti di perle e di care pietre, vestiti, e i cavalli coverti, appariscono; de' quali i biondi crini, penduli sopra li candidissimi omeri, da sottiletto cerchiello d'oro o da ghirlandetta di fronda novella sono sopra la testa ristretti. [016]Quindi la sinistra un leggierissimo scudo, e la destra mano arma una lancia, e al suono delle toscane trombe, l'uno appresso l'altro, e seguiti da molti, tutti in cotale abito cominciano davanti alle donne il giuoco loro, colui lodando più in esso, il quale con la lancia più vicino alla terra con la sua punta, e meglio chiuso sotto lo scudo, sanza muoversi sconciamente, dimora, correndo sopra il cavallo.

[28]

[001]A queste così fatte feste e piacevoli giuochi, come io soleva, ancora, misera, sono chiamata: il che sanza grandissima noia di me non avviene, perciò che, queste cose mirando, mi torna a mente d'avere già, intra li nostri più antichi, e per età reverendi cavalieri, veduto sedere il mio Panfilo a riguardare; la cui sofficenzia alla sua età giovinetta impetrava sì fatto luogo. [002]E alcuna volta fu che, stante egli non altramenti che Daniello intra li antichi sacerdoti ad essaminare l'accusata donna, intra li predetti cavalieri togati, de' quali per auttorità alcuno Scevola somigliava, e alcuno altro per la sua gravezza si saria detto il Censorino Catone o l'Uticense, e alcuni sì nel viso apparieno favorevoli, che appena altramenti si crede che fosse il Magno Pompeo, e altri, più robusti, fingono Scipione Africano, o Cincinnato, rimirando essi parimente il correre di tutti, e quasi delli loro più giovani anni rimemorandosi, tutti fremendo, or questo or quell'altro commendavano, affermando Panfilo i detti loro; al quale io alcuna volta, ragionando esso con essi, quanti ne correano udii agli antichi, così giovani come valorosi vecchi, assomigliare. [003]Oh quanto m'era ciò caro a udire, sì per colui che il diceva, e sì per coloro che ciò ascoltavano intenti, e sì per li miei cittadini, de' quali era detto! Certo tanto, che ancora m'è caro il ramentarlo. [004]Egli solea delli nostri prencipi giovinetti, li quali nelli loro aspetti ottimamente li reali animi dimostravano, alcuno dire essere allo arcadio Partenopeo simigliante, del quale non si crede che altro più ornato allo assedio di Tebe venisse che esso fu dalla madre mandato, essendo egli ancora fanciullo. [005]L'altro appresso il piacevole Ascanio parere confessava, del quale Virgilio tanti versi, d'ottima stificanza del giovinetto, discrisse; il terzo comparando a Deifebo, e il quarto per bellezza a Ganimede. Quindi alla più matura turba, che loro seguivano, venendo, non meno piacevoli somiglianze donava. [006]Quivi venente alcuno colorito nel viso, con rossa barba e bionda chioma, sopra gli omeri candidi ricadente, e non altramente che Ercule fare solesse ristretta da verde fronda in ghirlandetta protratta assai sottile, vestito di drappi sottilissimi serici, non occupanti più spazio che la grossezza del corpo, ornati di lavorii varii fatti da mastra mano, con uno mantello sopra la destra spalla con fibula d'oro ristretto, e con iscudo coperto il manco lato, portando nella destra una asta lieve, quale allo apparecchiato giuoco conviensi, ne' suoi modi simile il diceva al grande Ettore. [007]Appresso al quale traendosi un altro avante, in simile abito ornato, e con viso non meno ardito, avendo del mantello l'uno lembo sopra la spalla gittatosi, con la sinistra maestrevolemente reggendo il cavallo, quasi uno altro Acchille il giudicava. Seguendone alcuno altro, pallando la lancia e postergato lo scudo, li biondi capelli avendo legati con sottile velo forse ricevuto dalla sua donna, Protesilao gli s'udiva chiamare. [008]Quindi seguendone un altro con leggiadro cappelletto sopra i capelli, bruno nel viso e con barba prolissa, e nello aspetto feroce, nomava Pirro. E alcuno più mansueto nel viso, biondissimo e pulito e più che altro ornatissimo, lui credere il troiano Parìs, o Menelao, dicea possibile. [009]Egli non è di necessità il più in ciò prolungare la mia novella: egli nella lunghissima schiera mostrava Agamenone, Aiace, Ulisse, Diomede, e qualunque altro Greco, Frigio, o Latino fu degno di laude. [010]Né poneva a beneplacito cotali nomi, anzi con ragioni accettevoli fondando li suoi argomenti sopra le maniere de' nominati, loro debitamente assomigliati mostrava: per che non era l'udire cotali ragionamenti meno dilettevole, che il vedere coloro medesimi di cui si parlava.

[29]

[001]Essendo adunque la lieta schiera due o tre volte cavalcando con picciolo passo dimostratasi a' circustanti, cominciavano i loro aringhi, e diritti sopra le staffe, chiusi sotto gli scudi, con le punte delle lievi lance, tuttavia igualmente portandole, quasi rasente terra, velocissimi più che aura alcuna corrono i loro cavalli; [002]e l'aere esultante per le voci del popolo circustante, per li molti sonagli, per li diversi strumenti, e per la percossa del riverberante mantello del cavallo e di sé, a meglio e più vigoroso correre li rinfranca. [003]E così, tutti vedendoli, non una volta ma molte, degnamente ne' cuori de' riguardanti si rendono laudevoli. Oh quante donne, quale il marito, quale l'amante, quale lo stretto parente vedendo tra questi, ne vid'io già più fiate sommissimamente rallegrare! Certo assai, e non che esse, ma ancora le strane. [004]Io sola, ancora che il mio marito vi vedessi o vi vegga, e con esso li miei parenti, dolente li riguardava, Panfilo non vedendovi, e lui essere lontano ricordandomi. [005]Deh, or non è questa mirabile cosa, o donne, che ciò che io veggio mi sia materia di doglia, né mi possa rallegrare cosa alcuna? Deh, quale anima è in inferno con tanta pena, che, queste cose vedendo, non dovesse sentire allegrezza? Certo niuna, credo. [006]Esse, prese dalla piacevolezza della cetera d'Orfeo, obliarono per alquanto spazio le pene loro; ma io tra mille strumenti, tra infinite allegrezze, e in molte e varie maniere di feste, non posso la mia pena, non che dimenticare, ma solamente un poco alleviare. [007]E posto che io alcuna volta a queste feste o a simiglianti con infinto viso la celi, e déa sosta alli sospiri, la notte poi, o qualora soletta trovandomi prendo spazio, non perdona parte delle sue lagrime; anzi più tante ne verso, quanti per aventura ho il giorno risparmiati sospiri. [008]E inducendomi queste cose in più pensieri, e massimamente in considerare la loro vanità, più possibile a nuocere che a giovare, sì com'io manifestamente provandolo conosco, alcuna volta, finita la festa e da quella partitami, meritamente contro alle mondane apparenze crucciandomi, così dissi:

[30]

[001]"O felice colui il quale innocente dimora nella solitaria villa, usando l'aperto cielo! Il quale, solamente conoscendo di preparare maliziosi ingegni alle salvatiche fiere, e lacciuoli alli semplici uccelli, da affanno nell'animo essere stimolato non puote; e se grave fatica per aventura nel corpo sostiene, incontanente sopra la fresca erba riposandosi la ristora, tramutando ora in questo lito del corrente rivo, e ora in quella altra ombra dell'alto bosco li luoghi suoi; ne' quali ode i queruli uccelli fremire con dolci canti, e i rami tremanti e mossi da lieve vento, quasi fermo tenenti alle loro note! [002]Deh, cotale vita, o Fortuna, avessi tu a me conceduta, alla quale le tue disiderate larghezze sono di sollecitudine assai dannosa! Deh, a che mi sono utili gli alti palagi, li ricchi letti e la molta famiglia, s'è l'animo da ansietà occupato, errando per le contrade da lui non conosciute dietro a Panfilo, non concedendo a' lassi membri quiete alcuna? [003]Oh come è dilettevole, e quanto è grazioso con tranquillo e libero animo il priemere le ripe de' trascorrenti fiumi, e sopra li nudi cespiti menare li lievi sonni, li quali il fuggente rivo con mormorevoli suoni e dolci, sanza paura nutrica! [004]Questi sanza alcuna invidia sono conceduti al povero abitante le ville, molto più da disiderare che quelli li quali, allettati con più lusinghe, sovente o da pronte sollecitudini cittadine, o da strepiti di tumultuante famiglia son rotti. [005]La costui fame, se forse alcuna volta lo stimola, li colti pomi, nelle fedelissime selve raccolti, la scacciano; e le nuove erbette, di loro propia volontà fuori della terra uscite sopra li piccioli monti, ancora li ministrano saporosi cibi. [006]Oh quanto gli è, a temperare la sete, dolce l'acqua della fonte presa e del rivo con concava mano! Oh infelice sollecitudine de' mondani, a sostentamento de' quali la natura richiede e apparecchia leggierissime cose! [007]Noi nella infinita moltitudine de' cibi la sazietà del corpo crediamo compiere, non accorgendoci in quelli essere le cagioni nascose per le quali li ordinati omori spesse volte sono più tosto corrotti che sustentati; [008]e alli lavorati beveraggi apprestando l'oro e le cavate gemme, sovente in essi veggiamo gustare li veleni frigidissimi; e se non questi, almeno Venere pur si bee. [009]E talvolta per quelli a sicurtà soverchia si viene, per la quale o con parole o con fatti misera vita o vituperevole morte s'acquista. E spesse volte ancora avviene che, molti di quelli avendo bevuti, assai peggio che insensato corpo n'è renduto il bevitore. [010]A costui i Satiri, li Fauni, le Driade, le Naiade, le Ninfe, fanno semplice compagnia; costui non sa che si sia Venere né il suo biforme figliuolo, e se pure la conosce, rozzissima sente la forma sua e poco amabile. [011]Deh, or fosse stato piacere d'Idio che io similemente mai conosciuta l'avessi, e da semplice compagnia visitata, rozza mi fossi vivuta! Io sarei lontana da queste insanabili sollecitudini ch'io sostengo, e l'anima insieme con la mia fama santissime non curerebbono di vedere le mondane feste, simili al vento che vola, né da quelle, vedute, avrebbero angoscia, come io ho. [012]A costui non l'alte torri, non l'armate case, non la molta famiglia, non i dilicati letti, non i risplendenti drappi, non i correnti cavalli, non cento milia altre cose, imbolatrici della migliore parte della vita, sono cagione d'ardente cura. [013]Questi, de' malvagi uomini, non cercanti nelli luoghi rimoti e oscuri li furti loro, vive sanza paura; e sanza cercare nelle altissime case li dubbiosi riposi, l'aere e la luce dimanda, e alla sua vita è il cielo testimonio. [014]Oh quanto è oggi cotale vita male conosciuta, e da ciascuno cacciata come nemica, dove più tosto dovrebbe essere come carissima cercata da tutti! Certo io arbitro che in cotale maniera vivesse la prima età, la quale insieme li uomini e gl'iddii produceva. [015]Oimè, niuna è più libera, né sanza vizio, o migliore che questa, la quale gli primi usarono, e che colui ancora oggi usa il quale, abandonate le città, abita nelle selve. [016]Oh, felice il mondo, se Giove mai non avesse cacciato Saturno, e ancora l'età aurea durasse sotto caste leggi! però che tutti alli primi simili viveremmo. Oimè! che chiunque è colui li primi riti servante, non è nella mente infiammato dal cieco furore della non sana Venere, come io sono; [017]né è colui, che sé dispose ad abitare ne' colli de' monti, subietto ad alcuno regno: non al vento del popolo, non allo infido vulgo, non alla pistolenziosa invidia, né ancora al favore fragile di Fortuna, al quale io troppo fidandomi, in mezzo l'acque per troppa sete perisco. [018]Alle picciole cose si presta alta quiete, come che grandissimo fatto sia sanza le grandi potere sostenere di vivere. Quelli che alle grandissime cose soprasta, o disidera soprastare, séguita li vani onori delle trascorrenti ricchezze; [019]e certo le più volte alli falsi uomini piacciono li alti nomi; ma quelli è libero di paura e da speranza, né conosce il nero lividore della invidia divoratrice e mordente con dente iniquo, che abita le solitarie ville, né sente li odii varii, né li amori incurabili, né li peccati de' popoli mescolati alle cittadi, né, come conscio, di tutti li strepiti ha dottanza, né gli è a cura il comporre fittizie parole, le quali lacci sono ad irretire gli uomini di pura fede; ma quell'altro, mentre sta eccelso, mai non è sanza paura, e quello medesimo coltello, che arma il lato suo, teme. [020]Oh quanto buona cosa è a niuno resistere, e sopra la terra giacendo pigliare li cibi sicuro! Rade volte, o non mai, entrano li peccati grandissimi nelle piccole case. Alla prima età niuna sollecitudine d'oro fu, né niuna sacrata pietra fu arbitra a dividere li campi alli primi popoli. [021]Essi con ardita nave non segavano il mare; solamente ciascuno si conosceva li liti suoi; né i forti steccati, né li profondi fossi, né l'altissime mura con molte torri cignevano i lati delle città loro, né le crudeli armi erano acconce né trattate da' cavalieri, né era loro alcuno edificio che con grave pietra rompesse le serrate porti, e se forse tra loro era alcuna picciola guerra, la mano ignuda combatteva, e gli rozzi rami degli alberi, e le pietre si convertivano in armi. [022]Né ancora era la sottile e lieve asta di cornio, armata di ferro, né l'aguto spuntone, né la tagliente spada cignevano lato alcuno, né la comante cresta ornava i lucenti elmi; e quello che più e meglio era a costoro, era Cupido non essere ancora nato, per la qual cosa li casti petti, poi da lui, pennuto e per lo mondo volante, stimolati, potevano vivere sicuri. [023]Deh, ora m'avesse Idio donata a cotale mondo, la gente del quale, di poco contenta e di niente temente, sola salvatica libidine conosceva! E se niuno, di cotanti beni quanti essi possedevano, non me ne fosse seguito, altro che non avere così affannoso amore, e cotanti sospiri sentito, come io sento, sì sarei io da dire più felice che quale io sono ne' presenti secoli pieni di tante delizie, di tanti ornamenti e di cotante feste. [024]Oimè! che l'empio furore del guadagnare, e la strabocchevole ira, e quelle menti le quali la molesta libidine di sé accese, ruppono li primi patti così santi, così agevoli a sostenere, dati dalla natura alle sue genti. [025]Venne la sete del signoreggiare, peccato pieno di sangue: e il minore diventò preda del maggiore, e le forze si dierono per leggi. Venne Sardanapalo, il quale Venere, ancora che dissoluta da Semiramìs fosse fatta, primieramente la fe' dilicata, dando a Cerere e a Bacco forme ancora da loro non conosciute. [026]Venne il battaglievole Marte, il quale trovò nuove arti e mille forme alla morte, e quinci le terre tutte si contaminarono di sangue, e il mare similemente ne diventò rosso. [027]Allora sanza dubbio li gravissimi peccati entrarono per tutte le case, e niuna grave scelleratezza in brieve fu sanza essemplo: il fratello dal fratello, e il padre dal figliuolo, e il figliuolo dal padre furono uccisi; e il marito giacque per lo colpo della moglie, e l'empie madri più volte hanno li loro medesimi parti morti. [028]La rigidezza delle matrigne nelli figliastri non dico, ch'è manifesta ciascheduno giorno. Le ricchezze, adunque, avarizia, superbia, invidia e lussuria, e ogni altro vizio parimente seco recarono; e con le predette cose ancora entrò nel mondo il duca e facitore di tutti li mali, e artefice de' peccati: il dissoluto amore, per li cui assediamenti degli animi infinite città cadute e arse ne fumano, e sanza fine genti ne fanno sanguinose battaglie e feciono, e li sommersi regni ancora priemono molti popoli. [029]Oimè! tacciansi tutti gli altri suoi pessimi effetti, e quelli li quali egli usa in me sieno soli essempli de' suoi mali e della sua crudeltà, la quale sì agramente mi strigne, che a niuna altra cosa che a lei posso volgere la mente mia."

[030]Queste cose così fra me ragionate, alcuna volta, pensando che le cose da me operate siano appo Iddio gravi molto, e le pene a me sanza comparazione noiose, hanno forza di leviare alquanto le mie angoscie, in quanto li molto maggiori mali, già per altrui operati, me quasi innocente fanno apparere; e le pene da altrui sostenute, bene che io non creda da nessuno così gravi come da me, pur veggendomi non essere prima né sola, alquanto più forte divengo a comportarle. [031]Alle quali io sovente priego Iddio che o con morte, o con la tornata di Panfilo, ponga fine.

[31]

[001]A così fatta vita e a piggiore m'ha la Fortuna lasciata consolazione sì picciola come udite; né intendiate consolazione che me di dolore privi, sì come l'altre suole: essa solamente alcuna volta gli occhi toglie da lagrimare, sanza più prestarmi delli suoi beni. [002]Seguitando adunque le mie fatiche, dico che, con ciò sia cosa che io per adietro tra l'altre giovani della mia città, di bellezze ornatissima, quasi niuna festa soleva, che alli divini templi si facesse, lasciare, né alcuna bella sanza me ne reputavano li cittadini; [003]le quali feste vegnendo, a quelle mi soleano sollecitare le serve mie; e ancora esse, l'antico ordine osservando, apparecchiati li nobili vestimenti, alcuna volta mi dicono:

[004]"O donna, adórnati, venuta è la solennità del cotale tempio, la quale te sola aspetta per compimento."

[005]Oimè, che egli mi torna a mente che io alcuna volta, a loro furiosa rivolta, non altramenti che lo adentato cinghiaro alla turba de' cani, e loro rispondeva turbata, e con voce d'ogni dolcezza vòta già dissi:

[006]"Via, vilissima parte della nostra casa, fate lontani da me questi ornamenti; brieve roba basta a coprire li sconsolati membri, né più alcuno tempio né festa per voi a me si ricordi, se la mia grazia v'è cara."

[007]Oh quante volte già, come io udii, furono quelli da molti nobili visitati, li quali, più per vedermi che per divozione alcuna venuti, non vedendomi, turbati si tornavano indietro, nulla, dicendo, sanza me valere quella festa! [008]Ma come che io così le rifiuti, pure alcuna volta, in compagnia delle mie nobili compagne, me li conviene costretta vedere; con le quali io semplicemente, e di feriali vestimenti vestita, vi vado; e quivi non i solenni luoghi, come già feci, cerco, ma rifiutando li già voluti onori, umile ne' più bassi luoghi tra le donne m'assetto. [009]E quivi diverse cose ora dall'una ora dall'altra ascoltando, con doglia nascosa quanto io più posso, passo quel tempo ch'io vi dimoro. Oimè! quante volte già m'ho io udito dire assai da presso:

[010]"Oh, quale maraviglia è questa? Questa donna, singulare ornamento della nostra città, così rimessa e umile è divenuta? Quale divino spirito l'ha spirata? Ove le nobili robe, ove li altieri portamenti, ove le mirabili bellezze si sono fuggite?"

[011]Alle quali parole, se licito mi fosse stato, avrei volentieri risposto: "Tutte queste cose, con molte altre più care, se ne portò Panfilo dipartendosi". Quivi ancora dalle donne intorniata, e da diverse dimande trafitta, a tutte con infinto viso mi conviene sodisfare. L'una con cotali voci mi stimola:

"O Fiammetta, sanza fine, di te, me e l'altre donne fai maravigliare, ignorando qual sia stata sì sùbita la cagione che le preziose robe hai lasciate, e li cari ornamenti e l'altre cose decevoli alla tua giovane etade; tu, ancora fanciulla, in sì fatto abito andare non dovresti. [012]Non pensi tu che, lasciandolo ora, per inanzi ripigliare nol potrai? Usa gli anni secondo la loro qualità. Questo abito di tanta onestade, da te preso, non ti falla per inanzi. Vedi qui qualunque di noi, più di te atempate, ornate con maestra mano, e d'artificiali drappi e onorevoli vestite: e così tu similemente dovresti essere ornata".

[013]A costei, e a più altre, aspettanti le mie parole, rendo io con umile voce cotale risposta:

"Donne, o per piacere a Dio o agli uomini si viene a questi templi. [014]Se per piacere a Dio ci si viene, l'anima ornata di virtù basta, né forza fa se il corpo di ciliccio fosse vestito; se per piacere agli uomini ci si viene, con ciò sia cosa che la maggior parte, da falso parere adombrati, per le cose esteriori giudichino quelle dentro, confesso che gli ornamenti usati e da voi, e da me per adietro, si richeggiono. [015]Ma io di ciò non ho cura, anzi, dolente delle passate vanità, volonterosa d'amendare nel cospetto di Dio, mi rendo quanto posso dispetta agli occhi vostri."

[016]E quinci le lagrime dalla intrinseca verità cacciate per forza fuori, mi bagnano il mesto viso, e con tacita voce così con meco medesima dico:

[32]

[001]"O Iddio, veditore de' nostri cuori, le non vere parole dette da me non m'imputare in peccato: come tu vedi, non volontà d'ingannare, ma necessità di ricoprire le mie angoscie a quelle mi strigne; anzi più tosto merito me ne rendi, considerando che, malvagio essemplo levando, alle tue creature il do buono. Egli m'è grandissima pena il mentire, e con faticoso animo la sostegno, ma più non posso". [002]Oh quante volte, o donne, ho io per questa iniquità pietose laude ricevute, dicendo le circustanti donne me divotissima giovane di vanissima ritornata! Certo, io intesi più volte di molte essere oppinione, me di tanta amicizia essere congiunta con Domenedio, che niuna grazia, a lui da me dimandata, negata sarebbe. [003]E più volte ancora dalle sante persone per santa fui visitata, non conoscendo esse quello che nell'animo nascondea il tristo viso, e quanto li miei disiderii fossero lontani alle mie parole. [004]O ingannevole mondo, quanto possono in te l'infinti visi più che li giusti animi, se l'opere sono occulte! Io, più peccatrice che altra, dolente per li miei disonesti amori, però che quelli velo sotto oneste parole, sono reputata santa; ma sallo Idio che, se sanza pericolo essere potesse, io con vera voce di me sgannerei ogni ingannata persona, né celerei la cagione che trista mi tiene; ma non si puote.

[33]

[001]Come io ho a quella, che prima adomandato m'avea, risposto, l'altra dal mio lato, vedendo le mie lagrime rasciutte, dice:

"O Fiammetta, dove è fuggita la vaga bellezza del viso tuo? Dove l'acceso colore? Quale è la cagione della tua palidezza? Gli occhi tuoi, simili a due mattutine stelle, ora intorniati di purpureo giro, perché appena nella tua fronte si scernono? E gli aurei crini con maestrevole mano ornati per adietro, ora perché, chiusi, appena si veggono sanza alcuno ordine? Dilloci, tu ne fai sanza fine maravigliare."

[002]Da questa con poche parole sciogliendomi, dico:

"Manifesta cosa è l'umana bellezza essere fiore caduco, e da uno giorno ad un altro venire meno; la quale se di sé dà fidanza ad alcuna, miseramente a lungo andare se ne truova prostrata. [003]Quelli che la mi diede, con sordo passo sottomettendomi le cagioni da cacciarla, se l'ha ritolta, possibile a renderlami, quando li pur piacesse."

[004]E questo detto, non potendo le lagrime ritenere, chiusa sotto il mio mantello, copiosamente le spando, e meco con cotali parole mi dolgo:

[34]

[001]"O bellezza, dubbioso bene de' mortali, dono di picciolo tempo, la quale più tosto vieni e pàrtiti, che non fanno ne' dolci tempi della primavera i piacevoli prati risplendenti di molti fiori, e li eccelsi alberi carichi di varie frondi, li quali, ornati dalla virtù d'Ariete, dal caldo vapore della state sono guasti e tolti via; [002]e se forse alcuni pure ne risparmia il caldo tempo, niuno dallo autunno è risparmiato: così o tu, bellezza, le più volte nel mezzo de' migliori anni, da molti accidenti offesa, perisci; alla quale se forse pure ti perdona la giovanezza, la matura età a forza te resistente ne porta. [003]O bellezza, tu se' cosa fugace, non altramenti che l'onde mai non tornanti alle sue fonti, e in te fragile bene niuno savio si dée confidare. Oimè! quanto già t'amai, e quanto a me misera fosti cara, e con sollecitudine riguardata! Ora, e meritamente, ti maladico. [004]Tu, prima cagione de' miei danni, e prenditrice prima dell'animo del caro amante, lui non hai avuta forza di ritenere, né lui partito di rivocare. [005]Se tu non fossi stata, io non sarei piaciuta agli occhi vaghi di Panfilo; e non essendo piaciuta, egli non si sarebbe ingegnato di piacere alli miei; e non essendo egli piaciuto, sì come piacque, ora non avrei queste pene. Dunque tu sola cagione e origine se' d'ogni mio male. [006]Oh beate quelle che, sanza te, li rimproveri della rustichezza sostengono! Esse caste le sante leggi servano e sanza stimoli possono vivere con l'anime libere dal crudele tiranno Amore; ma tu, a noi cagione di continuo infestamento ricevere da chi ci vede, a forza ci conduci a rompere quello che più caramente si dée guardare. [007]O felice Spurima e degno d'etterna fama, il quale, li tuoi effetti conoscendo, nel fiore della sua gioventudine, da sé con mano acerba ti discacciò, eleggendo più tosto di volere da' savii per virtuosa opera essere amato, che dalle lascive giovani per la sua concupiscibile bellezza! [008]Oimè! così avessi fatto io! Tutti questi dolori, questi pensieri, e queste lagrime sarebbono lontane, e la vita, per adietro corrotta, ancora ne' termini primi laudevole si sarebbe."[009]Quinci mi richiamano le donne, e biasimano le mie soperchie lagrime, dicendo:

"O Fiammetta, che maniera è questa? Disperiti tu della misericordia d'Iddio? Non credi tu lui pietoso a perdonarti le tue picciole offese sanza tante lagrime? Questo che tu fai è più tosto cercare morte che perdono: lieva su, asciuga il viso tuo, e attendi al sacrificio pòrto al sommo Giove dalli nostri sacerdoti".

[010]A queste voci io, le lagrime ristrignendo, alzo la testa, la quale già in giro non volgo come io soleva, fermamente sappiendo che quivi non è lo mio Panfilo, per mirarlo, né per vedere se da altrui o da cui sono mirata, o quello che di me pare agli occhi de' circustanti; anzi attenta, a Colui, che per la salute di tutti diede se medesimo, porgo pietosi prieghi per lo mio Panfilo e per la sua tornata, con cotali parole tentandolo:

[35]

[001]"O grandissimo rettore del sommo cielo, e generale albitro di tutto il mondo, poni oramai alle mie gravi fatiche modo, e fine alli miei affanni. Vedi niun giorno a me essere sicuro, continuamente il fine dell'uno male è a me principio dell'altro. [002]Io, che già mi dissi felice, non conoscendo le mie miserie, prima ne' vani affanni d'ornare la mia giovanezza, più che il debito ornata dalla natura, te non sapevole offendendo, per penitenzia allo indissolubile amore che ora mi stimola mi sottoponesti. [003]Quinci la mente, non usa a così gravi affanni, riempiesti per quello di nuove cure, e ultimamente colui, cui io più che me amo, da me dividesti; onde infiniti pericoli sono cresciuti l'uno dopo l'altro alla mia vita. [004]Deh, se li miseri sono da te uditi alcuna volta, porgi li tuoi pietosi orecchi alli miei prieghi, e sanza guardare a' molti falli da me verso te commessi, i pochi beni, se mai ne feci alcuno, benigno considera, e in merito di quelli le mie orazioni e preghiere essaudisci; le quali, cose a te assai leggieri, e a me grandissime, conterranno. Io non ti cerco altro, se non che a me sia renduto il mio Panfilo. [005]Oimè! quanto e come conosco bene questa preghiera nel cospetto di te, giustissimo giudice, essere ingiusta! Ma dalla tua giustizia medesima si dée muovere il meno male più tosto volere, che il maggiore. [006]A te, a cui niente s'occulta, è manifesto a me per niuna maniera potere uscire della mente il grazioso amante, né li preteriti accidenti: dal quale e de' quali la memoria a sì fatto partito mi reca con gravi dolori, che già per fuggirli mille modi di morte ho dimandati; li quali tutti un poco di speranza, che di te m'è rimasa, m'ha levati di mano. [007]Dunque, se minore male è il mio amante tenere, com'io già tenni, che insieme col corpo uccidere l'anima trista, sì come io credo, torni e rendamisi: sieti più caro li peccatori vivere e possibili a te conoscere, che morti, sanza speranza di redenzione, e vogli inanzi parte che tutto perdere delle creature da te create. [008]E se questo è grave ad essermi conceduto, concedamisi quella ch'è d'ogni male ultimo fine, prima che io, costretta da maggiore doglia, da me con diterminato consiglio la prenda. [009]Vengano le mie voci nel tuo cospetto, le quali se te toccare non possono, o qualunque altri iddii tenenti le celestiali regioni, se alcuno di voi vi si truova, il quale mai, qua giù vivendo, quella amorosa fiamma provasse, la quale io pruovo, ricevetele, e per me le porgete a colui il quale da me non le prende, sì che, impetrandomi grazia, prima qua giù lietamente, e poi nella fine de' miei giorni, costassù, con voi io possa vivere, e inanzi tratto alli peccatori dimostrare convenevole l'uno peccatore a l'altro perdonare e dare aiuto."

[010]Queste parole dette, odorosi incensi e degne offerte, per farli abili a' prieghi miei e alla salute di Panfilo, pongo sopra li loro altari; e finite le sacre cerimonie, con l'altre donne partendomi, torno alla trista casa.

next