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Capitolo IXCapitolo nono e ultimo nel quale madonna Fiammetta parla al libro suo imponendogli in che abito e quando e a cui egli debba andare, e da cui guardarsi, e fa fine. [1][001]O picciolo mio libretto, tratto quasi della sepoltura della tua donna, ecco, sì come a me piace, la tua fine è venuta con più sollecito piede che quella de' nostri danni; adunque tale quale tu se' dalle mie mani scritto, e in più parti delle mie lagrime offeso, dinanzi dalle inamorate donne ti presenta. Esse, pietà guidandoti, sì come io fermissimamente spero, ti vedranno volentieri, se Amore non ha mutate leggi poi che noi misera divenimmo. [002]Né ti sia, in questo abito così vile come io ti mando, vergogna d'andare a ciascheduna, quantunque ella sia grande, pure che essa te avere non recusi. [003]A te non si richiede altramenti fatto, posto che io pure dare te 'l volessi. [004]Tu déi essere contento di mostrarti simigliante al tempo mio; il quale essendo infelicissimo, te di miseria veste come fa me; e però non ti sia cura d'alcuno ornamento, sì come li altri sogliono avere: cioè di nobili coverte di colori varii tinte e ornate, o di pulita tonditura, o di leggiadri minii, o di gran titoli: queste cose non si convengono alli gravi pianti li quali tu porti: [005]lascia e queste e li larghi spazii e li lieti inchiostri, e le impomiciate carte alli libri felici; a te si conviene d'andare rabbuffato, con isparte chiome e macchiato e di squallore pieno, là dove io ti mando, e con li miei infortunii nelli animi di quelle che te leggeranno destare la santa pietà. [006]La quale se avviene che per te di sé ne' bellissimi visi mostri segnali, incontanente di ciò rendi merito qual tu puoi; e io né tu non siamo sì dalla Fortuna avallati, che essi non sieno grandissimi in noi da potere dare. [007]Né questi sono però altri se non quelli, li quali essa a niuno misero può tòrre: cioè essemplo di sé donare a quelli che sono felici, acciò che essi pongano modo alli loro beni, e fuggano di divenire simili a noi. Il quale, sì come tu puoi, sì fatto dimostra di me, che, se savie sono, nelli loro amori savissime ad ovviare alli occulti inganni de' giovani diventino per paura de' nostri mali. [008]Va' adunque; io non so qual passo si convenga a te più tosto, o sollecito o quieto; né so quali parti prima da te sieno da essere cercate, né so come tu sarai né da cui ricevuto. Così come la Fortuna ti pigne, così procedi: il tuo corso non puote essere guari ordinato. [009]A te occulta il nuvoloso tempo ogni stella. Le quali se pure tutte paressono, niuno argomento t'ha la 'mpetuosa Fortuna lasciato a tua salute; e perciò in qua in là ributtato, come nave sanza timone e sanza vela da l'onde gittata, così t'abandona, e come li luoghi richieggiono, così usa varii li consigli. [010]Se tu forse alle mani d'alcuna pervieni, la quale sì felici usi li suoi amori, che le nostre angoscie schernisca, e per folle forse riprendane, umile sostieni li gabbi fatti, li quali menomissima parte sono de' nostri mali, e a lei la fortuna essere mobile torna a mente, per la qual cosa noi lieta, e lei come noi potrebbe rendere in brieve, e risa e beffe per beffe le renderemmo. [011]E se tu alcuna troverrai che, leggendoti, li suoi occhi asciutti non tenga, ma dolente e pietosa de' nostri mali con le sue lagrime multiplichi le tue macchie, quelle in te sì come santissime con le mie raccogli, e più pietoso e aflitto mostrandoti, umile priega che per me prieghi colui, il quale con le dorate piume in uno momento visita tutto il mondo; sì che egli, forse da più degna bocca che la nostra pregato, e più ad altrui pieghevole che a noi, allevii le nostre angoscie. [012]E io, chiunque ella fia, priego da ora con quella voce che alli miseri più essaudevole è data, che ella mai a tali miserie non pervenga, e che sempre le sieno l'iddii placabili e benigni, e li suoi amori secondo li suoi disii felici produca per lunghi tempi. [013]Ma se per aventura tra l'amorosa turba delle vaghe donne, delle mani d'una in altra cambiandoti, pervieni a quelle della inimica donna, usurpatrice de' nostri beni, come di luogo iniquo, fuggi incontanente, né parte di te non mostrare agli occhi ladri, acciò che ella la seconda volta, sentendo le nostre pene, non si rallegri d'averci nociuto. [014]Ma se pure avviene che essa per forza ti tenga, e pure ti voglia vedere, per modo ti mostra che non risa, ma lagrime le venga de' nostri danni, e a coscienza tornando, ci renda il nostro amante. [015]Oh quanto felice pietà sarebbe questa, e come fruttuosa la tua fatica! Gli occhi degli uomini fuggi, da' quali se pure se' veduto, di': "O generazione ingrata e detrattrice delle semplici donne, non si convengono a voi di vedere le cose pie". [016]Ma se a colui che de' nostri mali è radice pervieni, sgridalo dalla lungi, e di': "O tu, più rigido che alcuna quercia, fuggi di qui, e noi con le tue mani non violare: la tua rotta fede è di tutto ciò ch'io porto cagione; ma se con umana mente leggere mi vuoli, forse riconoscendo il fallo commesso contro a colei che, tornando tu ad essa, di perdonarti disidera, vedimi; ma se ciò fare non vuoli, non si conviene a te di vedere le lagrime che date hai, e spezialmente se d'acrescerle dimori nel volere primo". [017]E se forse alcuna donna delle tue parole rozzamente composte si maraviglia, di' che quella ne mandi via, però che gli ornati parlari richieggiono li animi chiari, e li tempi sereni e tranquilli. [018]E però più tosto dirai che prenda ammirazione come a quel poco che narri disordinato bastò lo 'ntelletto e la mano, considerando che dall'una parte amore, e da l'altra gelosia con varie trafitte in continua battaglia tengono il dolente animo e in nubiloso tempo, favoreggiandoli la contraria fortuna. [019]Tu puoi da ogni aguato andare sicuro, sì come io credo, però che nulla invidia te morderà con aguto dente, ma se pure più misero di te si trovasse, che nol credo, il quale quasi a te, come a più beato di sé la portasse, làsciati mordere. [020]Io non so bene qual parte di te nuova offesa possa ricevere, sì per tutto dalle percosse della Fortuna ti veggio essere lacerato. Egli non ti può guari offendere, né farti d'alto tornare in basso luogo, sì è infimo quello ove dimori. [021]E posto ancora che non bastasse alla Fortuna d'averci con la superficie della terra congiunti, e ancora sotto quella cercasse di sotterrarci, sì siamo nelle avversità anticati, che con quelle spalle con le quali le maggiori cose abbiamo sostenute e sostegnamo, sosterremo le minori; e perciò entra dove ella vuole. [022]Vivi adunque: nullo ti può di questo privare, e essemplo etterno alli felici e a' miseri dimora delle angoscie della tua donna. |