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Capitolo VIIICapitolo ottavo nel quale madonna Fiammetta le pene sue con quelle di molte antiche donne commensurando le sue maggiori che alcune altre essere dimostra e poi finalmente a' suoi lamenti conchiude. [1][001]Sono adunque, o pietosissime donne, rimasa in cotale vita quale voi potete nelle cose udite presummere; e tanto opera più verso me che l'usato il mio ingrato signore, che quanto più vede la speranza da me fuggire, tanto più con disiderii soffiando nelle sue fiamme le fa maggiori. Le quali come crescono, così le mie tribulazioni s'aumentano, e esse mai da unguento debito non essendo allenite, più ognora inaspriscono, e più aspre, più afliggono la trista mente. [002]Né dubito che ad esse secondo il loro corso seguendo, che già esse alla mia morte da me tanto per adietro disiderata, con decevole modo non avessero aperta la via. Ma avendo io ferma speranza posta di dovere, come già dissi, nel futuro viaggio rivedere colui che di ciò m'è cagione, non di mitigarle m'ingegno, ma più tosto di sostenerle. [003]Alla qual cosa fare solo uno modo possibile ho trovato intra gli altri, il quale è le mie pene con quelle di coloro che sono dolorosi passati commensurare. E in ciò me seguitano due aconci: l'uno è che sola nelle miserie non mi veggo né prima, come già, confortandomi, la mia nutrice mi disse; l'altro è che, secondo il mio giudizio, compensata ogni cosa delli altrui affanni, li miei ogni altri trapassare di gran lunga dilibero. Il che a non piccola gloria mi reco, potendo dire che io sola sia colei, che viva abbia sostenute più crudeli pene che alcuna altra. [004]E con questa gloria, fuggita sì come somma miseria da ognuno, e da me, s'io potessi, al presente in cotale guisa quale udirete il tempo malinconosa trapasso. [2][001]Dico che, ne' miei dolori affannata, li altrui ricercando, primieramente gli amori della figliuola d'Inaco, la quale io morbida e vezzosa donzella primieramente figuro, quindi la sua felicità, sentendosi amata da Giove, con meco penso; [002]la quale cosa ad ogni donna per sommo bene sanza dubbio dovria essere assai; quindi lei trasmutata in vacca e guardata da Argo ad istanzia di Iunone rimirandola, in grandissima ansietà oltre modo essere la credo. [003]E certo io giudico li suoi dolori li miei in molto avanzare, se ella non avesse avuto continuamente a sua protezione l'amante iddio. E chi dubita, se io il mio amante avessi aiutatore ne' danni miei, o pure di me pietoso, che pena niuna mi fosse grave? [004]Oltre a ciò il fine di costei fa le sue passate fatiche lievissime; però che, morto Argo, con grave corpo leggierissimamente trasportata in Egitto, e, quivi in propia forma tornata, e maritata ad Osiri, felicissima reina si vide. [005]Certo, se io potessi sperare pure nella mia vecchiezza rivedere mio il mio Panfilo, io direi le mie pene non essere da mescolare con quelle di questa donna; ma solo Iddio il sa se essere dée, come che io con isperanza falsa me stessa di ciò inganni. [3][001]Appresso costei mi si para davanti l'amore della sventurata Biblìs, la quale ogni suo bene mi pare vederle lasciare, e seguitare il non pieghevole Cauno, e con questa insieme considero la scellerata Mirra, la quale, dopo li suoi male goduti amori fuggendo la morte dallo adirato padre minacciatale, in quella, misera, incappò. [002]Veggo ancora la dolorosa Cannace, a cui, dopo il miserabile parto male conceputo, niuna altra cosa che 'l morire fu conceduto. E meco stessa pensando bene alla angoscia di ciascheduna, sanza niuno dubbio grandissima la discerno, avvegna che abominevoli fossero li loro amori. [003]Ma se bene considero, io le veggo finite, o per finire in corto spazio, però che Mirra nell'albero del suo nome, avendo l'idii secondi al suo disio, senza alcuno indugio, fuggendo, fu permutata, né più (posto che egli sempre lagrimi sì come ella, allora che mutò forma, faceva), più alcuna delle sue pene sente, e così come la cagione da dolersi le venne, così quella le giunse che le tolse la doglia. [004]Biblìs similemente, secondo che alcuno dice, col capestro le terminò sanza indugio, avvegna che altri tenga che ella per beneficio delle ninfe, pietose delli suoi danni in fonte, ancora il suo nome servante, si convertisse; e questo avvenne come conobbe a sé da Cauno negato del tutto il suo piacere. [005]Che dunque dirò, mostrando la mia pena molto maggiore che quella di queste donne, se non che la brevità della loro è della mia molto lunga avanzata? [4][001]Considerate adunque costoro, mi viene la pietà dello sfortunato Piramo e della sua Tisbe, alli quali io porto non poca compassione, imaginandoli giovinetti, e con affanno lungamente avere amato, e essendo per congiugnere i loro disii, perdere se medesimi. [002]Oh quanto è da credere che con amara doglia fosse il giovinetto trafitto, nella tacita notte, sopra la chiara fontana, a piè del gelso trovando li vestimenti della sua Tisbe laniati da salvatica fiera e sanguinosi; per li quali segnali egli meritamente lei divorata comprese! Certo l'uccidere se medesimo il dimostra. [003]Poi in me rivolgendo i pensieri della misera Tisbe, guardante davanti da sé il suo amante pieno di sangue e ancora con poca vita palpitante, quelli e le sue lagrime sento, e sì le conosco cocenti, che appena altre più che quelle, fuori che le mie, mi si lascia credere che cuocano, però che questi due, sì come li già detti, nel cominciare delli loro dolori quelli terminarono. [004]Oh felici anime, le loro, se così ne l'altro mondo s'ama come in questo! Niuna pena di quello si potrà adequare al diletto della loro etterna compagnia. [5][001]Viemmi poi dinanzi con molta più forza che alcuno altro il dolore della abandonata Dido, però che più al mio simigliante il conosco quasi che altro alcuno. [002]Io imagino lei edificante Cartagine, e con somma pompa dare leggi nel tempio di Giunone alli suoi popoli, e qui benignamente ricevere lo forestiero Enea naufrago, e essere presa della sua forma, e sé e le sue cose rimettere nello albitrio del troiano duca. Il quale, avendo le reali delizie usate al suo piacere, e lei di giorno in giorno più accesa del suo amore, abandonatala si diparte. [003]Oh quanto sanza comparazione mi si mostra miserevole, mirando lei raguardante il mare pieno di legni del fuggente amante! Ma ultimamente più impaziente che dolorosa la tengo, considerando alla sua morte. [004]E certo io nel primo partire di Panfilo sentii per mio aviso quello medesimo dolore che ella nella partita di Enea: così avessero allora l'idii voluto che io, poco sofferente, mi fossi subitamente uccisa! Almeno, sì come lei, sarei stata fuori delle mie pene, le quali poi continuamente sono diventate maggiori. [6][001]Oltre a questi pensieri miserabili, mi si para davanti la tristizia della dolente Ero di Sesto, e vedere la mi pare discesa dell'alta torre sopra li marini liti, ne' quali essa era usata di ricevere il faticato Leandro nelle sue braccia; e quivi con gravissimo pianto la mi pare vedere riguardare il morto amante sospinto da uno dalfino, e ignudo giacere sopra l'arena; e poi essa con li suoi vestimenti asciugare il morto viso della salata acqua, e bagnarlo di molte lagrime. [002]Ahi, con quanta compassione mi strigne costei nel pensiero! In verità con molta più che nessuna delle donne ancora dette, tanto che tale volta fu che, obliati li miei dolori, delli suoi lagrimai. [003]E ultimamente alla sua consolazione modo alcuno io non conosco, se non di due l'uno: o morire, o lui, come gli altri morti si fanno, dimenticare. [004]Qualunque di questi si prende, è il dolore finire; niuna cosa perduta, la quale di riavere non si possa sperare, può lungamente dolere. Ma cessi Dio però che questo avvenga a me; il che se pure avvenisse, niuno consiglio se non la morte ci piglierei. [005]Ma mentre che il mio Panfilo vive, la cui vita lunghissima facciano l'idii come egli stesso disia, non mi puote quello avvenire, però che veggendo le mondane cose in continuo moto, sempre mi si lascia credere che egli alcuna volta debba ritornare mio, sì come egli fu altra fiata; ma questa speranza non venendo ad effetto, gravissima fa la mia vita continuamente; e però me di maggiore doglia gravata tengo. [7][001]Ricordami alcuna volta avere letti li franceschi romanzi, alli quali se fede alcuna si puote atribuire, Tristano e Isotta oltre ogn'altro amante essersi amati, e con diletto mescolato a molte avversità avere la loro età più giovane essercitata. Li quali, però che molto amandosi insieme vennero ad uno fine, non pare che si creda che sanza grandissima doglia e de l'uno e de l'altro li mondani diletti abandonassero. [002]Il che agevolemente si può concedere, se essi con credenza si partirono del mondo, che altrove questi diletti non si potessero avere; ma se questa oppenione ebbero, d'essere altrove come di qua erano, più tosto a loro nel loro morire letizia si dée credere che tristizia la ricevuta morte. La quale, bene che da molti sia fierissima e dura tenuta, non credo che sia così. [003]E che certezza di doglia puote uno rendere, testimoniando cosa che egli non provò mai? Certo niuna. Ne le braccia di Tristano era la morte di sé e della sua donna: se quando strinse li fosse doluto, egli avrebbe aperte le braccia, e saria cessato il dolore. [004]E oltre a ciò, diciamo pure che gravissima sia ragionevolemente: che gravezza diremo noi che possa essere in cosa che non avvenga se non una volta, e quella occupi pochissimo spazio di tempo? Certo niuna. Finirono adunque Isotta e Tristano ad una ora li diletti e le doglie. Ma a me molto tempo in doglia incomparabile è sopra li avuti diletti avanzato. [8][001]Aggiugne ancora il mio pensiero al numero delle predette la misera Fedra, la quale col suo mal consigliato furore fu cagione di crudelissima morte a colui il quale ella più che se medesima amava. [002]E certo io non so quello che a lei si seguì di cotale fallo; ma certa sono, se a me mai avvenisse, niuna altra cosa che rapinosa morte il purgherebbe. Ma se essa pure in vita si sostenne, così come già dissi, agevolmente il mise in oblio, come mettere si sogliono le cose morte. [003]E oltre a ciò, con costei accompagno la doglia che sentì Laudomia, e quella di Deifile e d'Argia e d'Evannes e di Deianira, e d'altre molte, le quali o da morte o da necessaria dimenticanza furono racconsolate. [004]E che può cuocere il fuoco, o il caldo ferro, o li fonduti metalli a chi dentro subitamente vi tuffa il dito, e sùbito fuori ne 'l trae? Sanza dubbio credo che molto, ma nulla è a rispetto di chi per lungo spazio vi sta dentro con tutto il corpo: il che a quante n'ho in pene di sopra discritte, si può dire il simigliante essere incontrato nelle loro doglie; là dove io in esse sono stata e sto continuamente. [9][001]Sono state le predette noie amorose; ma, oltre a queste, lagrime non meno triste mi si parano davanti, mosse da miserabili e inoppinati assalti della Fortuna, se quello è vero ch'egli sia generazione di sommo infortunio l'essere stato felice. [002]E queste sono quelle di Iocasta, d'Ecuba, di Sofonisba, di Corniglia e di Cleopatra. Oh quanta miseria, bene investigando di Iocasta li avenimenti, vedremo noi avvenuta tutta a lei pertinente ne' giorni suoi, possibile a turbare ogni forte animo! [003]Ella, giovane, maritata a Laio re tebano, il primo suo parto convenne che alle fiere mandasse a divorare, credendo per quello il misero padre fuggire quello che li cieli con corso infallibile li apprestavano. Oh, chente dolore dobbiamo pensare che questo fosse, e maggiore, pensando il grado di colei che mandava! [004]Ella poi da' portanti il tristo figliuolo certificata di ciò che fatto aveano, lui reputando morto, dopo certo tempo da colui medesimo cui ella avea partorito, le fu il marito miseramente ucciso, e del non conosciuto figliuolo divenne sposa, e generolli quatro figliuoli; e così madre e moglie ad una ora del patricida si vide e riconobbe, poi che egli, del regno e degli occhi privatosi insiememente, la sua colpa fece palese. [005]Chente l'animo di lei, già d'anni piena, allora fosse, essendo più di riposo vaga che d'angoscia, pensare si può che fosse dolorosissimo! Ma la sua fortuna, ancora non perdonante, più guai aggiunse alla sua miseria. [006]Ella vide con patti tra' due figliuoli del regnare diviso il tempo; poi al non servante fratello nella città rinchiuso vide dintorno gran parte di Grecia sotto sette re, e ultimamente l'uno l'altro de' due figliuoli, dopo molte battaglie e incendii, vide uccidere; e sotto altro reggimento, scacciato il marito figliuolo, vide cadere le mura antiche della sua terra, edificate al suono della cetera d'Anfione, e perire il regno suo; e impiccatasi, in forse lasciò le figliuole di vituperevole vita. [007]Che poterono più l'idii, il mondo, e la fortuna contro a costei? Certo nulla, mi pare. Cerchisi tutto lo 'nferno: appena che in esso tanta miseria si truovi. Ogni parte d'angoscia provò, e così di colpa. [008]Niuna sarebbe che giudicasse la mia potere a questa aggiugnere; e certo io direi che così fosse, se ella non fosse amorosa. Chi dubita che costei, sé, e la sua casa e il marito, degna della ira delli idii conoscendo, non riputasse li suoi accidenti degni? [009]Certo niuno che lei senta discreta. Se ella fu pazza, vie meno li suoi danni conobbe, li quali non conoscendo, non le doleano. E chi sé degno conosce del male ch'egli sostiene, sanza noia o con poca il comporta. [010]Ma io mai non commisi cosa onde giustamente verso me si potessero o dovessero turbare l'idii: continuamente gli ho onorati, e con vittime sempre la loro grazia ho cercata, né sono di quelli stata dispregiatrice, come già furono li Tebani. [011]Bene potrebbe forse dire alcuna: "Come di' tu non avere meritata ogni pena, né mai avere fallito? Or non hai tu rotte le sante leggi, e con adultero giovane violato il matrimoniale letto?". [012]Certo sì; ma se bene si guarderà, questo fallo solo è in me, il quale però non merita queste pene, ché pensare si dée me, tenera giovane, non potere resistere a quello che li iddii e li robusti uomini non poterono; e in questo io non sono prima, né sarò ultima, né sono sola, anzi quasi tutte quelle del mondo ho in compagnia, e le leggi contro alle quali io ho commesso sogliono perdonare alla moltitudine. [013]Similemente la mia colpa è occultissima, la qual cosa gran parte dée della vendetta sottrarre, e oltre a tutto questo, posto che l'idii pure debitamente contro a me crucciati fossero, e vendetta del mio fallo cercassero, non saria da commettere il pigliare la vendetta a colui che del peccato m'è stato cagione. [014]Io non so chi mi condusse a rompere le sante leggi, o Amore, o la forma di Panfilo. Qualunque si fosse, l'uno e l'altro avea maggiori forze, e tormentami aspramente, sì che già questo non mi avviene per lo fallo commesso, anzi è un dolore nuovo e diviso dagli altri, più aspramente che alcuno tormentante il suo sostenitore. [015]Il quale ancora, se per lo peccato commesso me 'l dessero l'idii, essi farieno contro a loro diritto giudicio e usato costume, ché essi non compenserieno col peccato la pena. La quale, se alli peccati di Iocasta si mira, e a la pena data, e al mio e alla pena che io soffero si guarda, ella poco punita, e io di soperchio sarà conosciuto. [016]Né a questo s'appicchi alcuna, dicendo a lei privato il regno, li figliuoli e il marito, e ultimamente la propria persona essere stato; e a me solamente l'amante. [017]Certo, io il confesso, ma la Fortuna con questo amante trasse ogni felicità, e ciò che forse alla vista degli uomini m'è felice rimaso, è il contrario, però che il marito, le ricchezze, i parenti e l'altre cose, tutte mi sono gravissimo peso, e contrarie al mio disio. [018]Le quali se come l'amante mi tolse, m'avesse tolte, a fornire il mio disio mi rimaneva apertissima via, la quale io avrei usata. E se fornire non l'avessi potuta, mille generazioni di morti m'erano presenti a potere usare per termine de' miei guai. [019]Dunque più gravi le pene mie che alcuna delle predette meritamente giudico. [10][001]Ecuba appresso vegnente nella mia mente, oltre modo mi pare dolorosa, la quale sola rimase a vedere le dolenti reliquie scampate di sì gran regno, di sì mirabile città, di sì fatto marito, di tanti figliuoli, di tante figliuole, e così belle, di tante nuore, di tanti nepoti, di così gran ricchezza, di tanta eccellenzia, di tanti tagliati re, di così crudeli opere, e dello sperso popolo troiano, de' caduti templi, de' fuggiti idii, vecchia mirandole. [002]E nella memoria riducendo chi fosse il potente Ettore, chi Troiolo, chi Deifebo, e chi Polidoro, chi gli altri, e come miseramente tutti gli vedesse morire; tornandosi a mente il sangue del suo marito, poco avanti reverendo e da temere da tutto il mondo, spandere nel tristo grembo, e l'avere veduta Troia, d'altissimi palagi e di nobile popolo piena, accesa di greco fuoco, e abbattuta tutta; e oltre a ciò il misero sacrificio fatto da Pirro della sua Polisena, con quanta tristizia si dée pensare che il riguardasse? [003]Certo con molta. Ma brieve fu la sua doglia, ché la debole e vecchia mente, non potendo ciò sostenere, in lei smarritasi la rendé pazza, sì come il suo latrare per li campi fe' manifesto. [004]Ma io con più ferma e più sostenente memoria che non mi bisogna, a mio danno continua rimango nel tristo senno, e più discerno le cagioni da dolermi: per che più lungamente perseverando in male, come io fo, estimo quello, quantunque leggiere sia, da parere molto più grave, sì come più volte è già detto, che il gravissimo, il quale in brieve tempo si finisce e termina. [11][001]Sofonisba, mescolata tra le avversità del vedovatico e le letizie delle nozze, in uno medesimo momento di tempo, dolente e lieta, prigione e sposa, spogliata del regno e rivestitane, e ultimamente in queste medesime brievi permutazioni bevente il veleno, piena di noiosa angoscia m'apparisce. [002]Videsi costei reina altissima de' Numidi, quindi andando avversamente le cose de' suoi parenti, vide preso Siface suo marito, e prigione divenire di Massinissa re, ed a una ora caduta del regno e prigione del nemico nel mezzo dell'arme, faccendolasi Massinissa moglie, in quello restituita. [003]Oh, con quanto sdegno d'animo si dée credere che ella queste mutabili cose mirasse, né sicura dalla volubile Fortuna con tristo cuore celebrasse le nuove nozze! [004]Il che il suo ardito finire assai chiaro dimostra, però che non essendo dopo le sue sponsalizie ancora un dì naturale valicato, appena credendosi ella rimanere nel reggimento, e seco di ciò combattente, non accostandosi ancora al suo animo il nuovo amore di Massinissa, come l'antico di Siface, ricevette dal servo, mandato dal nuovo sposo, con ardita mano lo stemperato veleno, e quello, premesse sdegnose parole, sanza paura bevé, poco appresso rendendo lo spirito. [005]Oh quanto amara si può imaginare che stata saria la vita di costei, se spazio avesse avuto di pensare! La quale però tra le poco dolenti è da porre, considerando che la morte quasi prevenne alla sua tristizia; dove ella a me ha prestato tempo lunghissimo, e presta oltre mia voglia, e presterà, per farla maggiore. [12][001]Dietro a questa, così piena di tristizia come fu, mi si para Corniglia, la quale la Fortuna avea tanto levato in alto, che prima di Crasso, e poi moglie del Magno Pompeo, il cui valore quasi sommo principato in Roma avea acquistato, si vide. [002]La quale prima di Roma, poi di tutta Italia quasi in fuga, rivolgendo la Fortuna le cose, col marito da Cesare seguitato miseramente uscì, e dopo molti casi in Lesbos lasciata da lui, quivi lui medesimo sconfitto in Tesaglia, e le sue forze dal suo avversario abbattute ricevette. [003]E oltre a tutto questo, lui, ancora con speranza di rintegrare la sua potenza, nel conquistato Oriente il mare solcando, nelli regni d'Egitto arrivato, da lui medesimo conceduti al giovane re, seguitò; e quivi il suo busto sanza capo, infestato dalle marine onde vide. [004]Le quali cose, ciascuna per sé e tutte insieme, dobbiamo pensare che sanza comparazione afflissono l'anima sua. Ma li sani consigli dello Uticense Catone, e la perduta speranza di più riavere Pompeo, lei in piccolo tempo di molto poco renderono dogliosa; là dove io, vanamente sperando, né da me potendo questa speranza cacciare, sanza alcuno consiglio o conforto fuori che della vecchia mia balia consapevole de' miei mali, nella quale io conosco più fede che senno, perché spesso, credendomi dare alle mie pene rimedio, m'acresce doglia, piagnendo dimoro. [13][001]Sono ancora molti che crederebbono Cleopatra reina d'Egitto pena intollerabile e oltre alla mia assai maggiore avere sofferta, però che prima vedendosi col fratello insieme regnante, e di ricchezza abondante, e da questo in prigione messa, senza modo si crede dolente; ma questo dolore futura speranza di quello che avvenne l'aiutò agevolemente portare. [002]Ma poi, di prigione uscita e divenuta di Cesare amica, e da lui poi abandonata, sono chi pensano ciò da lei con gravissimo affanno essere passato, non riguardando essere corta noia d'amore in colui o in colei, il quale a diletto si può tòrre ad uno e darsi ad un altro, come essa mostrò spesse volte di potere. [003]Ma cessi Iddio che in me mai tale consolazione possa avvenire! Egli non fu né fia giamai, da colui in fuori di cui io ragionevolemente essere dovrei, che potesse dire o possa, che io mai fossi sua, o sia, se non Panfilo; e sua vivo e viverò, né spero che mai alcuno altro amore abbia forza di potermi il suo spegnere della mente. [004]Oltre a ciò, se ella di Cesare rimase sconsolata nel suo partire, sarebbono, chi non sapesse il vero, di quelli che crederebbero ciò esserle doluto: ma egli non fu così, ché se essa del suo partire si doleva, d'altra parte con allegrezza avanzante ogni tristizia la raconsolava l'esserle rimaso di lui un figliuolo, e il ristituito regno. [005]Questa letizia ha forza di vincere troppo maggiori doglie che non sono quelle di chi lentamente ama, come io già dissi che ella faceva. Ma quello che per sua gravissima e estrema doglia s'agiugne è l'essere stata moglie d'Antonio, il quale ella con le sue libidinose lusinghe avea a cittadine guerre incitato contro al suo fratello; [006]quasi di quelle vittoria sperando, aspirava a l'altezza del romano imperio; ma venutale di ciò ad una ora doppia perdita, cioè quella del morto marito e della spogliata speranza, lei dolorosissima oltre ad ogn'altra femina essere rimasa si crede. [007]E certo, considerando sì alto intendimento venire meno per una disaventurata battaglia, quale è il dovere essere generale donna di tutto il circuito della terra, sanza aggiugnervi il perdere così caro marito, è da credere essere dolorosissima cosa. Ma ella a ciò trovò subitamente quella sola medicina che v'era a spegnere il suo dolore, cioè la morte. La quale, ancora che rigida fosse, non si distese però in lungo spazio, però che in picciola ora possono per le poppe due serpenti trarre d'un corpo il sangue e la vita. [008]Oh quante volte io, non minore doglia sentendo di lei, posto che per minore cagione, secondo il parere di molti, avrei volentieri fatto il simigliante, se io fossi stata lasciata, o pure paura di futura infamia da ciò non m'avesse ritratta! [009]Con questa e con le predette m'occorrono la eccellenzia di Cirro, da Tamiris morto nel sangue; il fuoco e l'acqua di Creso; li ricchi regni di Persio; la magnificenzia di Pirro; la potenzia di Dario; la crudeltà di Giogurta; la tirannia di Dionisio; e l'altezza di Agamenone, e altri molti. [010]Tutti da doglie simili alle predette o furono stimolati, o altrui lasciarono sconsolati; li quali similemente furono da sùbiti argomenti aiutati, né, lungamente in quelle dimorando, sentirono intera la loro gravezza, come io faccio. [14][001]Mentre che io vado gli antichi danni in cotale guisa, quale avanti vedete, nella mia mente cercando per trovare lagrime o fatiche meritamente a le mie simiglianti, acciò che avendo compagni mi dolga meno, mi vengono innanzi quelle di Tieste e di Tereo, li quali amenduni furono misera sepoltura de' loro figliuoli. [002]E sanza dubbio io non conosco quale temperanza, alli reluttanti figliuoli nelle interiora paterne per uscire fuori, abominando, il luogo donde erano entrati, di ritornarvi, ancora dubitando li crudeli morsi né avendo luogo per altra parte, gli ritenne di loro aprire con li taglienti ferri. [003]Ma questi con ciò che poterono ad una ora l'odio e 'l dolore sfogarono, e quasi ne' danni prendevano conforto, sentendo che sanza colpa erano tenuti miseri da' loro popoli; quello che a me non avviene. [004]A me è portata compassione di ciò, onde io non ho doglia niuna, né oso scoprire quello onde io mi dolgo; la qual cosa se fare osassi, non dubito che, come agli altri dolenti è stato alcuno rimedio, che a me similemente non si trovasse. [15][001]Vengommi ancora nella mente talvolta le pietose lagrime di Ligurgo e della sua casa, meritamente avute del morto Archemoro; e con queste quelle della dolente Atalanta, madre di Partenopeo, morto ne' tebani campi: e sì propie a me con li loro effetti s'accostano, e sì mi si fanno conoscere, che appena più sapere le potrei, se io non le provassi, come già da me un'altra volta provate furono. [002]Dico che di tanta mestizia sono piene, che più non potrebbono; ma ciascune con tanta gloria sono in entro ritratte, che quasi liete si porieno dire: quelle di Ligurgo con le notabili essequie onorate da sette re e da infiniti giuochi fatti da loro; e quelle di Atalanta dalla laudevole vita e morte vittoriosa del figliuolo. [003]A me non è niuna cosa che le mie lagrime bene impiegate faccia contente, però che se questo fosse, là dove io più che alcuna mi chiamo dogliosa, e sono, forse al contrario affermare m'accosterei. [16][001]Mostrammisi ancora le lunghe fatiche d'Ulisse, e li mortali pericoli, e gli strabocchevoli fatti essere a lui non sanza grandissime angoscie d'animo intervenute; ma in me ripetute più volte, le mie fanno più gravi estimare. E udite perché. [002]Egli prima e prencipalmente uom, dunque da natura più forte a sostenere di me, tenera giovane; egli robusto e fiero, sempre nelli affanni e ne' pericoli usato, quasi naturato fra loro, allora che egli faticava li pareva avere sommo riposo. Ma io nella mia camera, tra le morbide cose dilicata e usa di trastullarmi con lo lascivo amore, ogni picciola pena m'è grave molto. [003]Egli da Nettuno stimolato e in varie parti portato, e da Eolo similemente, le sue fatiche ricevette; ma io sono infestata da sollecito amore, da signore, il quale già molestò e vinse coloro che infestarono Ulisse; e se a lui erano iminenti li mortali pericoli, egli li andava cercando; e chi si può ramaricare se egli truova quello che cerca? Ma io, misera, volentieri viverei quieta, se io potessi, e quelli fuggirei se ad essi non fossi sospinta. [004]Oltre a ciò, egli non temeva la morte, e però sicuramente si mettea nelle sue forze; ma io la temo, e da doglia sforzata alcuna volta, non sanza speranza di grave doglia, córsi verso di lei. [005]Egli ancora della sua fatica e pericoli sperava etterna gloria e fama; ma io delle mie vituperio temo e infamia, se avvenisse che si scoprissero. [006]Sì che già non avanzano le sue le mie, anzi sono delle mie molto le sue avanzate, e in tanto più, in quanto di lui molto più che non fu se ne scrive, ma le mie sono molto più che io non posso contare. [17][001]Dopo tutti questi, quasi da se medesimi riserbati, come molto gravi mi si fanno sentire li guai di Isifile, di Medea, d'Oenone, e d'Adriana, le lagrime delle quali e i dolori assai con le mie simiglianti le giudico; [002]però che ciascuna di queste, dal suo amante ingannata, così com'io, sparse lagrime, gittò sospiri, e amarissime pene sanza frutto sostenne. Le quali avvenga che, com'è detto, sì come io si dolessero, pure ebbero termine con giusta vendetta le lagrime loro; la qual cosa ancora non hanno le mie. [003]Isifile, avvegna che molto avesse onorato Iansone, e suo per debita legge se lo avesse obligato, vedendolsi da Medea tolto, come io posso ragionevolemente si poté dolere; [004]ma la provedenza delli iddii, con occhio giusto guardante ad ogni cosa, se non alli miei danni, le rendé gran parte della disiderata letizia, però ch'ella vide Medea, che Iansone l'avea tolto, da Iansone per Creusa abandonata. [005]Certo io non dico che la mia miseria finisse, se questo vedessi a colei adivenire che m'ha tolto il mio Panfilo, eccetto se io non fossi già colei che gliele togliessi; ma bene dico che gran parte mancherebbe di quella. [006]Medea similemente si rallegrò di vendetta, posto che essa così crudele divenisse contra di sé come contra lo 'ngrato amante, uccidendo li comuni figliuoli in presenza di lui, ardendo li reali ostieri con la nuova donna. [007]Oenone ancora, lungamente dolutasi, alla fine sentì lo 'nfedele e disleale amante avere sostenuta meritamente pena delle rotte leggi, e la sua terra per la male mutata donna vide in fiamme consumarsi miseramente. Ma certo io amo meglio li miei dolori che cotale vendetta del mio. [008]Adriana ancora, divenuta moglie di Bacco, vide del cielo furiosa Fedra dello amore del figliastro, la quale prima era stata consenziente al suo abandonamento nell'isola per divenire di Teseo. [009]Sicché, ogni cosa pensata, io sola tra le misere mi truovo ottenere il principato, e più non posso. Ma se forse, o donne, li miei argomenti frivoli già tenete, e ciechi come da cieca amante fatti li riputate, l'altrui lagrime più che le mie infelici estimando, questo uno solo e ultimo a tutti gli altri déa supplimento: [010]se chi porta invidia è più misero che colui a cui la porta, io sono di tutti li predetti de' loro accidenti, meno miseri che li miei reputandoli, invidiosa. [18][001]Ecco adunque, o donne, che per li antichi inganni della Fortuna io sono misera; e oltre a questo essa non altramenti che come la lucerna vicina al suo spegnersi suole alcuna vampa piena di luce maggiore che l'usato gittare, ha fatto; però che dandomi in apparenza alcuno rifrigerio, me poi nelle separate lagrime ritornante, ha miserissima fatta. [002]E acciò che io, posposta ogn'altra comparazione, con una sola m'ingegni di farvi certe de' nuovi mali, v'affermo con quella gravità che le mie misere pari possono maggiore affermare, cotanto essere le mie pene al presente più gravi, che esse avanti la vana letizia fossono, quanto più le febbri sogliono, con equale caldo o freddo vegnendo, offendere li ricaduti infermi, che le primiere. [003]E perciò che accumulazione di pene, ma non di nuove parole vi potrei dare, essendo alquanto di voi diventata pietosa, per non darvi più tedio in più lunga dimoranza traendo le vostre lagrime, se alcuna di voi forse leggendo n'ha sparte o spande; e per non spendere il tempo, che me a lagrimare richiama, in più parole, di tacere omai dilibero, faccendovi manifesto non essere altra comparazione dal mio narrare verissimo a quello ch'io sento, che sia dal fuoco dipinto a quello che veramente arde. [004]Al quale io priego Idio che o per li vostri prieghi, o per li miei, sopra quello salutevole acqua mandi, o con trista morte di me, o con lieta tornata di Panfilo. |