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Fiammetta

Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Capitolo V

Capitolo VI

Capitolo VII

Capitolo VIII

Capitolo IX

Capitolo VI

Capitolo sesto nel quale madonna Fiammetta, avendo sentito Panfilo non avere moglie presa, ma d'altra donna essere innamorato, e però non tornare, dimostra come ad ultima disperazione, volendosene uccidere, ne venisse.

[1]

[001]Quale voi avete potuto comprendere, o pietosissime donne, per le cose davanti dette, è stata nelle battaglie d'amore la vita mia, e ancora assai piggiore; la quale certo, a rispetto della futura, forse non ingiustamente si potrebbe dire dilettevole, bene pensando. [002]Io, ancora paurosa, ricordandomi di quello a che egli ultimamente mi condusse, e quasi ancora tiene, per più prendere indugio di pervenirvi, sì perché del mio furore mi vergogno, e sì perché, scrivendolo, in esso mi parrà rientrare, con lenta mano le cose meno gravi, distendendomi molto, n'ho scritte; ma ora, più non potendo a quelle fuggire, tirandomi l'ordine del mio ragionare, paurosa vi perverrò. [003]Ma tu, o santissima pietà, abitante ne' dilicati petti delle morbide giovani, reggi li tuoi freni in quelli con più forte mano che infino a qui non hai fatto, acciò che trascorrendo, e di te più parte che il convenevole dando, non forse di quello che io cerco ti convertissi in contrario, e di grembo togliessi alle leggenti donne le lagrime mie.

[2]

[001]Egli era già un'altra volta il sole tornato nella parte del cielo che si cosse allora che male li suoi carri guidò il presuntuoso figliuolo, poi che Panfilo s'era da me partito; e io, misera, per lunga usanza avea apparato a sostenere li dolori, e più temperatamente mi dolea che l'usato, né credea che più si potesse durare di male che quello che io durava, quando la Fortuna, non contenta de' danni miei, mi volle mostrare che ancora più amari veleni avea che darmi. [002]Avvenne adunque che de' paesi di Panfilo alle nostre case tornò uno nostro carissimo servidore, il quale da tutti, e da me massimamente, graziosamente fu ricevuto. Questi, narrando i casi suoi, e le vedute cose, mescolando le prospere con le avverse, per avventura li venne Panfilo ricordato. [003]Del quale molto lodandosi, ricordando l'onore da lui ricevuto, me nello ascoltare faceva contenta, e a pena poté la ragione la volontà rafrenare di correre ad abbracciarlo, e del mio Panfilo domandare con quella affezione che io sentiva. [004]Ma pure ritenendomi, e quelli essendo dello stato di lui domandato da molti, e avendo bene essere di lui a tutti risposto, io sola il domandai con viso lieto quello che egli faceva, e se suo intendimento era di tornarci. Alla quale egli così rispose:

[005]"Madonna, e a che fare tornerebbe qua Panfilo? Niuna più bella donna è nella terra sua, la quale oltre ad ogni altra è di bellissime copiosa, che quella la quale lui ama sopra tutte le cose, per quello che io da alcuno intendessi, e egli, secondo che io credo, ama lei: altramenti il reputerei folle, dove per adietro savissimo l'ho tenuto."

[006]A queste parole mi si mutò il cuore, non altramenti che ad Oenone sopra gli alti monti d'Ida aspettante, vedendo la greca donna col suo amante venire nella nave troiana; e appena ciò nel viso nascondere potei, avvegna che io pure lo facessi, e con falso riso dissi:

[007]"Certo tu di' il vero: questo paese, a lui male grazioso, non gli poté concedere per amanza una donna alla sua virtù debita; però se colà l'ha trovata, saviamente fa, se con lei si dimora. Ma dimmi, con che animo sostiene ciò la sua novella sposa?"

[008]Egli allora rispose:

"Niuna sposa è a lui, e quella la quale, non ha lungo tempo, ne fu detto che venne nella sua casa, non a lui, ma al padre è vero che venne."

[009]Mentre che egli queste parole, da me ascoltato, dicea, io d'una angoscia uscita e entrata in un'altra molto maggiore, da ira sùbita stimolata e da dolore, così il tristo cuore si cominciò a dibattere, come le preste ali di Progne, qualora vola più forte, battono i bianchi lati; [010]e li paurosi spiriti non altramenti mi cominciarono per ogni parte a tremare, che faccia il mare da sottile vento ristretto nella sua superficie minutamente, o li pieghevoli giunchi lievemente mossi dall'aura; e cominciai a sentire le forze fuggirsi via. Per che quindi, come più acconciamente potei, nella mia camera mi ricolsi.

[3]

[001]Partita adunque dalla presenzia d'ogni uomo, non prima sola in quella pervenni, che per gli occhi, non altramenti che vena che pregna sgorghi nell'umide valli, amare lagrime cominciai a versare; e a pena le voci ritenni dagli alti guai, e sopra il misero letto, de' nostri amori testimonio, volendo dire "O Panfilo, perché m'hai tradita?" mi gittai, overo più tosto caddi supina, e nel mezzo della loro via furono rotte le mie parole, sì subito alla lingua e agli altri membri furono le forze tolte; e quasi morta, anzi morta da alcune creduta, quivi per lunghissimo spazio fui guardata; né valse a farmi tornare la vita errante nelli suoi luoghi di fisico alcuno argomento. [002]Ma poi che la trista anima, la quale piagnendo più volte li miseri spiriti avea per partirsi abracciati, pure si rifermò nello angoscioso corpo, e le sue forze rivocate, di fuori sparse, agli occhi miei ritornò il perduto lume. [003]E alzando la testa, sopra me vidi più donne, le quali, con pietoso servigio piagnendo, con preziosi liquori m'aveano tutta bagnata; e più altri strumenti vidi, atti a cose varie, a me vicini; onde io e de' pianti delle donne, e delle cose ebbi non picciola maraviglia. [004]E poi che il potere parlare mi fu conceduto, qual fosse la cagione di quelle cose essere quivi adomandai, ma a la mia dimanda rispose una di loro e disse:

"Perciò qui quelle cose erano venute, per fare in te la smarrita anima ritornare."

[005]Allora, dopo un lungo sospiro, con fatica dissi:

"Oimè! con quanta pietà crudelissimo uficio operavate voi, contrario alla mia volontà! Credendomi servire, diservita m'avete; e l'anima, disposta a lasciare il più misero corpo che viva, sì come io veggio, meco a forza ritenuta avete. [006]Oimè! che egli è assai che niuna cosa da me né da altrui con pari affezione fu disiata, come da me quella che voi avete negato. Io, già disciolta da queste tribulazioni, vicina era al mio disio, e voi me n'avete tolta."

[007]Varii conforti dalle donne dati seguirono queste parole, ma di quelli le operazioni furono vane. Io m'infinsi riconfortata, e nuove cagioni diedi al misero accidente, acciò che, partendosi quelle, luogo mi rimanesse a dolermi. [008]Ma poi che di loro alcuna si fu partita, e a l'altre fu dato commiato, essendo io quasi lieta nello aspetto tornata, sola con la mia antica balia, e con la consapevole serva de' danni miei, quivi rimasi; delle quali ciascuna alla mia vera infermità porgeva confortevoli unguenti, da doverla guarire, se ella non fosse mortale. [009]Ma io, l'animo avendo solamente alle parole udite, subitamente nemica divenuta d'una di voi, o donne, non so di quale, gravissime cose cominciai a pensare, e il dolore, che tutto dentro stare non poteva, con rabbiosa voce in cotale guisa fuori del tristo petto sospinsi:

[4]

[001]"O iniquo giovane, o di pietà nemico, o più che altro pessimo Panfilo, il quale ora, me misera avendo dimenticata, con nuova donna dimori, maladetto sia il giorno che io prima ti vidi, e l'ora e il punto nel quale tu mi piacesti! [002]Maladetta sia quella dèa che, apparitami, me fortemente resistente ad amarti, rivolse con le sue parole dal giusto intendimento! Certo io non credo che essa fosse Venere, ma più tosto in forma di lei alcuna infernale furia, me non altramenti empiente d'insania, che facessero il misero Atamante. [003]O crudelissimo giovane, da me tra molti nobili, belli e valorosi, solo eletto pessimamente per lo migliore, ove sono ora li prieghi, li quali tu più volte a me, per iscampo della tua vita, piagnendo porgesti, affermando quella e la tua morte stare nelle mie mani? [004]Ove sono ora li pietosi occhi con li quali a tua posta misero lagrimavi? Ove è ora l'amore a me mostrato? Ove le dolci parole? Ove li gravi affanni nelli miei servigi proferti? Sono essi del tutto della tua memoria usciti, od ha'li nuovamente adoperati ad irretire la presa donna? Ahi! maladetta sia la mia pietà, la quale quella vita da morte prosciolse, che di sé faccendo lieta altra donna, la mia doveva recare a morte oscura! [005]Ora gli occhi, che nella mia presenzia piagneano, davanti alla nuova donna ridono, e il mutato cuore ha ad essa rivolte le dolci parole, e le proferte. Oimè! dove sono ora, o Panfilo, li spergiurati iddii? Dove la promessa fede? Dove le infinte lagrime, delle quali io gran parte miseramente bevvi, pietose credendole, e esse erano piene del tuo inganno? Tutte queste cose nel seno della nuova donna rimesse, con teco insieme m'hai tolte. [006]Oimè! quanto mi fu già grave udendo te per giunonica legge dato ad altra donna! Ma sentendo che li patti, da te a me donati, non erano da preporre a quelli, posto che faticosamente il portassi, pure vinta dal giusto colore, con meno angoscia il sosteneva. [007]Ma ora sentendo che per quelle medesime leggi, per le quali tu a me sei stretto, tu ti sii, a me togliendoti, dato ad altra, m'è importabile supplicio a tollerare. [008]Ora le tue dimoranze conosco, e similemente la mia semplicità, con la quale sempre te dovere tornare ho creduto, se tu avessi potuto. Oimè! ora abisognavanti, o Panfilo, tante arti ad ingannarmi? Perché li giuramenti grandissimi, e la fede interissima così mi porgevi, se d'ingannarmi per cotale modo intendevi? Perché non ti partivi tu sanza commiato cercare, o sanza promessa alcuna di ritornare? [009]Io, come tu sai, fermissimamente t'amava, ma io non ti avea perciò in prigione, che tu a tua posta sanza le infinte lagrime non ti fossi potuto partire. [010]Se tu così avessi fatto, io mi sarei senza dubbio di te disperata, subitamente conoscendo il tuo inganno, e ora o morte o dimenticanza averebbe finiti li miei tormenti. Li quali tu, acciò che fossero più lunghi, con vana speranza donandomi, nutricare li volesti; ma questo non avea io meritato. [011]Oimè! come mi furono già le tue lagrime dolci! Ma ora conoscendo il loro effetto, mi sono amarissime ritornate. Oimè, se Amore così fieramente ti signoreggia come egli fa me, non t'era egli assai una volta essere stato preso, se di nuovo la seconda incappare non volevi? Ma che dico io? Tu non amasti giamai, anzi di schernire le giovani donne ti se' dilettato. [012]Se tu avessi amato, come io credeva, tu saresti ancora mio, e di cui potresti tu mai essere, che più t'amasse di me? Oimè! chiunque tu se', o donna che tolto me l'hai, ancora che nemica mi sii, sentendo il mio affanno, a forza di te divengo pietosa. [013]Guàrdati da' suoi inganni, però che chi una volta ha ingannato, ha per inanzi perduta la onesta vergogna, né per inanzi d'ingannare ha coscienza. Oimè! iniquissimo giovane, quanti prieghi e quante offerte alli iddii ho io pòrti per la salute di te, che tòrre mi ti dovevi, e darti ad altra! O iddii, li miei prieghi sono essauditi, ma ad utilità d'altra donna: io ho avuto l'affanno, e altri di quello si prende il diletto. [014]Deh, non era, o pessimo giovane, la mia forma conforme a' tuoi disii? E la mia nobilità non era alla tua convenevole? Certo molto maggiore. Le mie ricchezze furonti mai negate, o da me a te tolte le tue? Certo no. [015]Fu mai amato in fatto, in atto, o in sembiante da me altro giovane che tu? E questo ancora che non confesserai, se il nuovo amore non t'ha vòlto dal vero. Dunque qual fallo mio, qual giusta ragione a te, quale bellezza maggiore della mia, o più fervente amore mi t'ha tolto, e datoti altrui? Certo niuno, e a questo mi sieno testimonii l'iddii, che mai verso di te niuna cosa operai, se non che oltre ad ogni termine di ragione t'ho amato. [016]Se questo merita il tradimento da te verso me operato, tu il conosci. O iddii, giusti vendicatori de' nostri difetti, io domando vendetta, e non ingiusta. Io non voglio né cerco di colui la morte, che già da me fu scampato e vuole la mia, né altro sconcio domando di lui, se non che, se egli ama la nuova donna, come io lui, che ella, togliendosi a lui, e ad un altro donandosi, come egli a me s'è tolto, in quella vita il lasci, che egli ha me lasciata."[017]E quinci, torcendomi con movimenti disordinati, su per lo letto impetuosa mi giro e mi rivolgo.

[5]

[001]Quel giorno tutto non fu in altre voci che nelle predette o in simili consumato; ma la notte, assai piggiore che 'l giorno ad ogni doglia, in quanto le tenebre sono più alle miserie conformi che la luce, sopravenuta, avvenne che essendo io nel letto allato al caro marito, tacita per lungo spazio ne' pensieri dolorosi vegghiando, e nella memoria ritornandomi, sanza essere da alcuna cosa impedita, tutti li tempi passati, così li lieti come li dolenti, e massimamente l'avere Panfilo per nuovo amore perduto, in tanta abondanza mi crebbe il dolore, che, non potendolo ritenere dentro, piagnendo forte con voci misere lo sfogai, sempre di quello tacendo l'amorosa cagione. [002]E sì fu alto il pianto mio, che, essendo già per lungo spazio nel profondo sonno stato involto il mio marito, costretto da quello, si risvegliò, e a me, che tutta di lagrime era bagnata, rivoltosi, nelle braccia recandomisi, con voce benigna e pietosa così mi disse:

[6]

[001]"O anima mia dolce, qual cagione a questo pianto così doloroso nella quieta notte ti muove? Qual cosa, già è più tempo, t'ha sempre malinconica e dolente tenuta? Niuna cosa che a te dispiaccia dée essere a me celata. [002]È egli alcuna cosa, la quale il tuo cuore disideri, che per me si possa, che, domandandola tu, fornita non sia? Non se' tu solo mio conforto e bene? Non sai tu che io sopra tutte le cose del mondo t'amo? E di ciò non una pruova, ma molte ti possono fare vivere certa. [003]Dunque perché piagni? Perché in dolore t'afliggi? Non ti paio io giovane degno alla tua nobilità? O reputimi colpevole in alcuna cosa, la quale io possa amendare? Dillo, favella, scuopri il tuo disio: niuna cosa sarà, che non s'adempia, solo che si possa. [004]Tu, tornata nello aspetto, nell'abito, e nelle operazioni angosciosa, mi dài cagione di dolorosa vita, e se mai dolorosa ti vidi, oggi mi se' più che mai apparita. Io pensai già che corporale infermità fosse della tua palidezza cagione, ma io ora manifestamente conosco che angoscia d'animo t'ha condotta a quello in che io ti veggio; per che io ti priego che quello che di ciò t'è cagione mi scuopra."

[005]Al quale io, con feminile subitezza preso consiglio al mentire, il quale mai per adietro mia arte non era stata, così rispondo:

[7]

[001]"Marito a me più caro che tutto l'altro mondo, niuna cosa mi manca, la quale per te si possa, e te più degno di me sanza fallo conosco; ma solo a questa tristizia per adietro e al presente recata m'ha la morte del mio caro fratello, la quale tu sai. [002]Essa a questi pianti, ogni volta che a memoria mi torna, mi strigne; e non certo tanto la morte, alla quale noi tutti conosco dobbiamo venire, quanto il modo di quella piango, il quale disaventurato e sozzo conoscesti; e oltre a ciò le male andate cose dopo lui a maggiore doglia mi stringono. [003]Io non posso sì poco chiudere o dare al sonno gli occhi dolenti, come egli palido e di squalore coperto e sanguinoso, mostrandomi l'acerbe piaghe, m'apparisce davanti. [004]E pure testé, allora che tu piagnere mi sentisti, di prima m'era egli nel sonno apparito con imagine orribile, stanco, pauroso, e con ansio petto, tale che a pena pareva potesse le parole riavere; ma pure con fatica gravissima mi disse: "O cara sorella, caccia da me la vergogna che, con turbata fronte mirando la terra, mi fa tra gli altri spiriti andare dolente". [005]Io, ancora che di vederlo alcuna consolazione sentissi, pure vinta dalla compassione presa dell'abito suo, e delle parole, sùbita riscotendomi, fuggì il sonno; al quale a mano a mano le mie lagrime, le quali tu ora consoli, solvendo il debito della avuta pietà seguitarono. [006]E come l'iddii conoscono, se a me l'armi si convenissero, già vendicato l'avrei, e lui tra gli altri spiriti renduto con alta fronte; ma più non posso. Adunque, caro marito, non sanza cagione miseramente m'atristo."

[007]Oh quante pietose parole egli allora mi porse, medicando la piaga, la quale assai davanti era guarita, e li miei pianti s'ingegnò di rattemperare con quelle vere ragioni che alle mie bugie si confaceano! [008]Ma poi che egli, me racconsolata credendosi, si diede al sonno, io, pensando alla pietà di lui, con più crudele doglia tacitamente piagnendo, ricominciai la tramezzata angoscia, dicendo:

[8]

[001]"O crudelissime spelunche abitate dalle rabbiose fiere, o inferno, o etterna prigione decretata alla nocente turba, o qualunque altro essilio più giù si nasconde, prendetemi, e me alli meritati supplicii date nocente. [002]O sommo Giove, contra me giustamente adirato, tuona, e con tostissima mano in me le tue saette discendi; o sacra Giunone, le cui santissime leggi io scelleratissima giovane ho corrotte, véndicati; o caspie rupi, lacerate il tristo corpo; o rapidi uccelli, o feroci animali, divorate quello; o cavalli crudelissimi, dividitori dello innocente Ipolito, me nocente giovane squartate; o pietoso marito, volgi nel petto mio con debita ira la spada tua, e con molto sangue la pessima anima, di te ingannatrice, ne caccia fuori. [003]Niuna pietà, niuna misericordia in me sia usata, poi che la fede debita al santo letto pospuosi all'amore di strano giovane. O più che altra iniqua femina, di questi e d'ogni maggiori supplicii degna, qual furia ti si parò davanti agli occhi casti il dì che prima Panfilo ti piacque? Dove abandonasti tu la pietà debita alle sante leggi del matrimonio? [004]Dove la castità, sommo onore delle donne cacciasti, allora che per Panfilo il tuo marito abandonasti? Ove è ora verso te la pietà dello amato giovane? Ove li conforti da lui dati a te nella tua miseria si truovano? Egli nel seno d'un'altra giovane lieto trascorre il fuggevole tempo, né di te si cura; e a ragione, e meritamente così ti dovea avvenire, e a te e a qualunque altra li legittimi amori pospone alli libidinosi. [005]Il tuo marito, più debito ad offenderti che ad altro, s'ingegna di confortarti, e colui che ti dovria confortare non cura d'offenderti. Oimè! or non era egli bello come Panfilo? Certo sì. Le sue virtù, la sua nobilità, e qualunque altra cosa, non avanzavano molto quelle di Panfilo? Or chi ne dubita? Dunque perché lui per altrui abandonasti? Quale cechità, quale tracutanza, quale peccato, quale iniquità vi ti condusse? Oimè! che io medesima nol conosco. [006]Solamente le cose liberamente possedute sogliono essere reputate vili, quantunque elle sieno molto care, e quelle che con malagevolezza s'hanno, ancora che vilissime sieno, sono carissime reputate. [007]La troppa copia del mio marito, a me da dovere essere cara, m'ingannò, e io, forse potente a resistere, quello che io non feci miseramente piango. Anzi sanza forse era potente, se io voluto avessi, pensando a quello che l'iddii e dormendo e vigilando m'aveano mostrato la notte e la mattina precedenti alla mia ruina. [008]Ma ora che da amare, perch'io voglia, non mi posso partire, conosco qual fosse la serpe che me sotto il sinistro lato trafisse, e piena si partì del mio sangue; e similemente veggo quello che la corona caduta del tristo capo volle significare: ma tardi mi giugne questo avvedimento. [009]L'iddii, a purgare forse alcuna ira contra me concreata, pentuti de' dimostrati segni, di quelli mi tolsero la conoscenza, non potendo indietro tornarli; altressì come Appollo alla amata Cassandra, dopo la data divinità tolse l'essere creduta. Laonde io, in miseria costituita, non sanza ragionevole colore, consumo la vita mia."

[010]E così dolendomi, voltandomi e rivoltandomi per lo letto, quasi tutta la notte passai sanza potere alcuno sonno pigliare. Il quale, se forse pure entrava nel tristo petto, sì debole in quello dimorava, che ogni picciolo mutamento l'avrebbe rotto; e come che egli ancora fiebole fosse, sanza fiere battaglie nelle sue dimostrazioni alla mia mente non dimorava con meco. [011]E questo non solamente quella notte, della quale di sopra parlo, m'avvenne, ma prima molte volte, e poi quasi continuamente m'è avvenuto; per che iguale tempesta, vegghiando e dormendo, sente e ha sentito l'anima tuttavia.

[9]

[001]Non tolsero le notturne querele luogo alle diurne, anzi quasi come del dolermi scusata per le bugie dette al mio marito, quasi da quella notte inanzi non mi sono ridottata di piagnere e di dolermi in publico molte volte. [002]Ma pure, venuta la mattina, la fida nutrice, alla quale niuna parte de' danni miei era nascosa, però che essa era stata la prima che nel mio viso aveva gli amorosi stimoli conosciuti, e ancora in esso aveva li casi futuri imaginati, vedendomi quando detto mi fu Panfilo avere altra donna, di me dubitando e istantissima alli miei beni, come prima il mio marito della camera uscìo, così v'intrò; [003]e me veggendo per le angoscie della notte preterita quasi semiviva ancora giacere, con parole diverse s'incominciò ad ingegnare di mitigare li furiosi mali, e in braccio recatamisi, con la tremante mano m'asciugava il tristo viso, movendo ad ora ad ora cotali parole:

[10]

[001]"O giovane, oltre modo m'afligono li tuoi mali, e più m'affliggerebbono, se davanti non te ne avessi fatta avedere; ma tu, più volonterosa che savia, lasciando li miei consigli, seguisti li tuoi piaceri; onde il fine debito a cotali falli con dolente viso ti veggo venuto. [002]Ma però che sempre, solo che altri voglia, mentre si vive si puote ciascuno da malvagio cammino dipartire, e al buono ritornare, mi sarebbe caro che tu omai gli occhi alla tua mente dalle tenebre di questo iniquo tiranno occupati, svelassi, e loro della verità rendessi la luce chiara. [003]Chi egli sia, assai li brievi diletti e li lunghi affanni, che per lui hai sostenuti, e sostieni, ti possono fare manifesto. Tu, sì come giovane, più la volontà seguitante che la ragione, amasti; e amando, quel fine che d'amore si può disiare, prendesti; e, come già è detto, brieve diletto essere il conoscesti; né più avanti, che quello che avuto n'hai, avere né disiare se ne puote. [004]E s'egli pure avvenisse che il tuo Panfilo nelle tue braccia tornasse, non altramenti che l'usato diletto ne sentiresti. Li ferventi disiderii sogliono essere nelle cose nuove, nelle quali molte volte sperandosi che quello bene sia nascoso, il quale forse non v'è, fanno con noia sostenere il fervente disio; ma le conosciute più temperatamente si sogliono disiderare. Ma tu troppo nel disordinato appetito trascorsa, e tutta dispostati al perire, fai il contrario. [005]Sogliono le discrete persone, trovandosi nelli faticosi luoghi e pieni di dubbi, tirarsi indietro, volendo anzi avere la fatica la quale infino al luogo, dove già pervenuti s'aveggono, perduta, e ritornare sicuri; che più avanti andando, mettersi a rischio di guadagnare la morte. [006]Segui adunque tu, mentre che tu puoi, cotale essemplo, e più ora atemperata che tu non suoli, metti la ragione inanzi alla volontà, e te medesima saviamente cava de' pericoli e delle angoscie, nelle quali mattamente ti se' lasciata trascorrere. [007]La Fortuna a te benivola, se con sano occhio raguarderai, non t'ha richiusa la via di dietro, né occupata sì, che, bene discernendo ancora le tue pedate, non possi per quelle tornare là onde tu ti movesti, e essere quella Fiammetta che tu ti solevi. [008]La tua fama è intera, né da alcuna cosa da te stata fatta è nelle menti delle genti commaculata; la quale essendo corrotta, a molte giovani fu già cagione di cadere nella infima parte de' mali. [009]Non volere più procedere acciò che tu non guasti quello che la Fortuna t'ha riservato; confòrtati, e teco medesima pensa di non avere veduto mai Panfilo, o che il tuo marito sia desso. La fantasia s'adatta ad ogni cosa, e le buone imaginazioni sostengono leggiermente d'essere trattate. [010]Sola questa via ti può rendere lieta, la qual cosa tu déi sommamente disiderare, se cotanto l'angoscie t'offendono, quanto gli atti e le tue parole dimostrano."

[11]

[001]Queste parole, o simiglianti, non una volta, ma molte, sanza rispondervi alcuna cosa, ascoltai io con grave animo; e avvegna che io oltre modo turbata fossi, nondimeno vere le conosceva, ma la materia, male disposta ancora, sanza alcuna utilità le riceveva. [002]Anzi, ora in una parte e ora in un'altra voltandomi, avvenne alcuna volta che, da impetuosa ira commossa, non guardandomi dalla presenzia della mia balia, con voce oltre alla donnesca gravezza rabbiosa, e con pianto oltre ad ogni altro grandissimo, così dissi:

[12]

[001]"O Tesifone, infernale furia, o Megera, o Aletto, stimolatrici delle dolenti anime, drizzate li feroci crini, e le paurose idre con ira accendete alli nuovi spaventamenti, e veloci nella iniqua camera entrate della malvagia donna, e ne' suoi congiugnimenti con lo imbolato amante accendete le misere faccelline, e quelle intorno al dilicato letto portate in segno di funesto agurio alli pessimi amanti. [002]O qualunque altro popolo delle nere case di Dite, o iddii delli immortali regni di Stige, siate presenti quivi, e con li vostri tristi ramarichii porgete paura ad essi infedeli. [003]O misero gufo, canta sopra lo infelice tetto; e voi, o Arpie, date segno di futuro danno! O ombre infernali, o etterno Caos, o tenebre d'ogni luce nemiche, occupate le adultere case, sì che li iniqui occhi non godano d'alcuna luce; e li vostri odii, o vendicatrici delle scellerate cose, entrino nelli animi acconci alli mutamenti, e impetuosa guerra generate tra loro!"[004]Apresso questo, gittato uno ardente sospiro, aggiunsi alle rotte parole: "O iniquissima donna, qualunque tu se', da me non conosciuta, tu ora l'amante, il quale io lungamente ho aspettato, possiedi, e io misera languisco a lui lontana. [005]Tu delle mie fatiche possiedi il guiderdone, e io vacua sanza frutto dimoro de' seminati prieghi. Io ho pòrte le orazioni e l'incensi alli iddi per la prosperità di colui, il quale furtivamente tu mi dovevi sottrarre, e quelle furono udite per utile di te. [006]Or ecco, io non so con quale arte né come tu me li abbia tratta del cuore e messavi te, ma pure so che così è: ma così ne possi tu tosto rimanere contenta, come tu n'hai me lasciata. [007]E se forse a lui la terza volta inamorarsi è malagevole, gl'iddii non altramenti dividano il vostro amore, che quello della greca donna e del giudice d'Ida divisero, o quel del giovane Abideo dalla sua dolente Ero, o de' miseri figliuoli d'Eolo, volgendosi contra di te l'aspro giudicio, egli rimanendo salvo. [008]Oh pessima femina, tu dovevi bene, la sua faccia mirando, pensare che egli sanza donna non era. Dunque, se ciò pensasti, che so che 'l pensasti, con quale animo procedesti a tòrre quello che d'altrui era? [009]Certo con inimico animo, aviso, e io sempre come nemica, e de' miei beni occupatrice, ti seguirò, e sempre, mentre ci viverò, mi nutricherò della speranza della tua morte; la quale non comune priego che sia come l'altre, ma, posta in luogo di pesante piombo o di pietra nella concava fionda, tu sii intra li nemici gittata; né al tuo lacerato corpo sia dato o fuoco o sepoltura, ma, diviso e isbranato, sazii gli agognanti cani. Li quali io priego che, poi che consumate avranno le molli polpe, delle tue ossa commettano asprissime zuffe, acciò che, rapinosamente rodendole, te di rapina dilettata in vita dimostrino. [010]Niuno giorno, niuna notte, né niuna ora sarà la mia bocca sanza essere piena delle tue maladizioni, né a questo mai si porrà fine: prima si tufferà la celestiale Orsa in Occeano, e la rapace onda della ciciliana Cariddi starà ferma, e taceranno li cani di Silla, e nel Gionio mare surgeranno le mature biade, e la scura notte darà nelle tenebre luce, e l'acqua con le fiamme, e la morte con la vita, e il mare con li venti, saranno concordi con somma fede. [011]Anzi, mentre che Ganges durerà tiepido, e l'Istro freddo, e li monti porteranno le querce, e li campi li morbidi paschi, con teco avrò battaglie. [012]Né finirà la morte questa ira, anzi tra li morti spiriti seguitandoti, con quelle ingiurie che di là s'adoperano, m'ingegnerò di noiarti. E se tu forse a me sopravivi, quale che si sia della mia morte il modo, dovunque il misero spirito se n'andrà, di quindi a forza m'ingegnerò di scioglierlo, e in te intrando, furiosa ti farò divenire, non altramenti che sieno le vergini dopo il ricevuto Appollo; o venendo nel tuo cospetto vegghiando orribile mi vedrai, e ne' sonni spaventevole sovente ti desterò nelle tacite notti; [013]e, brievemente, ciò che tu farai, continuamente volerò dinanzi agli occhi tuoi, e lamentandomi di questa ingiuria, te in niuna parte lascerò quieta; e così, mentre viverai, da cotale furia, me operante, sarai stimolata e, morta, poi di piggiori cose ti sarò cagione. [014]Oimè misera! in che si stendono le mie parole? Io ti minaccio, e tu mi nuoci, e il mio amante tenendoti, quello delle minacciate offese ti curi, che gli altissimi re de' meno possenti uomini. [015]Oimè! ora fosse a me lo 'ngegno di Dedalo o li carri di Medea, acciò che per quello aggiugnendo ali alle mie spalle, o per l'aere portata, subitamente dove tu gli amorosi furti nascondi mi ritrovassi! [016]Oh quante e quali parole al falso giovane e a te, rubatrice degli altrui beni, direi con viso turbato e minaccevole! Oh, con quanta villania li vostri falli riprenderei! [017]E poi che te e lui delle commesse colpe vergognosi avessi renduti, sanza alcuno freno o indugio procederei alla vendetta, e li tuoi capelli con le propie mani pigliando, e laniandoli forte, te ora qua e ora là tirando per quelli, davanti al perfido amante sazierei le mie ire, e con essi tutti li vestimenti straccerei. [018]Né questo mi basterebbe, anzi con tagliente unghia il viso piaciuto agli occhi falsi arerei in molte parti, lasciando etterni segnali in quello delle mie vendette, e il misero corpo tutto con li bramosi denti lacererei, il quale poi lasciando a colui che ora ti lusinga a medicare, lieta ricercherei le triste case."

[13]

[001]Mentre che io queste parole dico, con gli occhi sfavillanti e con li denti serrati e con le pugna strette, quasi a' fatti fossi, dimoro, e pare che parte della disiata vendetta mi rechino; ma la vecchia balia, quasi piagnendo, mi dice:

[002]"O figliuola, poscia che tu conosci la rabbiosa tirannia dello iddio che ti molesta, tempera te medesima, e li tuoi pianti raffrena, e se la debita pietà di te stessa a ciò non ti muove, muovati il tuo onore, al quale nuova vergogna d'antica colpa potrebbe nascere di leggieri; o almeno taci, non forse il marito senta le triste cose, e per doppia cagione meritevolemente si dolga del fallo tuo."

[003]Allora, al ricordato sposo pensando, da nuova pietà mossa, più forte piango, e nella anima volgendo la rotta fede, e le male servate leggi, così dico alla mia balia:

[14]

[001]"O fidissima compagna delle nostre fatiche, di poco si può dolere il mio marito. Colui che fu del nostro peccato cagione, colui di quello è stato agrissimo purgatore: io ho ricevuto e ricevo secondo li meriti il guiderdone. [002]Niuna pena mi potea il marito dare maggiore, che quella che m'ha pòrta l'amante; sola la morte, se la morte è penosa come si dice, mi puote il marito per pena acrescere. [003]Venga adunque, déalami. Ella non mi fia pena, anzi diletto, però ch'io la disidero, e più dalla sua mano che dalla mia mi fia graziosa; se egli non la mi dà, o ella da sé non vène, il mio ingegno la troverà, però che io per quella spero ogni mia doglia finire. [004]Lo 'nferno, de' miseri suppremo supplicio, in qualunque luogo ha in sé più cocente, non ha pena alla mia simigliante. Tizio c'è portato per gravissimo essemplo di pena dagli antichi autori, dicenti a lui sempre essere pizzicato dagli avoltoi il ricrescente fegato; e certo io non la estimo piccola, ma non è alla mia simigliante; che se a colui avoltoi pizzicano il fegato, a me continuo squarciano il cuore centomilia sollecitudini più forti che alcuno rostro d'uccello. [005]Tantalo similemente dicono tra l'acque e li frutti morirsi di fame e di sete; certo e io, posta nel mezzo di tutte le mondane dilizie, con effettuoso appetito il mio amante disiderando, né potendolo avere, tale pena sostengo, quale egli, anzi maggiore, però che egli, con alcuna speranza delle vicine onde e de' propinqui pomi, pure si crede alcuna volta potere saziare; ma io ora del tutto disperata di ciò che a mia consolazione sperava, e più amando che mai colui, ch'è nell'altrui forza con suo volere ritenuto, tutta di sé m'ha fatta di fuori. [006]E ancora il misero Isione nella fiera ruota voltato non sente doglia sì fatta, che alla mia si possa agguagliare. Io in continuo movimento da furiosa rabbia per gli avversarii fati rivolta, patisco più pena di lui assai. [007]E se le figliuole di Danao ne' forati vasi con vana fatica continuo versano acque credendoli impiere, e io con gli occhi, tirate dal tristo cuore, sempre lagrime verso. [008]Perché ad una ad una l'infernali pene mi fatico io di raccontare, con ciò sia cosa che in me maggiore pena tutta insieme si truova, che quelle in diviso o congiunte non sono? E se altro in me più che in loro d'angoscia non fosse, se non che a me conviene tenere occulti li miei dolori, o almeno la cagione d'essi, là ove essi con voci altissime, e con atti conformi alle loro doglie gli possono mostrare, sì sarieno le mie pene maggiori che le loro da giudicare. [009]Oimè! quanto più fieramente cuoce il fuoco ristretto, che quello il quale per ampio luogo manda le fiamme sue! E quanto è grave cosa e di guai piena il non potere nelle sue doglie spandere alcuna voce, o dire la nociva cagione, ma convenirle sotto lieto viso nascondere solo nel cuore! Dunque non doglia, ma più tosto di doglia alleggiamento mi sarebbe la morte. [010]Venga adunque il caro marito, e sé ad una ora vendichi, e me cacci di doglia; apra il suo coltello il mio misero petto, e fuori la dolente anima, amore e le mie pene ad una ora ne tragga con molto sangue; e il cuore, di queste cose ritenitore, sì come ingannatore principale e ricettatore de' suoi nemici, laceri come merita la commessa nequizia."

[15]

[001]Ma poi che la vecchia balia me tacita del parlare, e nel profondo delle lagrime vide, così con voce sommessa mi cominciò a dire:

"O cara figliuola, che è quello che tu favelli? Le tue parole sono vane, e pessimi sono l'intendimenti. [002]Io in questo mondo vecchissima molte cose ho vedute, e gli amori di molte donne sanza dubbio ho conosciuti; e ancora che io tra 'l numero di voi da mettere non sia, non pertanto io pure già conobbi gli amorosi veleni, li quali così vengono gravi, e molto più tal fiata, alle menome genti, come alle più possenti, in quanto più agl'indigenti sono chiuse le vie alli loro piaceri che a coloro che con le ricchezze le possono trovare per lo cielo; né quello che tu quasi impossibile, e tanto a te penoso favelli, non udii né sentii mai essere duro come ne porgi. [003]Il quale dolore, pure posto che gravissimo sia, non è però da consumarsene come fai, e quindi cercare la morte; la quale tu più adirata che consigliata domandi. Bene conosco io che la rabbia dalla focosa ira stimolata è cieca, e non cura di coprirsi, né freno alcuno sostiene, né teme morte, anzi essa medesima, da se stessa sospinta, si fa incontro alle mortali punte delle agute spade; la quale, se alquanto raffreddare fia lasciata, non dubito che l'accesa follia sarà manifesta al raffreddato. [004]E però, figliuola, sostieni il tuo grave impeto, e dà luogo al furore, e alquanto nota le mie parole, e nelli essempli da me detti ferma l'animo tuo. Tu ti duoli con gravi ramarichii, se io ho bene le tue parole raccolte, dell'amato giovane da te dipartito, e della rotta fede e d'Amore, e della nuova donna; in questo dolerti nessuna pena alla tua reputi equale; e certo, se tu savia sarai, come io disidero, a tutte queste cose, con effetto raccogliendo le mie parole, prenderai tu utile medicina. [005]Il giovane, il quale tu ami, sanza dubbio secondo l'amorose leggi, come tu lui, ti dée amare; ma se egli nol fa, fa male, ma niuna cosa a farlo il può costrignere: ciascheduno il beneficio della sua libertà come li pare può usare. [006]Se tu fortemente ami lui, tanto che di ciò pena intollerabile sostieni, egli di ciò non t'ha colpa, né giustamente di lui ti puoi dolere; tu stessa di ciò ti se' principalissima cagione. [007]Amore, ancora che potentissimo signor sia, e incomparabili le sue forze, non però, te invita, ti poteva il giovane pignere nella mente; il tuo senno e gli oziosi pensieri di questo amare ti furono principio; al quale, se tu vigorosamente ti fossi opposta, tutto questo non avvenia, ma, libera, lui e ogni altro avresti potuto schernire, come tu di' che egli di te non curantesi ti schernisce. [008]Egli adunque t'è bisogno, poi la tua libertà li sommettesti, di reggerti secondo i suoi piaceri. Piaceli ora di stare a te lontano: a te similemente sanza ramaricarti si conviene che egli piaccia. Se egli intera fede lagrimando ti diede, e di tornare impromise, non cosa nuova, ma antichissima usanza fe' degli amanti: questi sono de' costumi che s'usano nella corte del tuo iddio. [009]Ma se egli attenuta non te la ha, niuno giudice si trovò mai che di ciò tenesse ragione, né di ciò più si puote che dire: "Male ha fatto", e darsi pace, sappiendo che a lui sia da fare, se mai a tale partito la Fortuna te 'l desse, a quale ella ha te a lui conceduta. Egli ancora non è il primo che questo fa, né tu la prima a cui avviene. [010]Iansone si partì di Lenno di Isifile, e tornò in Tesaglia di Medea; Parìs si partì di Oenone delle selve d'Ida, e ritornò a Troia di Elena; Teseo si partì di Creti di Adriana, e giunse ad Atene di Fedra; né però Isifile o Oenone o Adriana s'uccisero, ma posponendo li vani pensieri, misero in oblio li falsi amanti. [011]Amore, come io di sopra ti dissi, niuna ingiuria ti fa o t'ha fatta, più che tu t'abbi voluta pigliare. Egli usa il suo arco e le sue saette sanza provedimento alcuno, sì come noi tutto giorno veggiamo, e dé'ci per manifesti e infiniti essempli la sua maniera essere chiara, che niuno meritamente di cosa che li avvenga per lui, non si dovria di lui, ma di sé condolere. [012]Egli, fanciullo lascivo, ignudo e cieco, vola e gitta e non sa dove: per che il dolersene, non consolazione averne, o di modo rimuoverlo, è anzi più tosto un perdersi le parole. [013]La nuova donna, dal tuo amante presa, o forse da lei preso il tuo amante, alla quale tu con tante ingiurie minacci, forse non con sua colpa l'ha fatto suo, ma egli forse di lei con improntitudine è divenuto; e come tu alli prieghi di lui non potesti resistere, per aventura né ella medesima, non meno di te pieghevole, li poté sanza pietà sostenere. [014]Se egli così sa piagnere, come narri, quando li piace, siati manifesto le lagrime e la bellezza congiunte avere grandissime forze. E oltre a ciò, pognamo pure che la gentile donna con le sue parole e atti l'abbia irretito: così s'usa oggi nel mondo, che ciascuna persona cerca il suo vantaggio, e sanza altrui riguardare, quando il truova, se 'l piglia comunque puote. [015]La buona donna, forse non meno di te savia in queste cose, lui destro alla milizia di Venere conoscendo, se 'l recò a sé: e chi tiene te che tu non possi fare il simigliante d'un altro? La qual cosa non lodo, ma pure, se più non si puote, e di seguire Amore se' costretta, ove tu la tua libertà da colui vogli ritrarre, che potrai, infiniti giovani ci sono più di lui degni, per quello ch'io creda, che volontieri a te diverranno subietti; il diletto de' quali così lui trarranno della tua mente, come la nuova donna ha forse te della sua tratta. [016]Di queste fedi promesse, e giuramenti fatti intra gli amanti, Giove se ne ride quando si rompono; e chi tratta altrui secondo che egli è trattato, forse non falla soverchio, anzi usa il mondo secondo li modi altrui. [017]Il servare fede a chi a te la rompe, è oggi reputata mattezza, e lo 'nganno compensare con lo 'nganno si dice sommo sapere. Medea da Iansone abandonata, si prese Egeo; e Adriana, da Teseo lasciata, si guadagnò Bacco per suo marito: e così li loro pianti mutarono in allegrezza. [018]Dunque più pazientemente le tue pene sostieni, poiché meritamente d'altrui che di te non t'hai a dolere, e a quelle truovansi molti modi a lasciarle quando vorrai, considerando ancora che già ne furono sostenute per altre delle sì gravi, e trapassate. [019]Che dirai tu di Deianira essere abandonata per Iole da Ercule, e Filìs da Demofonte, e Penelope da Ulisse per Circe? Tutte queste furono più gravi che le tue pene, in quanto così o più era fervente l'amore, e se si considera il modo e gli uomini più notabili, e le donne, e pure si sostennero. [020]Dunque a queste cose non se' sola né prima, e quelle a le quali l'uomo ha compagnia, a pena possono essere importabili o gravi come tu le dimostri. [021]E però rallegrati, e le vane sollecitudini caccia, e del tuo marito dubita; al quale forse, se questo pervenisse a le orecchi, posto, come tu di', che nulla più oltre per pena te ne potesse dare che la morte, quella medesima, con ciò sia cosa che più che una volta non si muoia, si dée, quando l'uomo può, pigliare la migliore. [022]Pensa, se quella, come adirata domandi, ti seguisse, di questo di quanta infamia e etterna vergogna rimarrebbe la tua memoria fregiata! Egli si vogliono le cose del mondo così apparare ad usare come mobili, e per inanzi né tu né niuno in esse molto si confidi, se vengono prospere, né ne le averse prostrato de le migliori si disperi. [023]Cloto mescola queste cose con quelle e vieta che la Fortuna sia stabile e ciascuno fato rivolge; niuno ebbe mai gl'iddii sì favorevoli, che nel futuro gli potesse obligare; Iddio le nostre cose, da' peccati incitate, con turbazione rivescia. La Fortuna similmente teme li forti e avilisce li timidi. [024]Ora è tempo da provare se in te ha luogo niuna virtude, avvegna che a quella in niuno tempo si possa tòrre luogo; ma le prosperità la ricuoprono assai spesso. La speranza ancora ha questa maniera, ch'ella ne le cose afflitte non mostra alcuna via, e però chi niuna cosa puote sperare, di nulla si disperi. [025]Noi siamo agitati da' fati e, credimi, che non di leggiere si possono con sollecitudine mutare le cose apparecchiate da loro. Ciò che noi, generazione mortale, facciamo o sosteniamo, quasi la maggior parte viene da' cieli. Lachesìs serva a la sua rocca la decreta legge, e ogni cosa mena per limitata via. Il primo dì ci diede lo stremo, né è licito d'avere le avvenute cose rivolte in altro corso. [026]L'avere voluto il mobile ordine tenere nocque già a molti, e a molti ancora l'averlo temuto, però che mentre ch'essi li loro fati temono, già a quegli sono pervenuti. [027]Adunque lascia li dolori, li quali voluntaria aletti, e vivi lieta, negli iddii sperando, e opera bene, però che spesso avvenne già che, qualora l'uomo più a la felicità si crede lontano, allora in quella con disaveduto passo è intrato. [028]Molte navi, correndo felicemente per gli alti mari, già ruppero a l'entrata d'i salvi porti; e così alcune, di salute disperate del tutto, salve in quelli a la fine si ritrovarono. [029]E io ho già veduti molti àlbori, da le fiammifere folgori di Giove percossi, ivi a pochi tempi pieni di verdi frondi; e alcuni, con sollecitudine riguardati, da non conosciuto accidente essersi secchi. [030]La Fortuna dà varie vie: così com'ella di noia t'è stata cagione, così, se sperando la tua vita nutrichi, ti sarà similmente di gioia."

[16]

[001]Non una sola volta, ma molte usò verso me la savia balia cotali parole, credendosi da me potere cacciare gli dolori e l'ansietà riserbate solamente a la morte; ma di quelle poche o nulla con frutto toccava la occupata mente, e la maggior parte perduta si smarria tra l'aure, e il mio male di giorno in giorno più comprendea la dolente anima; per che spesso, supina sopra il ricco letto, col viso tra le braccia nascoso, ne la mente varie cose e grandi rivolgea. [002]Io dirò crudelissime cose, e quasi da non dovere esser credute da donna esser pensate, se avvenire per adietro così fatte, o maggiori, non si fossero vedute. Essendo io nel cuore vinta da incomparabile doglia, sentendomi dal mio amante, disperata, lontana, fra me così a dire cominciai: "Ecco, quella cagione che la sidonia Elissa ebbe d'abandonare il mondo, quella medesima m'ha Panfilo donata, e molto piggiore. [003]A lui piace che io, abandonate queste, nuove regioni cerchi, e io, poi che suggetta li sono, farò quello che gli piace, e al mio amore, e al commesso male, e allo offeso marito ad una ora sodisfarò degnamente. E se a li spiriti sciolti da la corporal carcere e al nuovo mondo è alcuna libertà, sanza alcuno indugio con lui mi ricongiugnerò; e dove il corpo mio esser non puote, l'anima vi starà in quella vece. [004]Ecco adunque, morrò, e questa crudeltà, volendo l'aspre pene fuggire, si conviene d'usare a me in me stessa, però che niun'altra mano potrebbe sì esser crudele, che degnamente quella che io ho meritata operasse. Prenderò adunque sanza indugio la morte, la quale, ancora che oscurissima cosa sia a pensare, più graziosa l'aspetto che la dolente vita". [005]E poi che io ultimamente fui in questo proponimento diliberata, fra me cominciai a cercare quale dovesse di mille modi esser l'uno che mi togliesse di vita. E prima mi occorsono ne' pensieri li ferri, a molti di quella stati cagione, tornandomi a mente la già detta Elissa partita di vita per quelli. [006]Dopo questo mi si parò davanti la morte di Biblìs e d'Amata, il modo de la quale se offeriva a finire la mia vita; ma io, più tenera de la mia fama che di me stessa, e temendo più il modo del morire che la morte, parendomi l'uno pieno d'infamia, e l'altro di crudeltà soverchia nel ragionare de le genti, mi fu cagione di schifare e l'uno e l'altro. [007]Poi imaginai di volere fare sì come fecero li Saguntini o gli Abidei, li uni tementi Anibale cartaginese, e gli altri Filippo macedonico: li quali le lor cose e se medesimi a le fiamme commisero. Ma veggendo in questo del caro marito, non colpevole ne' miei mali, gravissimo danno, come gl'altri precedenti modi avea rifiutati, così e questo ancora rifiutai. [008]Vennemi poi nel pensiero li velenosi sughi, li quali per adietro a Socrate, a Sofonisba e Anibale e a molti altri prencipi l'ultimo giorno segnarono: e questi assai alli miei piaceri si confecero. [009]Ma veggendo che a cercare d'averli tempo si convenia interporre, e dubitando non in quel mezzo si mutasse il mio proponimento, di cercare altra maniera imaginai. E pensato mi venne di volere intra le ginocchia, come molti già fecero, rendere il tristo spirito: dubitando d'impedimento, ché 'l vedea, ad altra specie di pensieri trapassai. [010]E questa cagione medesima li accesi carboni di Porzia mi fece lasciare. Ma venutami nella mente la morte di Ino e di Melicerte, e similemente quella di Erisitone, il bisognarvi lungo spazio a l'una ad andare, a l'altra ad aspettare, me le fece lasciare, imaginando della ultima il dolore lungamente nutricare i corpi. [011]Ma oltre a tutti questi modi, mi occorse di Pernice la morte, caduto dell'altissima arce cretense; e questo solo modo mi piacque di seguitare per infallibile morte e vòta d'ogni infamia, fra me dicendo: [012]"Io dell'alte parti della mia casa gittandomi, il corpo, rotto in cento parti, per tutte e cento renderà la infelice anima maculata e rotta alli tristi iddii, né fia chi quinci pensi crudeltà o furore in me stato di morte, anzi a fortunoso caso imputandolo, spandendo pietose lagrime per me, la fortuna maladiranno". [013]Questa diliberazione nell'animo mio ebbe luogo, e sommamente mi piacque di seguitarla, pensando in me grandissima pietà usare, se forte spietata contro a me divenissi.

[17]

[001]Già era il pensiero fermo, né altra cosa aspettava che tempo, quando un freddo sùbito entrato per le mie ossa, tutta mi fece tremare. Il quale con seco recò parole così dicenti: "O misera, che pensi tu di fare? Vuo' tu per ira e per cruccio divenire nulla? Or se tu fossi pure ora per morire, da infirmità grave costretta, non ti dovresti tu ingegnare di vivere acciò che almeno una volta, innanzi la morte tua, tu potessi vedere Panfilo? [002]Non pensi tu che, morta, tu nol potrai vedere, né la pietà di lui verso te niuna cosa potrà adoperare? Che valse a Filìs non paziente la tarda tornata di Demofonte? Essa, fiorendo, sanza alcuno diletto sentì la venuta sua; la quale, se sostenere avesse potuto, donna, non albero l'avria ricevuto. [003]Vivi adunque, ché egli pure tornerà qui alcuna volta, o amante o nemico che egli ci torni; e quale che egli d'animo si ritorni, tu pure l'amerai, e per aventura il potrai vedere e farlo pietoso de' casi tuoi. Egli non è di quercia o di grotta o di dura pietra scoppiato, né bevve latte di tigre o di quale altro è più fiero animale, né ha cuore di diamante o d'acciaio, che egli a quelli non sia pietoso e pieghevole. Ma se pure da pietà non fia vinto, vivendo tu, allora di morire più licito ti sarà. [004]Tu hai oltre a uno anno sanza lui sostenuta la trista vita, bene la puoi ancora sostenere oltre ad uno altro. In niuno tempo falla la morte a chi la vuole: ella fia così presta, e molto meglio allora che ella non è ora, e potra'ne andare con isperanza che egli alcuna lagrima, quantunque nemico e crudele sia, porgerà alla tua morte. [005]Ritira adunque indietro il troppo sùbito consiglio, però che chi di consigliare s'affretta si studia di pentere. Questo che tu vuoli fare non è cosa che pentimento ne possa seguire, e se egli ne pure seguisse, da poterla indietro tornare".

[18]

[001]Così da queste cose l'anima occupata, il proponimento sùbito lungamente in libra tenne, ma stimolandomi Megera con aspre doglie, vinsi di seguire il proposito, e tacitamente pensai di mandarlo ad effetto; e con benigne parole alla mia balia, che già taceva, nel tristo viso mostrai infinto conforto; alla quale, acciò che quindi si dipartisse, dissi:

[002]"Ecco, carissima madre, li tuoi parlari verissimi con utile frutto luogo nel petto mio hanno trovato, ma acciò che lo acceso furore esca della pazza anima, alquanto di qui ti cessa, e me di dormire disiderosa al sonno lascia."

[003]Ella, sagacissima, e quasi d'i miei intendimenti indovina, il mio dormire loda, e da me dilungatasi alquanto per lo ricevuto comandamento, della camera uscire non volle in niuno modo. Ma io, per non farla del mio intendimento sospetta, oltre al mio piacere sostenni la sua dimora, imaginando che, dopo alquanto, quieta vedendomi, si debbia partire. [004]Fingo adunque con riposo tacito il pensato inganno, nel quale, bene che di fuori nulla cosa appaia, così nelle ore le quali a me ultime dovere essere pensava, fra me dogliosa diceva cotali parole:

[19]

[001]"O misera Fiammetta, o più che altra dolorosissima donna, ecco che il tuo die è venuto! Oggi, poi che dell'alto palagio ti sarai gittata in terra, e l'anima avrà lasciato il rotto corpo, terminate fieno le lagrime tue, li sospiri, le angoscie e li disiri; e ad una ora te e 'l tuo Panfilo libero farai della promessa fede. [002]Oggi avrai di lui li meritati abracciari, oggi le militari insegne d'Amore copriranno il corpo tuo con disonesto strazio; oggi il tuo spirito il vedrà; oggi conoscerai per cui te abbia abandonata; oggi a forza pietoso il farai; oggi comincerai le vendette della nemica donna. [003]Ma, o iddii, se in voi niuna pietà si truova, nelli ultimi miei prieghi siatemi graziosi: fate la mia morte sanza infamia passare tra le genti; se in quella alcuno peccato, prendendola, si commette, ecco che di quello la sodisfazione è presente, cioè che io muoio sanza osare manifestare la cagione; la qual cosa non picciola consolazione mi sarebbe, se io credessi, ciò dicendo, passare sanza biasimo. [004]Fatela ancora con pazienzia sostenere al caro marito, il cui amore, se io debitamente avessi guardato, ancora lieta, sanza porgervi questi prieghi, di vivere chiederei. Ma io, sì come femina mal conoscente del ricevuto bene, e come l'altre sempre il peggio pigliando, ora questo guiderdone me ne dono. [005]O Antropòs, per lo tuo infallibile colpo a tutto il mondo, umilemente ti priego che il cadente corpo guidi nelle tue forze, e con non troppa angoscia l'anima sciolghi dalle fila della tua Lachesìs. [006]E tu, o Mercurio, di quella ricevitore, io ti priego per quello amore che già ti cosse, e per lo mio sangue, il quale io da ora offero a te, che tu benignamente la guidi alli luoghi a lei disposti da la tua discrezione; né sì aspri glieli apparecchi, che lievi reputi li mali avuti."

[20]

[001]Queste cose così fra me dette, Tesifone stette dinanzi agli occhi miei, e con non intendevole mormorio, e con minaccevole aspetto mi fe' pavida di piggiore vita che la preterita. Ma poi, con più sciolta favella dicendo: "Niuna cosa una sola volta provata può essere grave", il turbato animo a la morte infiammò con più focoso disio. [002]Per che, vedendo io che ancora non si partia la vecchia balia, dubitando non troppo aspettare, me apparecchiata a morire, indietro traesse il proposto, o che accidente via non lo togliesse, stese le braccia sopra il mio letto, quasi abracciandolo, dissi piagnendo: "O letto, rimanti con Dio; il quale io priego che a la seguente donna, più che a me non t'ha fatto, ti faccia grazioso". [003]Poi gli occhi rivolti per la camera, la quale più mai non sperava vedere, presa da dolore sùbito, il cielo perdei, e quasi palpando opressa da non so che tremito mi volli levare, ma le membra vinte da paura orribile non mi sostennero, anzi ricaddi, e non sola una, ma tre fiate sopra 'l mio viso, e in me fierissima battaglia sentiva tra' paurosi spiriti e l'adirata anima, li quali lei volente fuggire a forza teneano. [004]Ma pure l'anima vincendo e da me la fredda paura cacciando, tutta di focoso dolore m'accesi, e riebbi le forze; e già nel viso del colore palido de la morte dipinta, impetuosamente su mi levai, e quale il forte toro, ricevuto il mortale colpo, furioso in qua e in là saltella sé percotendo, cotale, dinanzi agli occhi miei errando Tesifone, del letto, non conoscendo l'impeti miei, come baccata mi gittai in terra; e dietro alla furia correndo, verso le scale, saglienti alla somma parte delle mie case, mi dirizzai. [005]E già fuori della camera trista saltata, forte piagnendo, con disordinato sguardo tutte le parti della casa mirando, con voce rotta e fioca dissi: "O casa, male a me felice, rimani etterna, e la mia caduta fa manifesta allo amante, se egli torna; e tu, o caro marito, confòrtati, e per innanzi cerca d'una più savia Fiammetta! [006]O care sorelle, o parenti, o qualunque altre compagne e amiche, o servitrici fedeli, rimanete con la grazia de li iddii". Io rabbiosa intendeva con tutte le parole al tristo corso, ma la vecchia balia, non altramenti che chi dal sonno alli furori è escitato, lasciato de la rocca lo studio, sùbito stupefatta questo vedendo, levò li gravissimi membri, e gridando, come poteva mi cominciò a seguire. [007]Ella con voce appena da me creduta diceva:

"O figliuola, ove corri? Quale furia ti sospigne? È questo il frutto che tu dicevi che le mie parole in te aveano di preso conforto messo? Ove vai tu? Aspettami."

[008]Poi con voci ancora maggiori gridava:

"O giovani, venite, occupate la pazza donna, e ritenete li suoi furori."

Il suo romore era nulla, e molto meno il grave corso: a me parea che fossero ali cresciute, e più veloce che alcuna aura correva alla mia morte. [009]Ma li non pensati casi, sé alli buoni come alli rei proponimenti opponentisi, furono cagione che io sia viva: perciò che li miei panni lunghissimi, e al mio intendimento nemici, non potendo con la loro lunghezza rafrenare il mio corso, ad uno forcuto legno, mentre io correva, non so come, s'avilupparono, e la mia impetuosa fuga fermarono, né per tirare che io facessi, di sé parte alcuna lasciarono. [010]Per che, mentre io tentava di riaverli, la grave balia mi sopragiunse; alla quale io con viso tinto mi ricorda ch'io dissi con alto grido:

"O misera vecchia, fuggi di qui, se la vita t'è cara! Tu ti credi aiutarmi, e offendimi: lasciami usare il mortale uficio ora, a ciò disposta con somma voglia, però che niuna altra cosa fa chi colui di morire impedisce, che disidera di morire, se non ch'egli l'uccide. Tu di me diventi micidiale, credendomi tòrre da la morte, e come nemica tenti di prolungare i danni miei."

[011]La lingua gridava, e il cuore ardeva d'ira, e le mani per la fretta, credendosi sviluppare, aviluppavano; né prima a me occorse il rimedio dello spogliarmi, che sopragiunta dalla gridante balia, come ella potea, così da lei era impedita. [012]Ma la sua forza, in me già sviluppata, niente valeva, se le giovani serve al colei grido d'ogni parte non fossero corse, e me avessero ritenuta. De le mani delle quali più volte con guizzi diversi e con forze maggiori mi credetti ritrarre, ma vinta da loro, stanchissima fui nella camera, la quale mai più vedere non credeva, menata. [013]Oimè! quante volte loro dissi con piagnevole voce:

"O vilissime serve, quale ardire è questo? Chi vi concede che la vostra donna da voi violentamente sia presa? Quale furia, o misere, v'ha spirate? E tu, o iniqua nutrice del misero corpo, futuro essemplo di tutti li dolori, perché a l'ultimo disio m'hai impedita? Or non sai tu ch'egli mi sarebbe maggiore grazia comandarmi la morte, che da quella difendermi? [014]Lascia la misera impresa da me adempiere, e me di me a mio senno lascia fare, se così m'ami com'io credo; e se così se' pietosa come ti mostri, adopera la tua pietà in salvare la dubbia fama che dopo me di me rimarrà; però che in questo in che tu ora m'impedisci, la tua fatica fia vana. [015]Credimi tu potere tòrre gli aguti ferri, nelle punte de' quali consiste il mio disio, o li dolenti lacci, o le mortali erbe, o il fuoco? Che profitto adopera questa tua cura? Prolunga un poco la dolorosa vita, e forse a la morte, che ora sanza infamia mi veniva, indugiata, aggiungerà vergogna. [016]Tu, o misera, non la mi potrai per guardia tòrre, però che la morte è in ogni luogo, e consiste in tutte le cose, e eziandio ne' vitali argomenti fu già trovata: dunque lasciami morire, prima che più divenendo dolente che io mi sia, con più feroce animo la domandi."

[017]Io, mentre che miseramente queste parole diceva, non teneva le mie mani in riposo, ma ora questa, e ora quella serva rabbiosamente pigliando, a quale, levate le trecce, tutta la testa pelava; e a quale ficcando l'unghie nel viso, miseramente graffiandola, la faceva filare sangue; e ad alcuna mi ricorda che io tutti li poveri vestimenti indosso le stracciai. [018]Ma, oimè! che né la vecchia balia né le lacerate serve ad alcuna cosa mi rispondeano, anzi piagnendo in me usavano pietoso uficio. Io allora più mi sforzava vincerle con parole, ma nulla valeano; per che con romore a gridare cominciai: [019]"O mani inique, e possenti ad ogni male, voi, ornatrici della mia bellezza, foste grande cagione di farmi tale che io fossi disiderata da colui, il quale io più amo. Dunque, poiché male del vostro uficio m'è seguito, in guiderdone di ciò ora l'empia crudeltà usate nel vostro corpo: laceratelo, apritelo, e quindi la crudele anima e inespugnabile ne traete con molto sangue. [020]Tirate fuori il cuore ferito dal cieco Amore, e poi che tolti vi sono li ferri, lui con le vostre unghie, sì come di tutti li vostri mali cagione prencipale, sanza alcuna pietà laniate."[021]Oimè! che le mie voci mi minacciavano li disiderati mali, e comandavanlo alle volonterose mani ad essequire; ma le preste fanti m'impedirono, tenendole contro a mia voglia. Poi la trista balia e importuna con dolenti voci incominciò cotali parole:

[21]

[001]"O cara figliuola, io ti priego per questo misero seno onde tu li primi alimenti traesti, che con umiliata mente alquante mie poche parole m'ascolti. Io non cercherò in quelle di tòrti che tu non ti dolghi, o che forse la degna ira, che a questo furore t'accende, tu la cacci da te, o per dimoranze la rompi, o con rimesso petto e piacevole la sostenghi, ma quello solo che vita ti sarà e onore, riducerò alla smarrita memoria. [002]Egli si conviene a te, famosa giovane di tanta virtù quanta se', il non stare soggetta al dolore, né come vinta dare le spalle a' mali. Egli non è virtù il chiedere la morte, come se la vita si temesse, come tu fai; ma alli sopravegnenti mali contrastare, né a quegli davanti fuggire, è virtù somma. [003]Chi li suoi fati abbatteo, e li beni della sua vita da sé gittò e divise, sì come tu hai fatto, non so perché uopo li si sia di cercare morte, né so perché l'adimandi: l'una e l'altra è volontà di timido. [004]Dunque se tu te in somma miseria porre disideri, non cercare la morte per quella, però che essa è ultima cacciatrice di quella. Fuga questo furore della tua mente, per lo quale ad una ora d'avere e di perdere mi pare che cerchi l'amante: credi tu, nulla divenendo, acquistarlo?"

[005]Io non risposi alcuna cosa. Ma intanto il romore si sparse per la spaziosa casa, e per la contrada circonvicina, e non altramenti che allo urlare d'uno lupo si sogliono i circustanti tutti in uno convenire, corsero quivi li servidori d'ogni parte, e tutti dolenti domandavano che ciò fosse. [006]Ma già era stato vietato da me a chi 'l sapeva di dirlo, per che con menzogne ricoprendo l'orribile accidente, sodisfatti erano. Corsevi il caro marito, e corsonvi le sorelle e gli cari parenti e gli amici, e igualmente tutti da uno inganno occupati, là dov'io era iniqua, pietosa fui riputata; e ciascuno dopo molte lagrime la mia vita riprese così dolente, ingegnandosi apresso di confortarmi. [007]Oimè! che quinci avvenne che alcuni me stimolata da alcuna furia credettero, e me quasi furiosa guardavano; ma altri più pietosi, la mia mansuetudine riguardando, dolore, sì come era, stimandolo, di ciò che quelli diceano si fecero beffe, portandomi compassione. [008]E così visitata da molti, più giorni stupefatta rimasi, e sotto discreta custodia della sagace balia fui tacitamente guardata.

[22]

[001]Niuna ira è sì focosa, che per passamento di tempo freddissima non divenga. Io alcuni giorni così dimorata come io disegno, mi riconobbi, e manifestamente le parole della savia balia vidi vere, e certo io la mia passata follia piansi amaramente. [002]Ma posto che il mio furore nel tempo si consumasse, e ritornasse nulla, il mio amore per questo non ebbe alcuno mutamento, anzi mi pure rimase la malinconia usata nelli altri accidenti d'avere, e gravemente portava l'essere stata per altra donna abandonata, e spesse volte sopra ciò con la discreta balia ebbi consiglio, volendo modo trovare per lo quale a me rivocassi l'amante. [003]E alcuna volta proponemmo con lettere pietosissime li miei casi dolenti narranti, e altra volta più utile essere pensammo che per savio messaggio con viva voce li nunziassimo li miei mali; e certo ancora che vecchia fosse la balia, e il camino lungo e malvagio, per me si volle disporre ad andarvi. [004]Ma bene riguardando ogni cosa, le lettere, quantunque fossero state pietose, efficaci non riputammo a rispetto de' presenti e nuovi amori, sì che per perdute le giudicammo; avvegna che con tutto questo pure ne scrivessi alcuna, che quello uscimento ebbe che divisammo. [005]Il mandarvi la balia, chiaramente conobbi lei non viva potere a lui pervenire, né ad altrui da fidarsene reputai, sì che frivoli furono li primi avisi, e solamente ne l'animo mi rimase niuna via esserci a riaverlo, se non se io per lui andassi. Alla qual cosa fare diversi modi per la mente mi corsero, li quali ultimamente tutti furono per cagioni legittime anullati dalla mia balia. [006]Io pensai alcuna volta di prendere abito pellegrino con alcuna fida compagna, e in quello cercare li suoi paesi; e bene che questo mi paresse possibile, non per tanto in esso pericolo grandissimo conobbi del mio onore, sappiendo come le viandanti pellegrine, alle quali alcuna forma si vede, sieno sovente nelli camini trattate dalli scedati. [007]E oltre a questo, me al caro marito sentendo obligata, sanza lui non vidi come essere potesse l'andata, o sanza sua licenzia, la quale da sperare non era giamai. Per la qual cosa questo pensiero come vano abandonai, e subitamente in uno altro non poco malizioso mi trasportai, e fatto mi credetti che egli venisse, e sarebbe, se alcuno caso avvenuto non fosse; ma nel futuro spero non mancherà, sol che io viva. [008]Io m'infinsi d'avere in queste mie predette avversità, se Dio mi traesse di quelle, fatto alcuno voto; il quale volendo fornire, con giusta cagione poteva e posso volere passare per lo mezzo della terra del mio amante; per la quale passando, non mi mancava cagione di lui volere e dovere vedere e a quello rivocare per che io andava. [009]E certo, come io dico, io lo scopersi al caro marito, il quale a ciò fornire sé lietamente offerse, ma tempo a ciò competente, come è detto, disse volea che attendessi. Ma lo 'ndugio a me gravissimo, e temendolo vizioso, mi fu cagione d'entrare in altri avisi, e tutti mi vennero meno, fuori solamente d'Ecate le mirabili cose, delle quali acciò che alli paurosi spiriti sicurissima mi comettessi, più volte con diverse persone, vantantisi ciò sapere operare, ebbi ragionamenti. [010]E alcune di trasportarmi subitamente impromettendomi, altre di sciogliere la sua mente da ogni altro amore e nel mio ritornarlo, altre dicendo di rendere a me la pristina libertà, volendo io d'alcune di queste a l'effetto venire, più di parole che d'opera li trovai pieni, onde non una volta, ma molte rimasi da loro nella mia speranza confusa, e per lo migliore, sanza più a queste cose pensare, mi diedi ad aspettare il tempo congruo dal marito promesso a fornire il voto fittizio.

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