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Capitolo VIICapitolo settimo nel quale madonna Fiammetta dimostra come, essendo un altro Panfilo, non il suo, tornato là dove ella era, e essendole detto, prese vana letizia, e ultimamente ritrovando lui non essere desso, nella prima tristizia si ritornò. [1][001]Continuavansi le mie angoscie, non ostante la speranza del futuro viaggio, e il cielo con movimento continuo seco menando il sole, l'uno dì dopo l'altro traeva sanza intervallo, e me in affanni e in amore non iscemante in più lungo tempo che io non volea mi tenne la vana speranza. [002]E già quello Toro che trasportò Europa teneva Febo con la sua luce, e li giorni, a le notti togliendo luogo, di brevissimi grandissimi divenieno; e il florigero Zeffiro sopravenuto col suo leno e pacifico soffiamento, avea le 'mpetuose guerre di Borea poste in pace, e cacciato del frigido aere li caligginosi tempi, e delle altezze d'i monti le candide nevi e li guazzosi prati rasciutti delle cadute piove, ogni cosa d'erba e di fiori avea rifatta bella; [003]e la bianchezza per la soprastante freddura del verno venuta negli alberi era da verde vesta ricoperta in ogni parte; e era già in ogni luogo quella stagione, nella quale la lieta primavera graziosamente spande in ciascuno luogo le sue ricchezze, e che la terra, di varii fiori e di rose quasi stellata, di bellezze contrasta col cielo ottavo, e ogni prato teneva Narcisso; [004]e la madre di Bacco già aveva della sua pregnezza cominciati a mostrare segni, e più che l'usato gravava il compagno olmo, già da sé ancora divenuto più grave per la presa veste; [005]Driope e le misere sirocchie di Fetonte mostravano similemente letizia, cacciato il misero abito del canuto verno; li gai uccelli s'udivano con dilettevole voce per ogni parte, e Cerere nelli aperti campi lieta venìa nuova con li frutti suoi. [006]E oltre a queste cose, il mio crudele signore più focosi faceva li suoi dardi sentire nelle vaghe menti: onde li giovani e le vaghe donzelle, ciascuno secondo la sua qualità ornato, s'ingegnava di piacere all'amata cosa. [007]Le liete feste rallegravano ciascuna parte della nostra città, più copiosa di quelle che non fu mai l'alma Roma, e li teatri ripieni di canti e di suoni invitavano a quella letizia ciascuno amante. [008]Li giovani, quando sopra li correnti cavalli con le fiere armi giostravano, e quando circondati di sonanti sonagli armeggiavano, quando con amaestrata mano lieti mostravano come li arditi cavalli con ispumante freno si debbano reggere. [009]Le giovani donne, vaghe di queste cose, inghirlandate delle nove frondi, lieti sguardi porgevano alli loro amanti ora da l'alte finestre, e quando dalle basse porte, e quale con nuovo dono, e tale con sembiante, e tale con parole confortava il suo del suo amore. Ma me sola solitaria parte teneva quasi romita, e sconsolata per la fallata speranza, de' lieti tempi aveva noia. [010]Niuna cosa mi piaceva, nulla festa mi poteva rallegrare, né conforto porgere pensiero né parola; niuna verde fronda, niuno fiore, niuna lieta cosa toccavano le mie mani, né con lieto occhio le riguardava. [011]Io era divenuta de l'altrui letizie invidiosa; e con sommo disiderio appetiva che ciascuna donna così fosse da Amore e dalla Fortuna trattata, come io era. Oimè! con quanta consolazione più volte già mi ricorda d'avere udite le miserie e le disaventure delli amanti nuovamente avvenute! [012]Ma mentre che in questa disposizione mi tenevano dispettosa l'iddii, la Fortuna ingannevole, la quale alcuna volta per afliggere con maggiore doglia li miseri loro nel mezzo delle avversità, quasi mutata, si mostra con lieto viso, acciò che essi più abandonandosi a lei caggiano maggiore istoscio cessando la sua letizia (li quali sì come folli s'appoggiano allora ad essa, cotali abattuti si truovano, quale il misero Icaro nel mezzo camino, presa troppa fidanza nelle sue ali, salito a l'alte cose, da quelle nelle acque cadde, del suo nome ancora segnate); [013]questa, me sentendo di quelli, non contenta de' dati mali, apparecchiandomi peggio, con falsa letizia indietro trasse le cose avverse e 'l suo corruccio, acciò che, più movendosi di lontano, non altramenti che facciano i montoni africani per dare maggiore percossa, più m'offendesse; e in questa maniera con vana allegrezza alquanto diede sosta alle mie doglie. [2][001]Essendo già per ogni mese promesso troppo più di quatro dimorato il poco fedele amante, avvenne che un giorno, dimorando io ne' pianti usati, la vecchia balia con passo più spesso che la sua età non prestava, tutta nel vizzo viso di sudore molle, entrò nella camera nella quale io era, e postasi a sedere, battendole forte il petto, negli occhi lieta, più volte cominciò a parlare; ma l'ansietà del polmone procedente ogni volta nel mezzo le rompea le parole. [002]Alla quale io piena di maraviglia dissi: "O cara nutrice, che fatica è questa che te ha così presa? Quale cosa disideri tu di dire con tanta fretta, che prima lo affannato spirito non lasci posare? È ella lieta o dolente? Apparecchiomi io di fuggire o di morire, o che debbo fare? Il tuo viso alquanto, non so di che né per che, riverdisce la mia speranza; ma le cose lungamente state contrarie mi porgono quella paura di peggio che ne' miseri suole capere. [003]Di' adunque tosto, non mi tenere più sospesa, quale fu la cagione della tua rattezza? Dimmi se lieto iddio o infernale furia qui t'ha sospinta." Allora la vecchia, ancora a pena riavuta la lena, intrarompendo le mie parole, assai più lieta disse: "O dolce figliuola, rallégrati, niuna paura è nelli nostri detti; gitta via ogni dolore, e la lasciata letizia ripiglia: il tuo amante torna." [004]Questa parola entrata nell'animo mio, sùbita allegrezza vi mise, sì come li miei occhi mostrarono, ma la miseria usata in brieve la tolse via, e nol credetti, anzi piagnendo dissi: "O cara balia, per li tuoi molti anni e per li tuoi vecchi membri, li quali omai lo etterno riposo domandano, non schernire me misera, li cui dolori in parte dovrebbono essere tuoi. [005]Prima torneranno li fiumi alle fonti, e Espero recherà il chiaro giorno, e Febea con li raggi del suo fratello darà luce la notte, che torni lo 'ngrato amante. Chi non sa che egli ora nelli lieti tempi con altra donna più amando che mai si rallegra? Ove che egli fosse, ora si tornerebbe egli a lei, non che egli da lei si partisse per venire qua." [006]Ma ella sùbito seguitò: "O Fiammetta, se l'idii lieta ricevano l'anima di questo vecchio corpo, la tua balia di niente ti mente, né si conviene alla mia età omai andare di così fatte cose nessuna persona gabbando, e te massimamente, la quale io amo sopra tutte le cose." [007]"Adunque" diss'io "come è ciò pervenuto alle tue orecchie, e onde il sai? Dillo tosto, acciò che se verisimile mi parrà, io mi rallegri della lieta novella." [008]E levatami del luogo dov'io stava, già più lieta m'apressai alla vecchia, e ella disse: "Io, sollecita alli fatti familiari, questa mattina sopra li salati liti, quelli essequendo, andava con lento passo, e intenta sopra quei dimorando con le reni al mare rivolta, uno giovane d'una barca saltato, sì come io vidi poi, disavedutamente portato dallo impeto dello suo salto, me urtò gravemente. [009]Per che io, li dii contra di lui scongiurando, crucciosa rivolta contra lui per dolermi della ricevuta ingiuria, egli con parole umili subitamente mi chiese perdono. Io il riguardai, e nel viso e nello abito de' paesi del tuo Panfilo lo stimai, e domanda'lo: [010]"Giovane, se Dio bene ti déa, dimmi: vieni tu di paese lontano?""Sì, donna" rispose. Allora dissi io: "Deh, dimmi donde, se egli è licito?". Ed egli: "Delle parti d'Etruria, e della più nobile città di quella vengo, e quindi sono". [011]Com'io udì questo, d'una patria col tuo Panfilo il conobbi, e domanda'lo se egli il conoscea, e che di lui era. E quelli rispose di sì, e di lui molto bene mi narrò, e oltre a ciò disse che egli con lui ne sarebbe venuto, se alcuno picciolo impedimento non l'avesse tenuto, ma che sanza fallo in pochi dì di qua sarebbe. In questo mezzo, mentre queste parole avavamo, li compagni del giovane tutti in terra scesi con le loro cose, e egli con esso loro, si partirono. [012]Io, lasciato ogni altro affare, con tostissimo passo, appena tanto vivere credendomi che io te 'l dicessi, qui ne venni ansando, come vedesti: e però lieta dimora, e caccia la tua tristizia." [013]Presila allora, e con lietissimo cuore basciai la vecchia fronte, e con dubbioso animo poi più volte la scongiurai e domandai da capo se questa novella vera fosse, disiderando che non il contrario dicesse, e dubitando che non m'ingannasse. [014]Ma poi che più volte sé dire il vero con più giuramenti m'ebbe affermato, bene che 'l sì e 'l no, credendolo e non credendolo, nel capo mi vacillasse, lieta con cotali voci l'idii ringraziai: [3][001]"O superno Giove, de' cieli rettore solennissimo, o luminoso Appollo a cui niente s'occulta, o graziosa Venere pietosa de' tuoi suggetti, o santo fanciullo portante li cari dardi, lodati siate voi. Veramente chi in voi sperando persevera, non può perire a lungo andare. [002]Ecco che per la grazia di voi, non per li meriti miei, il mio Panfilo torna; il quale io non vedrò prima, che li vostri altari, stati per adietro incitati da li miei ferventissimi prieghi e bagnati d'amare lagrime, d'accettevoli incensi saranno onorati, dandoli io. E a te, o Fortuna, pietosa tornata d'i miei danni, la promessa imagine testante d'i tuoi beneficii donerò di presente. [003]Priegovi nonpertanto con quella umilità e divozione che più vi puote essaudevoli rendere, che voi ogni accidente possibile a disturbare la proposta tornata del mio Panfilo sturbiate e togliate via, e lui sano e sanza impedimento qui produciate, come egli fu mai." [4][001]Finita la orazione, non altramente che falcone uscito di cappello plaudendomi, così a dire cominciai: "O amorosi petti, lungamente dalli mali indeboliti, omai ponete giù le sollicite cure, poscia che 'l caro amante, di noi ricordantesi, torna, come promise. [002]Fuggasi il dolore, la paura e la grave vergogna nelle aflitte cose abondante, né come per adietro la Fortuna v'abbia guidati vi venga in pensiero, anzi cacciate via le nebbie de' crudeli fati, e ogni sembiante del misero tempo da voi si parta, e torni il lieto viso al presente bene, e la vecchia Fiammetta della rinovata anima del tutto si spogli fuori." [003]Mentre che io cotali parole lieta fra me diceva, il cuore divenne dubbio, e non so onde né come tutta m'occupasse una sùbita tiepidezza, che indietro tirò la volontà presta a rallegrarsi; per che quasi smarrita rimasi nel mezzo del mio parlare. [004]Oimè! che questo vizio propiamente li miseri séguita, cioè il non potere mai credere alle cose liete; e avvegna che la felice Fortuna ritorni, nonpertanto agli afflitti incresce di rallegrarsi, e quasi sognare credendosi, quella, come non fosse, usano mollemente. [005]Per che io fra me quasi come attonita cominciai: "Chi mi richiama o vieta dalla cominciata allegrezza? Non torna egli lo mio Panfilo? Certo sì. Dunque chi mi comanda di piagnere? Da niuna parte ora m'è giunta di tristizia cagione; ora adunque chi mi vieta d'adornarmi di nuovi fiori, e delle ricche robe? Oimè! che io non so, e pure vietato m'è; né so da che". [006]E così stando, quasi in me non fossi, intra li miei errori, non volendo io, d'i miei occhi caddero lagrime, e in mezzo le voci mie venne l'usato pianto, e così il lungamente afflitto petto ancora amava li assuefatti lagrimari. [007]La mente mia, quasi del futuro indivina, col pianto, di ciò che adivenire dovea mandò fuori aperti segni; per li quali io ora veramente conosco allora alli navicanti grandissima tempesta essere apparecchiata, quando sanza vento enfiano li mari tranquilli. [008]Ma pure, vaga di vincere quello che l'anima non voleva, dissi: "O misera, quali anunzii, quali impeti, non bisognandoti, venturi t'infigni? Presta la credula mente alli beni venuti; che che questo sia che tu t'annunzii, tardi temi e sanza profitto." [5][001]Adunque da questo ragionare inanzi, io mi diedi sopra la cominciata letizia, e li tristi pensieri come potei da me cacciai, e sollecitata la cara balia che intenta stesse della tornata del nostro amante, trasmutai li tristi vestimenti in lieti, e di me cominciai ad avere cura, acciò che da lui tornato, per afflitto viso rifiutata non fossi. [002]La palida faccia cominciò a riprendere il perduto colore, e la partita grassezza cominciò a tornare; e le lagrime, del tutto andate via, se ne portarono con loro il purpureo cerchio fatto dintorno agli occhi miei; [003]e gli occhi, nel debito luogo tornati, riebbono intera la luce loro; e le guance per lo lagrimare divenute aspre, si ritornarono nella pristina loro morbidezza; e li nostri capelli, avvegna che subitamente aurei non tornassono, nondimeno l'ordine usato ripresono, e li cari e preziosi vestimenti, lungamente sanza essere stati adoperati, m'adornarono. [004]Che più? Io con meco insieme rinovai ogni cosa, e nella prima bellezza e stato quasi mi ridussi tutta, tanto che le vicine donne, e li parenti, e il caro marito n'ebbono ammirazione, e ciascheduno in sé disse: [005]"Quale spirazione ha di costei tratta la lunga tristizia e malinconia, la quale né per prieghi né per conforti mai per adietro da lei si poté cacciare via? Questo non è meno che gran fatto". E con tutto il maravigliare n'erano lietissimi. [006]La nostra casa, lungamente stata trista per la mia tribulazione, tutta meco ritornò lieta, e così come il mio cuore era mutato, così tutte le cose di triste in liete parve che si mutassero. [6][001]Li giorni, che più che l'usato mi pareano lunghi, per la presa speranza della futura tornata di Panfilo, trapassavano con passo lento; né più volte furono li primi da me contati, che fossero quelli; [002]ne' quali io alcuna volta, in me raccolta alle preterite tristizie pensando e agli avuti pensieri, sommamente in me li dannava, così dicendo: [7][001]"Oh quanto male per adietro ho pensato del caro amante, e come perfidamente ho dannate le sue dimoranze, e follemente ho creduto a chi lui essere d'altra donna che mio m'ha detto alcuna volta! Maladette sieno le loro bugie! O Iddio, come possono gli uomini con così aperto viso mentire? Ma certo dalla mia parte ciascuna di queste cose era da fare con più pensato consiglio, che io non faceva. [002]Io dovea contrapesare la fede del mio amante tante volte a me promessa, e con tante lagrime e così affettuosamente, e l'amore il quale egli mi portava e porta, con le parole di coloro li quali sanza alcuno saramento, e non curantisi d'avere più investigato di quello ch'essi parlavano, che solamente il loro primo e superficiale parere. [003]Il che assai manifestamente appare: l'uno vedendo entrare una novella sposa nella casa di Panfilo, però che altro giovane di lui in quella non conoscea, non considerando alla biasimevole lascivia d'i vecchi, sua la credette, e così ne disse, a che assai appare lui poco di noi curarsi; [004]l'altro, però che forse alcuna volta o riguardarlo o motteggiar lo vide ad alcuna bella donna, la quale per aventura era o sua parente o onestamente dimestica, sua la credette; e così con semplici parole affermandolo, gliele credetti. [005]Oh se io avessi queste cose debitamente considerate, quante lagrime, quanti sospiri, e quanto dolore sarebbe da me stato lontano! Ma qual cosa possono gl'inamorati dirittamente fare? Come li impeti vengono, così si muovono le nostre menti. [006]Li amanti credono ogni cosa, però che amore è cosa sollecita, piena di paura; essi per usanza continua sempre s'adattano gli accidenti nocivi, e, molto disideranti, ogni cosa credono possibile ad essere contraria alli loro disii; e alle seconde prestano lenta fede. [007]Ma io sono da essere scusata, però che io pregai sempre gl'idii che me d'i miei disii facessero mentetrice. Ecco che le mie preghiere sono state udite. Egli ancora non saprà queste cose, le quali se pure le sapesse, che altro se ne potrà per lui dire, se non "Ferventemente m'amava costei"? [008]Egli li dovrà essere caro sapere le mie angoscie e li córsi pericoli, però che essi li fieno verissimo argomento della mia fede; e appena che io dubiti che egli ad altro fine sia dimorato cotanto, se non per provare se con forte animo, sanza cambiarlo, lui ho potuto aspettare. [009]Ecco che fortemente l'ho aspettato: dunque di quinci, sentendo egli con quanta fatica e lagrime e pensieri ateso l'abbia, nascerà amore e non altro. [010]O Iddio, quando sarà che egli venuto mi vegga, e io lui? O Iddio che vedi tutte le cose, potrò io temperare l'ardente mio disio d'abracciarlo in presenzia d'ogni uomo, come io primieramente il vedrò? Certo appena che io il creda. [011]O Iddio, quando sarà che io, nelle mie braccia tenendolo stretto, li renda li basci li quali egli nel suo partire diede al mio tramortito viso sanza riaverli? Certo lo agurio preso da me del non poterli dire adio è stato vero, e bene m'hanno in quello l'idii mostrata la sua futura tornata. [012]O Iddio, quando sarà che io le mie lagrime e le mie angoscie li possa dire, e ascoltare le cagioni della sua lunga dimoranza? Viverò io tanto? Appena che io il creda. [013]Deh, venga tosto quel giorno, però che la morte, molto da me per adietro non solamente chiamata, ma cercata, ora mi spaventa; la quale, se possibile è che alcuno priego alli suoi orecchi pervenga, la priego che da me lontanandosi, col mio Panfilo li miei giovani anni in allegrezza lasci trascorrere." [8][001]Io era sollecita che niuno giorno passasse, che io della tornata di Panfilo non sentissi vera novella, e più volte la cara balia sollecitai a ritrovare il giovane nunziatore della lieta novella, acciò che con più fermezza si facesse accertare di ciò che detto m'avea; e ella il fece non una volta sola, ma molte, e tuttavia secondo li procedenti tempi più prosimana tornata mi nunziava. [002]Io non solamente il tempo promesso aspettava, ma precorrendo innanzi, imaginava possibile lui essere venuto, e infinite volte il giorno, ora alle mie finestre, ora alla porta correva, in giù e in sù riguardando per la lunga via, se io lui venire vedessi. [003]Né per quella di lontano vedea alcuno uomo venire, che io non imaginassi possibile essere esso, e quello con disiderio aspettava infino a tanto che, fattomisi vicino, lui conoscea non essere desso; di che alquanto meco rimanendo confusa, agli altri, se alcuno ne veniva, attendeva, e ora questo e ora quello trapassando mi tenevano sospesa. [004]E se forse io, richiamata dentro in casa, o per altra cagione da me v'andava, come da infiniti cani fossi nell'anima addentata, mi stimolavano centomillia pensieri, dicendo: "Deh, forse passa egli testé, o è passato, mentre che tu a riguardare non se' stata: ritorna". [005]E così ritornava, e poi mi levava, e da capo mi ritornava a vedere, poco altro tempo mettendo in mezzo che ad andare dalla finestra alla porta, e dalla porta alla finestra. Oh misera me, quanta fatica per quello che mai avvenire non dovea, d'ora in ora aspettandolo, sostenni! Ma poi che venne il giorno stato detto alla mia balia che egli dovea venire, il quale essa più volte m'avea predetto, non altramente che Almena alla fama del suo venturo Anfitrione, m'adornai, e con maestrissima mano niuna parte in me lasciai sanza bellezza nello essere suo. [006]E appena mi pote' ritenere d'andare a li marini liti, acciò che io lui più tosto potessi vedere, nunziandosi fermamente quelle galee dovere giugnere, sopra le quali la mia balia era stata accertata lui dovere venire. Ma meco pensando: "La prima cosa la quale egli farà sarà che egli mi verrà a vedere", per questo adunque rafrenai il caldo disio. [007]Ma egli, sì come io imaginava, non veniva, onde io oltre modo mi cominciai a maravigliare e nel mezzo della allegrezza mi sursono nella mente varie dubitazioni, le quali non leggiermente furono vinte da' lieti pensieri. [008]Rimandai adunque dopo alquanto la vecchia a sapere che di lui fosse, o se venuto fosse o no; la quale andatavi, per quello che a me paresse più pigramente che mai, per la qual cosa io più volte maladissi la sua tarda vecchiezza, ma dopo alquanto spazio ella a me ritornò con tristo viso e lento passo. [009]Oimè! che quando io la vidi, appena vita rimase nel tristo petto, e sùbito pensai non morto nel camino, o infermo venuto fosse l'amante. [010]Il mio viso mutò mille colori in uno punto, e fattami incontro alla pigra vecchia, dissi: "Di' tosto, che novelle rechi tu? vive l'amante mio?" Ella non mutò il passo né rispose alcuna cosa, ma postasi nella prima giunta a sedere, mi riguardava nel viso. [011]Ma io, già tutta come novella fronda dal vento agitata tremava, e appena ritenente le lagrime, messemi le mani nel petto, dissi: "Se tu non di' tosto che vuole significare il tristo viso che porti, niuna parte de' nostri vestimenti rimarrà salda; quale cagione ti tiene tacita, se non rea? Non la celare più, manifestala, mentre ch'io spero peggio. Vive il nostro Panfilo?" [012]Ella, stimolata dalle mie parole, con voce sommessa, mirando la terra, disse: "Vive." "Dunque" dissi io allora "perché non di' tosto quale accidente l'occupi? Perché sospesa mi tieni in mille mali? È egli d'infermità occupato, o quale accidente il ritiene, che egli a vedermi, della galea smontato, non viene?" E ella disse: "Non so se sanità o altro accidente l'occupa." [013]"Dunque" diss'io "non l'hai tu veduto, o forse non è venuto?" Ella allora disse: "Veramente l'ho io veduto; e' è venuto, ma non quello che noi attendavamo." [014]Allora diss'io: "E chi t'ha fatta certa che quelli che è venuto non sia desso? Vedestil tu altra volta, o ora con occhio chiaro il rimirasti?" "Veramente" disse ella"io nol vidi altra volta costui, che io sappia, ma ora a lui venuta da quel giovane menata, che della sua tornata m'avea prima parlato, dicendoli egli che io più volte avea di lui domandato, mi domandò che io domandassi; al quale io risposi la sua salute. [015]E domandatolo io come il vecchio padre istesse, e in che stato l'altre cose sue fossero, e quale era stata la cagione di sì lunga dimora dopo la sua partita, rispose sé padre mai non avere conosciuto, però che postumo era, e che le sue cose, dell'idii grazia, tutte prosperamente stavano, e che mai più qui non era dimorato, e ora intendeva di dimorarci poco. [016]Queste cose mi fecero maravigliare, e dubitando non fossi gabbata, domandai del suo nome, il quale egli semplicemente mi disse; il quale io non udii prima, che da somiglianza di nome me con teco conobbi ingannata." [017]Udite io queste cose, il lume fuggì agli occhi miei, e ogni spirito sensitivo per paura di morte se n'andò via; e appena, sopra le scale cadendo, là dove io era, tanta forza rimase in tutto il corpo, che mi bastasse a dire: "Oimè!"[018]La misera vecchia piagnendo, e l'altre serviziali della casa chiamate, me per morta nella trista camera sopra il mio letto portarono, e quivi con acque fredde rivocando li smarriti spiriti, per lungo spazio credendo e non credendo me viva guardarono. Ma poi che le perdute forze tornarono, dopo molte lagrime e sospiri, un'altra volta ridomandai la dolente balia se così era come avea detto. [019]E oltre a ciò, ricordandomi quanto cauto essere solesse Panfilo, dubitando non egli si celasse della balia, con la quale mai non avea parlato, aggiunsi che le fattezze di quello Panfilo, col quale ella era stata a ragionamento, mi dichiarasse. [020]E essa primieramente con saramento affermandomi così essere come detto avea, ordinatamente e la statura e la fattezza de' membri, e massimamente quelli del viso, e l'abito di colui mi dimostrò; li quali intera fede mi fecero così essere come la vecchia dicea. [021]Per che, cacciata d'ogni speranza, rientrai ne' primi guai; e levata, quasi furiosa, le liete robe mi trassi, e li cari ornamenti riposi, e gli ordinati capelli con inimica mano trassi dell'ordine loro, e sanza niuno conforto a piagnere incominciai duramente, e con amare parole a biasimare la fallita speranza, e li non veri pensieri avuti dello iniquo amante. E in brieve tutta nelle prime miserie tornai, e troppo più fervente disio di morte ebbi che prima; né da quella sarei fuggita, come già feci, se non che la speranza del futuro viaggio da ciò con forza non piccola mi ritenne. |